APT Basilicata

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Basilicata turistica

Arleo Franco

Francesco Arleo è nato a Chiaromonte di Lucania nel 1974, ha compiuto gli studi superiori a Maratea, vive a Roma dove si è laureato all'Università Roma Tre con una tesi dal titolo: "Etica: tra realtà e mondi virtuali".

Si occupa di ricerca sulla Formazione a distanza all''ISFOL.

Ha partecipato ad incontri culturali sulla poesia, con segnalazioni a vario titolo.

Ha ricevuto i seguenti premi:

  • Primo premio "Slam poetry" Festival Nazionale Romapoesia 2003;
  • Primo premio nella IV edizione del Premio Nazionale Poesia a Chiaromonte anno 2000, 2001. 2002.

Ha scritto e diretto:

  • "Lo specchio dei contrari" (opera teatrale) - Auditorium "Le Volpi" - Cisterna di Latina -2002.

 

Ha pubblicato:

  • "Nelle mani della sera" (poesie) - Libroitaliano;
  • "Scrijatinne" (poesie dialettali) - Ed.LietoColle - 2003;
  • "Le parole sono amanti" (poesie) - Ed.Le schegge d'oro


La poesia

ovvero il senso della problematicità dell'esistenza

Percorso culturale di Mario Santoro

Francesco Arleo approda alla poesia, o, come dichiara prendendo a prestito parole di Neruda, si fa trovare dalla stessa, giovanissimo con una partecipazione forte e decisa ma al tempo stesso già saggia e ponderata, con ricerca di immagini chiare e ben definite, con ricorso ad un linguaggio bene articolato nel gioco faticoso e sofferto dell'incastro della parola e tendente alla orizzontalità, alla narrazione nella quale la denotatività sa diventare inferenzialità multipla e il rifiuto di certa musicalità non impedisce una qualche apprezzabile timbricità ritmica.

Si tratta di poesia meditata e sofferta che attinge all'esperienza personale e a quella più generale del mondo con un atteggiamento sovente ermetico e con qualche apertura limitata sulla linea di un percorso che spesso si appoggia alla memoria, sul ritorno a certe situazioni dell'infanzia e della prima fanciullezza.

Compaiono così tasselli ben radicati ai quali l'autore ricorre per abbandonarli subito dopo, senza indulgere o attardarsi.

La prima raccolta di poesie dal titolo "nelle mani della sera" evidenzia, già all'inizio una situazione di contrasto che spesso sarà presente nella produzione poetica tra la concretezza affidata simbolicamente alle mani e la sera nella sua fuggevolezza astratta e nel suo saper coprire le cose fino ad annullarle con il buio implicito e presente.

Nelle poesie, sovente ricche di spazi bianchi con la significatività implicita e di versi disuguali, quasi a testimoniare uno stato d'animo di sofferenza per momenti; spesso il ricordo affiora non come nostalgia o malinconia ma come attimi precisi capaci di aprire varchi di stampo realistico fimo alla crudezza.

Infatti non ci sono indulgenze o adagiamenti o ancora sospiri ma indicazioni, anche taglienti, capacità di rimandi immediati e in contrasto ossimori efficaci ma apparenti, con partenze quasi addii mai espressamente dichiarati e non tanto per voglia di negazione quanto piuttosto per una sorta di pudore;

"Partono gli ultimi treni
gli ultimi uomini, in coperte calde
in piedi gelati" 

Affiora così la contrastività tematico-terminologica che diventa quasi un'esigenza spirituale, un'indicazione e una modalità metafisica.

E così si può leggere:

"Un ramo secco batte su uno verde
l'aridità non è di queste parti
ma la fine quella sì" 

E altrove il poeta dirà con candore e con chiarezza estrema e tale da sgomentare quasi:

"Perché scorga il riso
ho bisogno del buio" 

Il contrasto appare chiaro nella opposizione dell'atto dello scorgere e del buio eppure si tratta qui di un doppio riferimento: il secondo è tirato in causa per la necessità di avvalorare il primo. Altrove questa funzione è svolta da terminologia vicina o da sfumature di sinonimia.

E così si può leggere:

"Da queste parti
vendono tenerezze e perdoni" 

Più spesso sono le immagini a sovrastare la forza, pure espressiva, del linguaggio. L'analogico prevale sul digitale, come è giusto che sia.

In tali casi le immagini compaiono quasi naturalmente e senza fatica si sovrappongono ad altre, quasi a realizzare una catena senza gli sbiadimenti dell'accostamento e senza zone d'ombra,ma nella precisione dei contorni delle stesse:

"Ho conosciuto il tuo volto in una notte
uccisa dalla terra
da un corridoio blu senza parlarmi".

 
Ma la poesia sa andare oltre prima di ritornare sui suoi passi che saranno comunque sempre nuovi. Essa tocca così temi più dolci e rasserenanti aperture, improvvise e impreviste, addolcimenti o tentativi con versi da offrono un che di riposante: 

"La quiete di un lago
il profumo di erba tra le pietre" 

Tutto questo sembra fungere quasi da pretesto per un successivo 'ma' fortemente avversativo, che però, con sorpresa, non c'è; al suo posto la conseguenza più lineare è:

"Un raggio di questo tempo
attraversa i tuoi capelli" 

e tutto appare come un sogno destinato a durare magari solo qualche attimo.

