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Basilicata turistica

Avenoso Antonio

Antonio Avenoso è nato a Melfi nel novembre del 1954.

Ha pubblicato: 

  • "Metamorfosi" nel 1977;
  • "L'acqua è uno specchio" nel 1981;
  • "Una notte attraversando un sogno" nel 1985;
  • "Poema disperato" nel 1986
  • "Da nessun luogo e dal mondo" nel 1988;
  • "Il viaggio a Gerusalemme" nel 1990;
  • "Comunione del vero sentire" nel 1991;
  • "L'azzurro del cielo" nel 1993;
  • "Nessuno può sbagliare il calcio di rigore" nel 19996;
  • "Ascolta il canto" nel 1998;
  • "Imperatore del vento" nel 1998;
  • "Breve tempo di guerra" nel 1999;
  • "Da nessun luogo e dal mondo" nel 2002.

Ha scritto per la RAI il radiodramma "Antiche storie e leggende lucane Federico II di Svevia" e il radiodramma "Orazio in Lucania"

 


Il percorso poetico: da "Metamorfosi" a "Da nessun luogo e dal mondo"

Percorso culturale di Mario Santoro 

Antonio Avenoso è poeta prolifico come risulta dalle sue numerose pubblicazioni e si muove nell'ambito della poesia con disinvoltura e padronanza dei mezzi espressivi, concedendo molto alla mente e alla rarefazione della parola, con le sue inferenze multiple e le soprasegmentalità implicite, che testimonia la complessità esistenziale, dentro e oltre in quotidiano, sempre in termini di problematicità con situazioni complesse e aspetti pluralistici anche se solamente accennati, senza indulgenze e compiacimenti di maniera.

Ne scaturisce un quadro poetico senza troppi tasselli o agganci eppure tale da consentire spostamenti spazio-temporali e collocazioni spirituali.

Le emozioni che la poesia sa generare sono, a volte, solo accennate o minime se non addirittura impercettibili al lettore sprovveduto o appena distaccato e questo caratterizza la poesia come non propriamente di tutti e per tutti.

E questo forse anche perché Avenoso si pone sulla linea di un modo nuovo di fare poesia, come sottolinea Raffaele Nigro in una sua scheda critica, ossia quello che non si richiama neppure vagamente al filone scotellariano e sinisgalliano, ma si apre a momenti ed elementi che tendono a superare limiti angusti del regionalismo per aprirsi a un respiro più ampio.

Scrive Nigro: "In lui sono scomparse non soltanto le obsolete figurazioni dell'oleografismo, gli epigoni del levismo circoscritti nell'area delle civiltà della terra avara, delle rughe, degli scialli, ma gli stessi percorsi iconografici delle lotte contadine, delle ironie sul padronato e sulle scelte ideologiche del mezzogiorno e della Lucania borghese degli anni cinquanta e sessanta"

E ciò ci pare sia vero anche perché siamo sempre convinti che la poesia è figlia del suo tempo al quale paga sempre un tributo e quello cui allude lo scrittore lucano è da un pezzo consegnato alla storia, con i suoi valori e i disvalori.

E se Luigi Manzi sostiene che "il richiamo della poesia di Antonio Avenoso ti prende e avviluppa fino a diventare un modo di conoscenza quasi definitivo della realtà", va tuttavia sottolineato che l'autore nel giuoco di incastro della parola non si preoccupa di levigarla del tutto, non perviene a modulazioni addolcite, carezzevoli, gradevoli e ipnotiche ma, per scelta consapevole e per aderenza tematico-contenutistica, fa mancare alla parola l'ultimo colpo di lima perché al lettore non siano consentiti adagiamenti di sorta e la poesia resti problematica quasi a far il paio con l'esistenza umana.

Ma procediamo con ordine.

Dopo la prima raccolta di poesie dal titolo "Metamorfosi", l'autore si consegna al pubblico con una plaquette di 26 brevi poesia dal titolo "L'acqua è uno specchio. Di questa silloge di versi Franco Tralli, in quarta di copertina, scrive: "Come spesso accade ad un autore che giunga alla sua prima vera raccolta organica, le intenzioni superano gli esiti, anche se in questo caso specifico si tratta di un lavoro già sufficientemente autonomo e con un certo graffio che qualifica una personalità letteraria pregevole.

Non immune da toni penitenziali, come è del resto gran parte della poesia che sale dal Sud, 'L'acqua è uno specchio" si impone per il taglio dell'espressione e lo straripamento delle immagini. Quasi certamente è una delle voci più sorprendenti della Lucania di questi ultimi anni. E anche smaliziata quel tanto che serve ad una voce nuova: per farsi citare e confrontare"

La poesia presenta riferimenti oggettuali, tasselli, o semplicemente cose della quotidianità, che assumono il carattere del movimento e della leggerezza, nella funzione di segni simboli che assommano e che connotano le caratteristiche consentendo agli stessi la staticità di cui parla il poeta:

"Gli oggetti hanno forma di oggetti.
Non sono denominabili in altro modo.
Oggetti fermi, statici,
ombrelli inutili accantonati
in un angolo,
come vecchi in pensione,
che hanno già finito di vivere…" 

Come si vede si tratta di oggetti che, dall'indeterminato e indefinito riferimento, assumono, via via, le denominazioni più varie e si animano, malgrado la negazione, fino a compararsi all'uomo, sia pure quello in pensione, con il richiamo implicito ad una vita attiva e lavorativa precedente.

