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Battista Laura

Laura Battista, Lauretta secondo alcuni documenti, o più propriamente Laura Gerarda Rosa Maria, nacque il 23.11.1845 a Potenza da genitori materani. Il padre, Raffaele Battista, era docente di latino e greco al Liceo Classico di Potenza, amante delle lettere, patriota e guardato con sospetto dai gesuiti.

Pubblicò la sua prima poesia “All’usignolo” sull’antologia lucana “Fior di Ginestra”.

Insegnò prima a Potenza e quindi a Camerino. Dopo alcuni anni, per motivi di salute, lasciò l’insegnamento e rientrò a Tricarico dove si era sistemata con il marito, Luigi Lizzadri e la famiglia.

Fu in corrispondenza epistolare con figure di rilievo della letteratura italiana, come Aleardi, Carducci e Graf e scrisse: “Emmanuele de Deo” (dramma) e i “Canti”.

Morì il 09.08.1884


"Oltre il patriottismo" di Battista Laura

Percorso culturale di Mario Santoro

Vana sembra risultare la dichiarazione di immortalità di Claps a proposito di Lauta Battista, se, come ricorda V. Marsico in “Vita e tormento di grandi piccole donne”, nei lavori di sistemazione del cimitero di Tricarico nel 1928, la tomba della poetessa fu abbattuta e “le ossa accolte in una piccola teca, furono unite a quelle della fossa comune. In quell’occasione venne distrutta anche la lapide che ricordava il suo nome”.

E dunque val la pena ricordare il giudizio di Claps: “La voce della nostra gentile poetessa, pur non avendo ella ascoltato, come avrebbe dovuto, il consiglio del Carducci, quello cioè di formarsi sui nostri grandi classici antichi e moderni, Dante, Ariosto, Monti, Leopardi, la sua voce, dunque, non è destinata a morire. Nessuna donna italiana, infatti, sentì così fortemente l’amore per l’Italia: nessuno invero seppe fremere tanto di sdegno generoso e commosso, attraverso accenti caldi e prorompenti, contro chiunque osasse offendere la patria quanto Laura Battista”.

Poetessa colta, padrona del latino, dell’inglese e del tedesco, tanto da poter tradurre Moore, Byron, Goethe, fu in corrispondenza epistolare con autori come Aleardi, Carducci e Graf, conobbe e visse, nella sua breve e sofferta esistenza, il Risorgimento italiano, partecipando agli eventi e testimoniandoli con poesie accorate e patriottiche che costituiscono il punto di forza ( e il limite) della sua produzione, anche se non mancano riferimenti religiosi, momenti intimi e teneri, aspetti umani, situazioni di sofferenza.

Elemento che caratterizza la poesia della Battista è la continua presenza di una concezione dolorosa della vita, ammantata di malinconia e di tristezza, ma espressa con forza, con senso della consapevolezza e addirittura con fierezza e senza cedimenti, abbandoni o, peggio ancora, lamenti e dichiarazioni di debolezza o accompagnate da quella specie di compiacimento autolesionistico presente, talvolta, in alcuni poeti.

Appare chiara l’ineluttabilità del destino, la sofferenza, il dolore che coinvolge gli uomini e che, pur con le dovute e obbligate distanze, richiama quello leopardiano di carattere generale e universale.

E il senso della concezione dolorosa della vita è già presente nella prima poesia, “All’usignolo” composta dall’autrice a soli tredici anni. Si tratta di una canzone scritta in morte della madre e presenta una pensosa considerazione della vita, che è mistero, e della morte nella sua tragicità ed ineluttabilità.

E se l’usignolo può cantare sulla tomba e procurare con le sue note dolci una sorta di lenimento al dolore nell’animo della fanciulla:

“Odo i concenti tuoi, e di quai dolcezza
m’infondon mai ne l’addogliato core” 

ciò non impedisce altre considerazioni sulla privazione dolorosa della figura materna:

“…l’empio stral di morte
iniquo rapitor di quanto è bello
d’ogni mia gioia e d’ogni ben spogliommi.
Colei che sola m’abbellia la vita
or poca polve in una tomba giace”. 

L’ode presenta, poi, nel linguaggio, che risulta sufficientemente spontaneo e sincero, il contrasto apprezzabile tra il canto dell’usignolo nella notte imbiancata dalla luna e quindi nel richiamo al passato quando, accanto alla poetessa bambina c’era la madre e la situazione dolorosa presente:

“Ne la ridente di mia vita aurora,
in cui mia madre l’amoroso aspetto
mi fece beata fra ogni nata donna
in cui tristezza non m’avea sul volto
l’orme stampate, e il cor scevro d’affanni
s’abbandonava ai più dolci desiri…” 

Una tristezza così particolare e profonda, una visione oggettivamente pessimistica, senza spazio alla speranza, sembra finanche esagerata e innaturale in una fanciulla, ma risulta essere la condizione della stessa se è vero che a un’amica che le chiede versi belli e leggiadri, ella risponderà:

“A te si addice una canzon di festa
una dolce armonia che inviti a danze
ed io non ho che un’elegia sì mesta…” 

Anche altrove possiamo ritrovare questa condizione di malinconia e di sofferenza certamente più sincera e spontanea nel linguaggio rispetto alle poesie patriottiche, troppo d’occasione ed esageratamente convenevoli pur nella partecipazione sentita da parte della Battista.

