APT Basilicata

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Basilicata turistica

Barone Domenico A.

È nato a San Calogero, in Calabria, l'11.6.1948. Si è formato al liceo "Michele Morelli" di Vibo Valentia. Ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia presso l'Università "Federico II" di Napoli. Dopo una breve esperienza ospedaliera, dal 1977 esercita la professione di medico condotto a Gallicchio (Potenza) dove vive. Sposato, ha due figli ai quali ha trasmesso il ricordo della Calabria, l'amore per la Lucania, la passione per la medicina.


"La casa fuori paese" di Domenico A. Barone

Percorso culturale di Mario Santoro

Il romanzo " La casa fuori paese" di Domenico Barone è sicuramente un viaggio nella memoria, un percorso che il ricordo, sempre puntuale e preciso nei riferimenti - ancorché per salti e per scelta consapevole dell'autore - ripropone con chiarezza straordinaria, nella indicazione dei riferimenti che contano e nella eliminazione sistematica di tutto quanto possa apparire superfluo o non indispensabile, quasi che lo scrittore sia avaro e misuri le parole o, forse meglio, sia terribilmente rispettoso dell'ipotetico lettore. Maria Cristina Martini fa rilevare in proposito "scarso indugio sul 'non essenziale', tratti di penna che sono pennellate di colore di grosso spessore, nei quali il particolare si intravede, ma non viene prepotentemente evidenziato… Chi legge non viene coinvolto in un elegiaco contesto di malinconico percorso a ritroso nel tempo alla ricerca delle sensazioni perdute, dei sapori, degli odori, che sono stati ingredienti del nostro 'essere', ma che ormai sono stati elaborati dalla vita per altre espressioni, per essere gli individui che siamo, nel presente e nella costruzione del nostro futuro e di quello dei nostri figli" Si snoda così un percorso, a prima vista, quasi da saga familiare anche se il linguaggio non è tale: risulta immediato, ficcante, preciso, composto nella terminologia rigorosa e nella modalità espressiva e comunicativa e nella narrazione-documento che sembra imporsi su tutta la vicenda, scomposta ed affidata ad una miriade di personaggi, quasi un coro di figure. Appaiono qua e là situazioni che tipizzano epoche, momenti storici ed ambienti e che segnano il radicamento dell'uomo con il senso di appartenenza alla terra, sancendo il fluire del tempo, inarrestabile e scandito appena dalle quotidianità solo toccate o sfiorate, eppure vivaci nell'essenza. Si può leggere così : "Da via del Riposo si accedeva per una strada carraia, polverosa d'estate, tutta bianca, pozzanghere ed acquitrini d'inverno, non illuminata." Come è facile verificare ci si trova immersi in situazioni lontane nello spazio e nel tempo, immobili, quasi inconcepibili e inaccettabili, dove tutto sembra fermo o, al massimo, lo scivolamento del tempo è affidato al movimento oscillante di una "lampadina appesa al braccio malfermo" di un palo di legno. Situazioni e momenti che indicano la storia dell'uomo e delle sue fatiche ce ne sono tante e si potrebbero quasi citare a memoria, anche quando la descrizione si affida ad elementi specifici e a simboli: " Li guidavano uomini vestiti di velluto, seguivano carri su cui, alla rinfusa, erano stati ammassati materassi, coperte, cuscini e vestimenti; in un altro pentole, treppiedi, ceste con piatti, tazze e caffettiere; a chiudere, un carico di fieno, paglia, sacchi di avena ed appesi ai lati delle stanghe, basti, selle e cavezze". Si tratta, a ben guardare, di un mondo affidato alle cose che perdono le connotazioni fisiche ed assumono significanze preziose, nascondendo dietro e dentro uomini liberi e fuori dagli schemi consueti e al di là di convenzioni. "Tutto il breve romanzo" scrive Giovanni caserta "si svolge con la densità e l'intensità dell'intimamente vissuto. L'intensità e la densità sono nella rapida successione