E così la poesia va letta sempre più tra le righe, o almeno così può essere letta perché offre davvero diverse chiavi di lettura. E così anche altrove.

Ora i "vecchi mobili" fanno il paio con i "vecchi chiusi in case di riposo", ora "La gioventù sembra finita" sia pure nel tentativo di "Riscoprire quello che di notte va perduto", ossia il sogno, ora ancora è "La bocca intrisa di fumo", o il "tran tran della vita", o infine - sorpresa e meraviglia! - è "Un raggio di sole" che però non riscalda, e così via.

Il percorso tematico si snoda così e consente di comprendere immediatamente il senso sulla linea di una visione certamente non ottimistica ma neppure votata a cupo pessimismo, piuttosto legato a considerazioni e riflessioni di spessore.

Pure, a tratti, filtra e aleggia un velo non ben definibile di qualcosa che può avvicinarsi alla speranza-illusione:

"E certo qualcosa aleggia.
Non chiedermi cosa.
Credo però che aleggi la partenza,
e il ritorno non raffiguralo incoerente,
ti prego.
Nell'aria c'è un nuovo battito d'ali,
mi rende smisuratamente distante,
non da te,
dagli sguardi di gente che ritrovo,
ma solo nel dimenticatoio". 

Quanto a "Il viaggio a Gerusalemme" ci avvaliamo di un giudizio di Anna Ventura: " E' un libro elegante, misurato, che riconferma le doti di essenzialità e di equilibrio delle precedenti prove poetiche. Ci sono immagini ed espressioni particolarmente felici, come 'il tuo vento giallo' e i versi che chiudono il poemetto 'facendo sera, era alle porte il profumo; la betulla', Questo tema della sera, metafora oltre che realtà, mi sembra correre per tutto il libro, conferendogli una cifra crepuscolare molto suggestiva".

Pure di Anna Ventura ci avvaliamo per ricordare il "Poema disperato" che è "un lungo, disperato dialogo con l'Essere Supremo, che il poeta non colloca in un mondo metafisico, ma sente accanto a sé in quell'angolo di Mediterraneo in cui si consuma la sua vita di uomo… Il rapporto tra il poeta e l'Altissimo è inquieto, come ogni rapporto d'amore, è fatto di abbandoni e di ritorni, di negazioni e di promesse…Un'intera notte dura il dialogo tra il poeta e l'Altissimo. All'alba è nato un poema".

E passiamo al volume di poesia "Da nessun luogo e dal mondo" che è l'ultimo in ordine di tempo e si divide in sezioni: "In labirintiche strade", "Notturne tracce", "Il sole al risveglio", "Da nessun luogo e dal mondo", "Versi galanti".

E si può concordare con il critico e poeta Bernardo Panella che pone l'accento sull'entrare "nelle stanze del tempo" di cui parla Avenoso come di un momento nodale che consiste poi nel porre al centro di tutto la dimensione umana collocata com'è tra passato, coi ricordi ed i superamenti e propensione futura con il richiamo implicito all'oltre terreno affidato a qule "Dio che attende che spiova". E val la pena riportare i versi per intero:

"Lasciammo l'ieri
fuori la porta,
come si fa con gli ombrelli
quando c'è pioggia
e proseguimmo
nelle stanze del tempo.
In un angolo della casa,
nelle strade della vita,
Dio attende che spiova". 

Il volume si apre con il senso indefinibile dell'esistenza, con la constatazione quasi sgomenta della problematicità della vita, affidata all'immagine di città-labirinto, di elementi di causalità, di possibilità ipotetiche, di percorsi obbligati e ineluttabili, soprattutto nella conclusione, di un velo di pessimismo non dichiarato ma sempre presente e consegnato a lontananze, a gioventù smarrita e vagante, ad incertezze presenti, a mancanza di prospettive e di mete, a frammenti, ad elementi e segni che travalicano e dicono ben oltre il significato primo.

Al percorso tematico, del resto, si affianca e si appoggia, il linguaggio che non concede niente o quasi all'orecchio e alla magia dell'incanto per farsi servitore del contenuto in un rapporto simbiotico e particolare. Per questo è facile ritrovare il verbo usato in maniera impersonale, indefinìta, e spesso all'infinito, o la ripetizione monotona ed insistita di una gestualità uguale, per coltivare l'illusione, sostanzialmente e sistematicamente disillusa, o per tentare di scrollarsi di dosso il senso della stanchezza:
 

"Scrollarsi di dosso
la stanchezza bisogna.
Alzarsi,
pettinarsi,
lavarsi.
Invaligiare gli abiti,
riporli…" 

Ripetizione monotona di una gestualità quotidiana, ma per fortuna c'è, come sottolinea Panella l'altro universo, quello decisamente interiore.

E con le parole del critico ci piace chiudere: "Chi pratica la passione di Avenoso rischia di essere isolato, perché non è da tutti circoscrivere, spesso esclusivamente, il campo delle predilizioni esistenziali, la gioia della pagina animata dalle parole. La fluidità della parola, anche in campo scritto, è soggetta alla rarefazione più spinta, fino alla volatilizzazione"

Ed è quanto accade ad Antonio Avenoso.

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