Tra le poesie più belle piace ricordare i versi dedicati alla luna e alla contemplazione della stessa in un atteggiamento religioso e di pietosa preghiera:

“Pietosa luna che i tuoi raggi invii
dall’aperta finestra al mio guanciale…
… Stanca del mondo, pallida, appassita,
sulle piume distesa in ogni sera
a te mi volgo e il tuo fulgor m’invita
alla preghiera” 

Va detto che non mancano riferimenti agli affetti familiari, al calore dell’amicizia, al ricordo delle figliolette scomparse prematuramente, al crollo della tante speranze, a una vita avara di soddisfazioni e gioie.

E piace ricordare la composizione dal titolo “Epodo sull’urna di mia figlia Rosalba” del 1877, nella quale c’è una sorta di invio di messaggio, tramite l’ultima figlioletta morta, alle altre che l’hanno preceduta:

“…or che a olezzar n’andrai
là dove sono i tre bei fior che avevo,
dà loro quei baci ch’io donar bramai
tutta la mia vita! – O fiorellin, volevo
una lagrima darti, e larga omai
terra di pianto rasciugar mi devo” 

La poesia, inviata in copia all’Aleardi, trovò il suo pieno consenso tanto che egli la definì “riboccante di dolore e d’affetto uscito dal profondo del cuore”.

Sofferenza e dolore se non piegano l’autrice, la costringono a riflessioni più miti e ad atti di sottomissione alla religione e a Dio con la manifestazione sempre del senso del dubbio che si insinua e si fa strada e con una sorta di bisogno:

“Modular non potrei carme sovrano,
se non si degna infrangere
i miei ceppi quel Dio
ch’io chiamo invano”. 

Ma l’autrice è nota, come si accennava, soprattutto per le tante poesie patriottiche e per il senso di amore che promanano, nel vigore dell’espressione ma anche in certi atteggiamenti di maniera che alla distanza stancano e che datano, per così dire, le composizioni.

Va ricordato che ella vive anni di grandi fatti storici, epocali addirittura, di grandi mutamenti, di cambiamenti radicali i cui effetti sono straordinari e tali da alimentare le più accese passioni, mitizzando e favoleggiando fatti, situazioni e personaggi che vengono idealizzati e quindi si staccano dalla realtà quotidiana.

Il Risorgimento italiano, le guerre, i personaggi come Cavour, Vittorio Emanuele, Garibaldi, l’Unità d’Italia, le conseguenti difficoltà economiche, politiche e sociali generano sentimenti profondi e addirittura radicali e spingono alla rivendicazione del Paese natio. E l’autrice matura l’idea della politica che allontana patteggiamenti e accordi e che propende per il recupero e la conquista di una patria civile nella quale gli uomini, senza compromessi, lottano per l’indipendenza. Di qui l’esaltazione della spedizione dei Mille con i molti episodi impliciti, il canto accorato per il recupero di Venezia, l’esaltazione del coraggio di Giuseppe Garibaldi, lo sdegno contro il Vaticano colpevole di non voler cedere il potere temporale e la condanna della Chiesa per i soprusi passati e soprattutto quella nei riguardi di Galilei e della sua abiura:

“…O sacerdoti,
se altra bruttura non rendesse iniquo
il vostro nome, troppo grande è questa,
acciò v’insegni il maledir di tutta
l’umanità fremente e perché Dio
da voi fugga lontano inorridito” 

Sono accuse pesanti e certamente dichiarate in un momento di impeto che rivelano il suo atteggiamento anticlericale mentre più naturale appare altrove, ma sempre passionale, come per esempio in occasione della sconfitta di Lissa. Nella poesia ella salva l’eroismo dei soldati per i quali nutre ammirazione ed affetto materno:

“O figli, vi ho perduto figli invitti,
per voi superba, in fra le genti andrò,
che altrui narrando i miei duri conflitti
milioni di prodi additerò:
milioni di prodi e un sol Persano:
un sol Persano! Ascoltalo, o stranier” 

E non ci attarderemo ad analizzare le tante poesie in onore dei molti personaggi. Ricordiamo solo qui, per tutti, la poesia “Per la morte del conte Camillo Benso di Cavour”

“O Patria mia, vedo il tuo lutto e il pianto,
e la sventura che ti spinse in fondo
d’inaspettati affanni,
nel giorno de la gioia
suprema in cui percossi
da la tua spada spaventosamente,
con prodigio repente
caddero i tiranni!
Vedo l’angoscia più del pianto amara,
vedo il pallor profondo
de la bella tua fronte,
e il vedovile ammanto
che ti riveste, e mi desta in core
il senso del dolore! O Italia mia,
piangi, che bene in questo dì n’hai donde,
a lamentar sol nata
eterna sventurata!…” 

Ma ci piace chiudere con un richiamo non patriottico, a versi composti in età giovanile, quando aveva poco più di vent’anni, versi che ce la restituiscono genuina, autentica, semplice, come preferiamo immaginare fosse la sua persona:

“E ti rividi, o cara, e sul mio viso
volarono i tuoi baci,
e m’han mostrato in terra il paradiso
pochi istanti fugaci.
E che palpiti, e quanto
desio di gloria mi si accrebbe, e ardore
di rimanerti accanto.
E noi vivremo come in Ciel vivranno
gli Angeli del Signore,
d’amore e d’armonia misti a un affanno
che fa sublime il core…”

 

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