delle scene, nella rinunzia ad ogni parola superflua, nel succedersi delle proposizioni brevi e nette… Al fondo, però, costante vive la convinzione che, a dispetto di certi condizionamenti ambientali, a tutti è pur sempre aperta la via del riscatto e a tutti, in qualunque condizioni si viva, è aperta la via della felicità o, almeno, della serenità. Basta scoprire il senso del proprio dovere; e basta riscoprire il gusto dei valori antichi, che sono quelli di sempre." E accanto ai particolari significativi ci sono i lavori umili, quelli che nessuno vuole e sa fare, che servono appena alla sopravvivenza in una sorta di rassegnazione inconcepibile eppure reale da parte degli zingari che appaiono e scompaiono senza lasciare traccia eppure sono colti come se fossero radicati nell'ambiente. L'elemento descrittivo continua e rincorre paesaggi, case, alberi, frammenti e particolari, alternando gli stessi con i tipi umani: uomini decisi, appariscenti, concreti ma destinati a scomparire e a lasciare la scena con naturalezza, come il giorno cede alla notte, anzi spesso accompagnati da questa immagine che Barone utilizza, consapevolmente o inconsapevolmente non importa, con efficacia rappresentativa e con sicurezza evitando argomentazioni e spiegazioni che appesantirebbero il discorso. E ci sono le donne: piccole, spesso vecchie o meglio vecchine, ma sagaci e intelligenti con il loro linguaggio secco e sprezzante, come nonna Anna, ricordata con chiarezza da Marco. Poi compaiono altri personaggi, anche al di fuori della linea del parentado, vicino o lontano, e della saga e la storia si allarga, si fa microstoria, tanto più che i personaggi, fatalmente, si integrano nel tessuto umano e sociale del luogo e del tempo: luogo e tempo che si fanno vicini, ma non troppo perché l'autore vuole mantenere le debite distanze, per controllare meglio la materia che tratta. E così può comparire il nuovo maestro del Nord " un giovane alto, magro, curato nella persona, che viveva solo". E gli fa eco quasi o richiamo, finalmente luminoso, Zenaide, bella, dolce, ventenne figlia del vecchio maestro". E, com'è naturale che sia nelle storie che contano, i due si sposano! Compare qualche frammento di dialogo, fino a quel momento evitato di proposito dall'autore, troppo intento a dipanare la matassa di ricordi e a fare ordine. Ed è dialogo triste nel sottofondo dell'uccisione del padre di Cocelli e suona quasi come un monito per il lettore che sente già che l'impianto descrittivo-narrativo-introspettivo sarà destinato a dominare la scena fino alla fine senza altre aperture dialogiche. Così i personaggi si moltiplicano e si avvicendano, alternandosi, eclissandosi e ricomparendo in un giuoco abile e difficile che Barone sa tenere vivo con bravura e senza scadere nella monotonia, pure sempre possibile e in agguato. Sono giovani di belle speranze ma anche già rassegnati, fanciulle che non compaiono a tutto tondo ma piuttosto presentate a frammenti (capelli, sguardi, atteggiamenti, movenze, attimi, folgorazioni…) proprio come affiorano alla memoria. Tanti i nomi e le storie possibili: Fausto che insegue un sogno materializzato in Luisa, una ragazza minuta di circo; Romanella, colta con " le prime rotondità delle sue forme"; Michele, destinato a cadere alla prova di Italiano; Giuditta "dai capelli biondo cenere a caschetto"; Anna Maria che si esprime gesticolando. E ancora le due sorelle sfortunate, Stella e Lucia, e Marco e Paolo e Tonino "silenzioso, estraneo, disattento…". E c'è l'amore, al suo affiorare, confuso e pronto a turbare, e sempre capace di ricorrere alle strategie consuete per potersi affermare: "Mariella fino allora non si era accorta di Michele, né delle strategie che andava sistematicamente mettendo in atto, come farsi trovare la mattina alla fermata del pullman, o in classe sempre vicino durante la ricreazione. Lei, in