APT Basilicata

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Basilicata turistica

Bochicchio Vito

Vito Bochicchio nacque in Avigliano il 5 gennaio 1909.

Primo figlio di una famiglia numerosa, emigrò a Torino all’età di sedici anni e fu apprendista presso gli stabilimenti della Fiat. Seppe abbinare lavoro e studio conseguendo il diploma di abilitazione magistrale e, dai primi anni cinquanta, si dedicò all’insegnamento.

Curò numerose ricerche storiche sui castelli della Basilicata e scrisse racconti e storie in dialetto aviglianese pubblicati su varie riviste.

Ebbe anche una breve parentesi amministrativa, in qualità di consigliere prima ed assessore poi, al comune di Potenza. Ha pubblicato il volume di poesie dialettali “T’arecuorde”: prima edizione nel 1979; seconda edizione nel 2000.

E’ deceduto il 5 ottobre 1995.


La poesia dialettale

Percorso culturale di Mario Santoro

La poesia di Vito Bochicchio mette in luce la ricca filigrana di sostanza colta e di documento di grande valore; è poesia sovente costruita in perfetta fusione di dati concreti e allusioni impalpabili che spesso si scioglie in un canto evanescente eppure solido ad un tempo, ansioso e dolente, dolce e malinconico, rassegnato ma non domo.

Nella seconda edizione del volume "T'arecuorde…" essa si propone, o meglio si ripropone, come un percorso a ritroso nella mente e nel cuore, come poesia dell'anima, capace di varcare i muri o le barriere della stessa per annidarsi nella parte più profonda dell'inconscio, individuale e collettivo, e scuoterlo dal profondo, realizzando collegamenti generazionali con naturalezza - in altre circostanze inimmaginabili - eppure con la forza dell'attrazione delle sue espressioni poetiche.

Merito particolare assume poi Bochicchio perché opera attraverso la lingua dialettale, quella aviglianese, certamente più immediata nella sua forza di penetrazione, nella prepotenza della " concettosità", nella immediatezza del richiamo e dei rimandi, nella musicalità ritmica con tanto di primigenio, se non anche forse di ancestrale, ma anche più difficile da rendere oltre il senso del letterale e più facile a far precipitare nell'autolesionismo della semplice onomatopea o dell'assonanza da ottenersi, anche troppo facilmente, per sconfinare, come accade a molti, nella sonorità chiassosa o, addirittura, deflagrante, con il rischio di spogliare il verso della poesia e di tradire la stessa.

L'autore sa essere vigile e rigoroso e realizza momenti di magia e quasi di sospensione della parola che si affida a inferenze e connotazioni straordinarie e speciali, operando tagli netti quando occorre e generalmente non indulgendo in compiacimenti e in godimenti un po' fini a se stessi. Egli possiede la parola, la plasma e la piega a suo piacimento, la utilizza in contesti chiari e luminosi e in ostrutti precisi, senza sforzo apparente come se tutto gli venisse naturale.

A tratti si ha la sensazione di uno scivolamento delle espressioni, di un raccontare fiabesco e soprasegmentale, di una partecipazione distaccata eppure presente, della riproposizione di un mondo che era quello che era, nel bene e nel male, ma forniva indicazioni di certezze, sia pure a volte amare, e che ora, nella rivisitazione dello stesso, spinge il poeta ad affidarsi alla ricostruzione di ambientie fatti, di circostanze e situazioni, di momenti specifici e particolari, e si poggia su pochi tocchi capaci di riproporre suoni, odori, profumi, palpiti, sensazioni anche fisiche in una cenestesia che, via via, si fa totale e totalizzante.

E così la sua poesia si connota come fortemente collegata al suo mondo e diventa, per dirla con la sottolineatura attenta e puntuale del decano dei poeti, Giulio Stolfi, canto dell'appartenenza, nel quale, come evidenzia Vittorio Gianturco, le immagini colorite ed antiche della nostra storia si impongono. E mentre Flaminia Rosa pone l'attenzione sulla forza del dialetto anche in chiave didattica e Rocco Colonnese sottolinea l' onestà intellettuale e morale e la figura dell'insegnante, il poeta Tagliavini esalta il ruolo della donna che assume il valore e la funzione di personaggio cardine nella poesia di Bochicchio.

Ci sono elementi che ricorrono sovente, come il senso della vita o una sorta di

religiosità, tutta dialettale anch'essa, o, se si vuole, una specie di iconolatria che è quella impressa nella memoria dalle rigide e assorte statue di santi buoni e di madonne pietose delle chiese. E ci sono modulazioni in cui sembra di sentire l'eco della poesia di sempre, una sensibilità acuta per le cose del mondo esterno da cui nascono e si dipanano metafore che da sole sembrano reggere il tempo e i ritmi delle poesie.