La poesia continua il suo percorso ininterrotta con ritorni e rimandi, prima di nuovi snodi e con immagini ancora belle ed efficaci, sempre poco indulgenti, anche quando sono filtrate dalla memoria:

"…mia madre lavora un grano maturato
nel caldo cammino di luglio" 

Ritorna così la fatica del mondo contadino, ma senza enfasi, con i dati della realtà e di tanto in tanto affiora tanta parte della storia non scritta perché fuori dai canoni ufficiali..

Ma il ritorno è sempre presente con la sua forte attrattiva e con il richiamo a certi elementi che la dicono lunga.

Ci sono così 'occhi asciutti', 'viaggi consumati', 'intreccio di profumi', 'primizie di tenerezze', 'colline d'arancio', finestrini ed altri elementi e, immancabilmente, tornano le mani.

A tratti la poesia tende a compattarsi, a farsi tetragona nella comunicazione fitta e nella eliminazione o riduzione di spazi bianchi con le notazioni lanciate al lettore attraverso la parola che troneggia coi significati espressi e sottesi. In qualche momento la poesia tende a farsi verticalizzata, ma subito cambia modalità e verrebbe voglia di continuare con la citazione.

La seconda raccolta di poesie ha per titolo "Scrijatinne" ossia Scappa, ed è, ovviamente, scritta in dialetto lucano, quello di Castronuovo Sant'Andrea che mostra, pur nella difficoltà della lettura per i non possessori del codice, musicalità e soprattutto possibilità di veicolare moti dell'anima sin nei particolari fino a porsi - per ricordare Albino Pierro, caro all'autore - come 'mezzo privilegiato'.

E fa bene Franco Loi che, dopo aver notato che la fuga cui allude il titolo e, nella realtà, fuga da tutto, allontanamento, emigrazione, precisa: "E qui il poeta sente anche il fascino di questa terra, e persino le sue riflessioni più interiori richiamano i luoghi nativi, gli elementi naturali, i fatti, direi il modo di respirare di quel mondo della memoria".

E dunque ancora una volta si tratta più che di fuga, di vero e proprio ritorno.

E non è un caso che dall'inizio il poeta scrive:

"A dù ma mucce?
A denne scrije" 

E ciò vale soprattutto se si considera che il vento che fischia è, in realtà, metafora di ben altre cose e che la conclusione è amara quanto logica:

"…da nesciune banne pozze tùrnè"

La fuga è, dunque, inevitabile, quasi male antico, condanna o predestinazione, come hanno fatto gli altri e non sembra esserci scampo:

"…piglie nu cartone
jettece nu pere de cauzunètte
e doppe scrijatinne figlie binedittè" 

E la fuga non è solo allontanamento o peggio ancora sradicamento ma è anche totale estraniamento , silenzio profondo, anche se dentro la voglia di parlare, di gridare, di farsi sentire, è enorme:

"Ma quante gridè ndà stà chepe.
Sule a vecchie no nun zepe a sta citte". 

Silenzio, dunque, in tutti i sensi anche quando si notano cattiverie che gridano giustizia, anche quando ci si accorge che il mondo "Stu cunde tunne", è una vera e propria "purcarja" perché c'è sempre qualcuno che si alza e comanda anche quando verrebbe voglia di utilizzare una "parlète struppiète".

Pure il poeta non rinuncia a l sogno e per inseguirlo vorrebbe apparire a tutti matto e così girare per le strade con un coltello tra i denti per far fuggire certe persone. Ma dopo?…Dopo aver fatto il vuoto intorno, egli siederebbe di fronte al sole e con un fil di voce canterebbe una nenia piena di dolore.

"E po' na vota sule,
m'assetterre a cammise aperte
nfacce u sole,
e citte citte
cu nu fièle de voce cantère
na felastrocche chine de dolore" 

E non potrebbe essere altrimenti, se l'autore nel dare notizia di sé scrive:" Fino a sedici anni ho esplorato 'calanchi'. Migrazioni da niente. Chilometri pochi, dialetti diversi. Da Sammarella a Santa Lania, passando per Castronuovo. Nomi che hanno quasi nulla da spartire con la letteratura di questo e del secolo passato. Scrivo per tentare un ritorno a quei luoghi. Ma il tentativo è un viaggio destinato al fallimento, ecco perché queste pagine portano sul pennacchio 'Scrijatinne', una voce che invita alla fuga"

Per chiudere ci piace notare dalla raccolta "Le parole sono amanti" la bella poesia 'Lucania' che davvero è una testimonianza preziosa senza lamentazioni e pianti, un tributo d'affetto autentico nell'implicito orgoglioso senso dell'appartenenza:

Mia madre non si chiede perché è nata qui,
noi siamo figli innervati di silenzio 

 

mia madre non si chiede perché siamo scappati.
Noi siamo i dispersi
laureati raccomandabili
camerieri al caffè Canova
cuochi di Holloway road
inquilini sotterranei
portieri di Milano
facchini di Boulevard Saint Germain
stallieri nelle Pampas
puttanieri d'ogni luogo
locandieri di Buenos Aires
predatori gentili di Montecarlo
morti di fame a Caracas
siamo i tuoi figli. 

 

Lucania
non sei verdi declivi, faggi o versi d'Orazio 

 

tu sei i tuoi dispersi.

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