prima fila, lui qualche banco più indietro, sempre preso ad osservarla in attesa che si girasse, spesso richiamato perché colto in estatico guardare. Da giorni aveva accorciato le distanze; quella mattina, poi, le camminava a fianco, con la testa piegata si guardava la punta dei piedi impacciato e confuso tra il silenzio e la ricerca delle parole giuste per esprimersi. Lei procedeva a testa alta con passi svelti, sicura, presente, capace di evitare la minima buca e le persone che provenivano in senso inverso". Non mancano gli insegnanti, presentati nel loro dato reale, figure non propriamente al meglio, con qualche vaga linea di eccezionalità, e la scuola è presente con le sue pecche evidenziate senza rancore, come dato oggettivo e forse inevitabile, così come sono presenti le violenze, le zuffe, i litigi e la presunta " convinzione di mantenere l'ordine pubblico e la legalità" da parte di due carabinieri dalla pancia protesa. E subentra un velo di malinconia con l'unico prete, con l'ultima ostetrica e l'ultimo medico, ma a salvare l'insieme dal rischio della caduta e della chiusura, ci sono ancora i giovani con i problemi di sempre, con gli impegni di scuola e gli amori, sempre solo accennati, per il gusto di non scavare in profondità per non toccare ancora le amarezze e le assurde casualità che la vita inevitabilmente riserva come accade a Rosella e alla sua inspiegabile stanchezza e che "non volle ritornare nel letto dove era stata una donna", come avviene a Giuditta e a Nino, sicché la chiusa appare inevitabile e pesa come un macigno: " Forse Cristo, in quella parte di terra, si è davvero dimenticato di volgere lo sguardo, oppure l'ha rivolto, avendo dato a tutti le stesse possibilità, ed è colpa dell'uomo se non riesce a liberarsi da antichi odi e nuove violenze." Fin qui l'esperienza del romanzo che piace, incuriosisce, attira e cattura l'attenzione di un pubblico adulto e maturo, va sicuramente oltre il detto e il raccontato in una prospettiva che si allarga anche per i possibili richiami: casa, fanciullezza, stagioni, colori, nostalgie, estratti di vita vera da un paese del sud che si connota come uno dei tanti "sfiorati dalla storia, dalle ordinarie ingiustizie, da violenze quotidiane brutali o infide" eppure forte dei suoi elementi di riferimento. Non è un caso che "La casa fuori paese" si presenta costruita sulle radici di una quercia secolare, a segnare il senso della continuità della storia e del radicamento secolare, quasi un richiamo ancestrale o primordiale, e sembra far da base profonda al senso di gelosia di Marco che funge da protagonista e che è radicato nei suoi ricordi d'infanzia come i soli ad appartenergli veramente. E intorno, inevitabile appare lo srotolamento continuo delle stagioni con la varietà e la diversità dei profumi e dei colori che fungono da riferimento costante e che appartengono all'autore nel velo di autobiografismo possibile ed immaginabile eppure nell'oggettivizzazione del racconto che apparitene interamente al lettore. Al quadro contenutistico sempre sobrio e mai eccessivo o prevaricante, corrisponde sempre il linguaggio misurato, adeguato, lineare, moderno e franto, quando occorre, capace di sfiorare il ritmo anche monotono della quotidianità delle situazioni quando esse si vanno a definire e quasi a cristallizzare collocandosi: " Michele lavora in ospedale, traffica ancora col partito e costruisce così la sua carriera. Mariella è divenuta sua moglie, di giorno insegna, la sera spesso va a dormire prima che lui rientri, scontenta, accetta l'unica vita che le si offre". E la non via d'uscita non è rassegnazione e sofferenza ma piuttosto accettazione consapevole e, presumibilmente positiva. Intanto attendiamo Barone ad altre prove: ora che ha rotto i veli del pudore, è condannato a continuare…

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