E i temi si snodano leggeri, conseguenziali, carichi di sottintesi da cogliersi, tuttavia, con facilità anche quando appaiono nuovi. E sono accadimenti naturali, "Ricordi di gioventù", "Ritratti", "Quadretti", e ancora "Rimembranze", e infine – ma si tratta di un processo del tutto normale – non può mancare, anche per un processo temporale, il "Canto vespertino", ossia il richiamo al tramonto nella molteplicità e nella polivalenza dei significati, con nella chiusa la "Prehiera ri la sera" che non solo segna la fine del giorno, ma sigilla quasi tutto il senso della vita, e, a doppia mandata, ferma la raccolta delle poesie che varcano il muro del tempo con la speranza, straordinariamente dolce e tentatrice, della intramontabilità; speranza di cui il cuore del poeta - per sua dichiarazione semplice - era pieno sempre, quando

La vita me cantaia mpiétte
cume na seréne 

E ciò, nonostante il peso del destino, dal momento che

"catacchi ancore
lassai lu nire
a sule sule m'abbiai pe re bbìe
ri lu munne". 

E pare quasi di vederlo il poeta, che ora percorre altri sentieri e altre strade luminose, partire alla volta della lontana città di Torino – col rimando all'efficace apertura del libro con tanto di richiamo a una storia delicata o una fiaba -

Egli incarna non solo una vicenda personale ma anche la storia collettiva di tanti, forse troppi, nel fardello leggero ed enorme delle speranze, nella tristezza cretosa dell'abbandono, nell'accettazione, rassegnata ma non doma, del destino da compiersi ad ogni costo.

Lo rivediamo nell'immagine dell'addio della madre che a distanza di anni torna a farlo soffrire, di una sofferenza dolcemente triste che solo chi ha conosciuto il senso lacerante del distacco e dell'addio, ancorché dignitoso, può cogliere appieno.

Si apre così il dialogo continuo del poeta con se stesso, con la sua infanzia, con il passato che torna, ora vivo e palpitante, ora a strati e per enormi dimensioni. E compaiono i desideri acuti e silenziosi, le voglie scomposte, i bisogni profondi, le urgenze che scavano malinconie a palate, i ricordi che i cassetti della memoria

custodiscono gelosamente e che solo a tratti, quasi fossero forzati o magicamente aperti, consentono l'uscita per richiudersi di botto ed impedire il franamento dell'uomo.

E il poeta, che è essenzialmente e prima di tutto uomo, li esprime a tutto tondo, senza timori o veli di vergogne e testimonia la sua voglia di tornare, almeno una volta, a rivivere il miracolo del risveglio al fruscìo delle gonne della madre in movimento:

"Cume la vurria vré turnà
aimena na vòta, cume tanne!
Me vurria arreveglià nu matine
a lu frusce ri lu sciusce sui
a guardarla chine ri prescézze" 

Niente abbracci, carezze, sdolcinatezze, ma tutto il livello di emozionalità sembra fermarsi e consumarsi nell'immagine della visione, quasi un'ombra palpitante e leggera, preceduta opportunamente dal richiamo al mandorlo, annunciatore precoce della primavera.

Altrove il dolore è affidato, nella sua tragicità, all'immagine estremamente nitida, tagliente e decisa della sua essenzialità:

" la povra mamma sfurrav'a chiagne,
turcennese come na talvòse" 

Si apre del tutto lo scrigno della memoria dell'autore che non riesce più a fermare l'ondata dei ricordi che rischia di trascinarlo via anche se egli è bravo e, al tempo stesso rigoroso e si concede solo a sprazzi, forse per evitare la resa incondizionata e il franamento cui si faceva cenno.

E compare il cielo della sua infanzia, carico di stelle e di magie

a la funestra hrann ri lu cièle.

Ed ora l'elenco degli eventi, che fungono da tasselli, mai freddo e sterile, potrebbe continuare, con la smania e l'insonnia per la partenza per il Monte, con l'uovo della Pasqua da conservare per i tempi di magra, con i pomeriggi estivi e fermi nell'aria immobile, con le attività più semplici e quotidiane, con gli accadimenti comuni che il tempo rende magici, con l'abbigliamento di Zi Runate ri zia Cia - con tanto di

"quappièdde tise, di sottacanne, di quapane, di vracune e di scarpune cegnate cu ri
llasce ri crine ri sciummente - con l'immagine di "zia Scenne paceintosa" o di zi Cola
che " camenaia" sempre "tise tise "

 

e presentato con un giusto velo di ironia e, ancora, con la straordinaria immagine del Natale antico, affidato alla poesia dell'amore che trionfa sempre tra i giovani nell'occhiata furtiva ma anche nell'originale lancio delle arance da parte degli uomini che, anziché cadere nel grembo delle donne colpivano, intenzionalmente o no, i capelli e le spalle delle stesse che custodivano gelosamente il dono nel seno tra schiamazzi inevitabili e facilmente decodificabili e disambiguabili.

E vale la pena di fermarsi un attimo a questa immagine per sottolineare la potenze del dialetto e la forza del significante che sa trascendere la parola con la sua comunicazione profonda, a patto che lo si riconosca nelle sue inferenzialità e che non lo si sciupi nel tentativo vano del significato razionale che, appunto perché tale, resta ancorato al denotativo.

