Andreolo Raimondo Pompeo Antonio (ARPA), è nato a Potenza il 07/12/1964, dove vive e lavora.
Nella sua giovinezza, ha frequentato i Salesiani presso la parrocchia di San Giovanni Bosco che ne hanno influenzato la sua formazione religiosa. Carattere alquanto profondo, irascibile e allo stesso tempo sensibile, a 17 anni ha sprigionato l’estro dell'artista dopo l’improvvisa scomparsa del padre, ex campione di calcio olimpionico e mondiale del 1934 e 1938 a cui era molto legato. Alcune delle sue opere sono influenzate da quelle di padre Tarcisio Manta di cui Arpa è un profondo estimatore.
“Spesso la vita ci riserva esperienze amare. Solo la certezza che non moriremo mai, aumenta la speranza di un futuro migliore e l’amore che ognuno dona al suo prossimo. Così le opere dell’artista, destinate a rimanere per sempre, sono una rappresentazione indelebile dell’eternità che ci aspetta”
Contatti:
Andreolo Raimondo Pompeo Antonio (ARPA)
Studio: Viale Firenze, 36 - Potenza
Cell. 320 0267493

Si racconta che Picasso si svegliasse la notte per rappresentare nei quadri i propri sogni. Tutta l’arte surrealista cercava di rappresentare il mondo fantastico dei sogni, basti pensare a Modigliani, Dalì e a Magritte.
Anche l’arte di Arpa pseudonimo di Andreolo Raimondo Pompeo Antonio, si ispira all’immaginario onirico, ma in questo caso la rappresentazione del sogno assume il significato di un archetipo. Per il filosofo e psicologo Jung, gli archetipi sono rappresentazioni simboliche dell’inconscio collettivo dell’umanità e rappresentano le regole morali, le aspirazioni, la sete e la concezione del divino.

Per questo Arpa vede nelle immagini dei suoi sogni, rappresentate sulla tela, dei simboli, dei segni per arrivare al profondo dell’anima e ai segreti dell’origine dell’essere.
Il legame tra simboli, numeri e il sapere illuminato era presente già nella cabala e nel torah ebraico, a cui l’artista si richiama esplicitamente nelle sue opere, dove la continua ricerca della sapienza, si materializza con l’arte della semantica.
Chiaro è anche il riferimento ai simboli alchemici, visti come una ripresa dei simboli pitagorici (attraverso la figura del filosofo e taumaturgo Apollonio di Tiana, ispiratore di tanti alchimisti ed esoterici), che collegavano i numeri alla creazione.
Per Arpa, la “gestualità dei segni” espressa nelle sue opere è di fondamentale importanza e serve, a giudizio del maestro, per arrivare a stretto contatto con l’essenza di Dio.

In questa chiave di lettura, si riescono a scovare i segreti dell’anima.
L’immaginario dei segni, riesce a plasmare una lingua universale che parte dalle origini e va fino l’infinito.
Questa pittura, che affascina e stupisce, è frutto di una ricerca e di un metodo rigoroso, che racchiude nei soggetti agonizzanti e malinconici con folate di colore talvolta forti e accese, talvolta di fantasia, il disagio interiore e del vivere quotidiano dell’artista che porta all’esasperazione dell’anima e al deflagrarsi della vita di ogni giorno, sempre più dura e caotica ed è per questo che la pittura di Arpa è la testimonianza soggettiva e oggettiva di una crisi esistenziale che non ha sbocchi e via d’uscita.
L’arte del nostro è frutto di una dottrina spirituale travagliata in continuo fermento per cui i neri accesi delle sue opere e l’irregolarità stilistica è il risultato di un percorso non accademico ma alquanto originale e creativo sia nella forma che nel contenuto.

Di Oreste Lo Pomo
La pittura come catarsi. La tela come spartito. Il pennello come bacchetta in grado di esercitare una funzione di “guida” dell’orchestra del colore. Raimondo Andreolo continua a rifiutare le mode e le etichette, rifugge da qualsiasi accostamento a questa o quella corrente o scuola pittorica e indaga sul vissuto individuale e collettivo con una vena tormentata nella quale il colore si configura non come elemento accessorio ma come sostanza in grado di comporre e scomporre i moti dell’animo, di penetrare le emozioni e di renderle parte integrante delle sue opere.
Il colore come segno distintivo della natura umana, come chiave di lettura di una pittura gestuale e concettuale al tempo stesso che trova nuova linfa nella molteplicità delle contaminazioni, nella pluralità degli stili che Arpa non costruisce meccanicamente ma trova quasi incidentalmente nell’esercizio della “sinfonia”del colore. È un processo che non esclude la conoscenza della dimensione accademica della pittura ma che non si fossilizza in essa perché alimentata dalla evoluzione dei flussi cromatici che sembrano sgorgare dall’inconscio dell’artista modellando la ricerca pittorica e modulando l’estetica con una percorso più profondo finalizzato a produrre sulla tela l’icona dell’Io. Ma non si tratta di una traslazione “egoistica“ dell’individualismo quanto piuttosto di un’operazione che riesce a trovare sintesi in simboli di rigenerazione e conversione collettiva.

Anche la cabala che è pure presente non ha una connotazione esoterica ma anzi si caratterizza come possibile lettura dei segni del tempo per andare oltre esso recuperando il senso della trascendenza come terapia dinanzi alla pervicacia dell’immanenza. Ed ha ragione Lucio Attorre quando sostiene che è difficile indicare una lezione strutturale della pittura di Arpa perché (pur ravvisando competenze riconducibili all’espressionismo,al surrealismo, all’astrattismo e soprattutto alla scuola gestuale di Parigi) nelle sue opere traspare soprattutto una religiosità laica come percorso di purificazione, come rivisitazione pittorica di una via crucis che prelude alla resurrezione dell’uomo. Ma quella di Arpa è una resurrezione che si intravede appena, che si fa desiderare, che si configura come legittima aspirazione e che non abiura il senso del tragico come esperienza necessaria e come passaggio ineludibile in un itinerario lungo e complesso pervaso da struggenti riflessioni esistenziali. E in questo contesto la pittura assurge a strumento catartico affidando alla policromia una valenza propulsiva per ritrovare il senso stesso della vita abbattendo le barriere dell’indifferenza e del cinismo.