Sono immagini che vanno oltre e possono essere comprese nella loro portata fortemente evocativa su più strati di riferimento senza che se ne tenti la spiegazione.

"Quanta travaglosc-cle a cuosc-che
Facèrne quédde gnazzose,
stupannese stupannese mpiétte
lu rone ri gli nnammurate!" 

E la poesia c'è tutta ed è affidata al contrasto dei travagliosc-cle e dei cuosc-che da un lato e del verbo opportunamente ripetuto due volte "stupannese stupannese" per dare il senso non solo della preziosità del dono e alla gioia di essere state prescelte, ma anche del piacere e del compiacimento tutto interiore della custodia dello stesso tra i seni, ossia nella parte del corpo che assume su di sé il senso della intimità e della femminilità sicché la vanità espressa dai " travaglosc-cle" e dai " cuosc-che" passa quasi in subordine, come è giusto che sia o serve addirittura ad esaltare la gelosia del sentimento

che va vissuto intimamente.

L'autore sa utilizzare termini ed espressioni con finezza e lo fa con moderazione e con giustezza dilatando le sensazioni e non fermandosi mai soltanto all'auditivo che pure ha la sua forza d'attrazione. Basti pensare a versi come

"Mbratante la luna ianghe,
ncièle, cu re stédde
se ne scie a lu suonne" 

dove già l'apertura ha quel senso di magia che dall'orecchio scende al cuore con una dolcezza strana e misteriosa che sa di antico. Il sapore è tutto affidato al musicale avverbio di tempo "Mbratante" e alla chiusa "se ne scia a lu suonn" che richiama certi cammini della fiabe dove l'allontanamento e di per sé magica promessa. E, ad impreziosire l'arcano ci sono la luna bianca e le stelle e il verbo dialettale "scie" involontariamente pronto a giocare un doppio significato: l'atto dell'andare lento e sognante del suono "sc"; il richiamo della lingua italiana alla scie di stelle e agli strascichi della luna.

Altrove il suono si fa eccezionale onomatopea, senza esagerazione, come il clupt clupt dell'acqua che accompagna la colazione a base di pane e peperoni e il cui rumore straordinario per le significanze implicite ha il potere di arrivare fino alla piazza che si connota come cuore della città e che è, per tutti quelli che la frequentano, piazza del cuore.

Ci sono termini, dunque, che da soli possono fungere da pilastri di riferimento e sono documenti preziosi di un dialetto destinato a corrompersi come qualunque lingua e anche con rapidità e proporzioni più vistose. Ne citiamo qualcuno pescando quasi a caso: Catacchi, Strumml, Trizzarule, Cutecuta, Attlufutte, A cciorce a cciorce, Hrattapuopele, Paraualane… Termini non solo carichi di sfumature di suono sulle quali si appoggiano in parte i significati, difficilmente traducibili se non mediante un giro di parole, anche qui da prendere così come sono e da godere. E abbiamo ancora parole come "Talvose, faunette, quatrale, mmécce, quasciabbanche, hrèscia, cautarògne, cànzele", o espressioni come "Procch'nada la farina", "Se facerne a ccécche", "Luànnele attunne lu ntennacchie".

Ma c'è ancora tutto il mondo contadino e paesano, con le tradizioni e le abitudini, mai raccontate nei dettagli ma sempre efficacemente affidate ad espressioni e a situazioni particolari in un quadro di riferimento unitario e comune.

E così non mancano "nzerte ri peprìne" o elementi ornamentali " aurecchine r'ore, curnèdd, zacarèdde", per non parlare poi dell'abbigliamento maschile e femminile:

"Cammesine, iuppone "

E le professioni: " Scuarpare e Cusiture" con in testa zi Runate ri Sciasciammonte che, tuttavia, amava fare le imitazioni, " Vrazzal, Pastur, Massar, Crapare", ma non manca l'artista della carta pesta, il creatore di maschere, il suonatore di organetto, E ci sono nomi che da soli fanno poesia: Zia Nella ri Chichi, la nora ri Nardvite ri Miracule, Mingantonie, zia Bbètte, zi Cola ri Luiggeicch, Zia Seppe ecc.

E non mancano metafore, appena abbozzate o esplicitate, ma sempre efficaci:

"Prima ca lu monte se mette
lu quappucce ianche." 

Fin qui Bochicchio con la forza poetica della sua poesia, con il suo meraviglioso

viaggio nella memoria, con la riproposizione, in sovrapposizioni multiple di immagini a catena, con la morbidezza vellutata di certi passaggi, con l'emozione che dal subconscio affiora e, a tratti, forma un nodo alla gola, con la piacevolezza della scoperta, con il proposito del ritorno alla lettura che appare sempre nuova e capace di offrire diverse suggestioni.

Ma il microcosmo del mondo contadino e popolare si arricchisce anche degli elementi più sfuggenti e particolari e si completa quasi con altri scritti in prosa. Infatti Bochicchio è anche autore di numerosi racconti e storie, che vedono al centro l'uomo e sono sempre scritte in dialetto aviglianese e pubblicate qua e là su varie riviste.

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