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Basilicata turistica

Brenna Maria

Maria Brenna è nata a Reggio Emilia ma è lucana di adozione.

Vive e lavora a Potenza.

Ha studiato le lingue straniere conosce il tedesco e lo spagnolo ed ha insegnato lingua francese nelle scuole medie e negli istituti superiori.

Ama la buona musica e le arti in genere, legge autori italiani e stranieri e privilegia la poesia.

Ha pubblicato:

  • “Gocce di cristallo”- (poesie) – Paolo Laurita Editore – Potenza – 1998;
  • “Trasparenze di luci” – (poesie) – Paolo Laurita Editore – Potenza – 2002.


La poesia di Maria Brenna

dalle “Gocce di cristalli” alle “Trasparenze di luci”

Percorso culturale di Mario Santoro

Il primo volume di poesia di Maria Brenna dal titolo “Gocce di cristallo” indica sostanzialmente un itinerario a ritroso seguendo i sentieri della memoria fino alla più tenera età, ossia all’infanzia che è sempre presente o torna insistentemente con un che di pascoliana memoria: “ Voci remote, voci lontane,/ intense,/ or dolci, or struggenti./ Voci di chi?/ Voci da dove?”. Altrove i versi richiamano autori come D’Annunzio, o Leopardi, e qualche volta Carducci e non mancano riferimenti a Metastasio.

Ovviamente si parla solamente di echi perché l’autrice sa mantenere le distanze anche se sul piano del linguaggio si tratta del suo mondo, quello che ella ha scelto come il più significativo a rappresentare la sua poesia e a testimoniare la sua spontaneità e la sua voglia di scrivere secondo il fluire dell’anima. Non ci sono tentennamenti di sorta e anche sul piano terminologico c’è abbondanza di riferimenti. E così sono presenti termini quali “ Umiltade, trastulli, campanil”o espressioni verbali del tipo “Preannunciavasi, dicea, parea, tremolar, compendian, scrosciar, trionfar,”e qualche volta il ricorso alla lingua francese nella sua dolcezza “Bijou, Abat Jour, nonchalance, querelle, rendez-vous.

Tutto avviene con il massimo della naturalezza così come i temi toccati risultano semplici e senza artificiosità. E sono silenzi costruttivi che richiamano dolci ombre del passato o si tratta di un sogno mai realizzato ma non per questo meno bello: “Purtroppo non fu!/ Rimanesti nei sogni / ma ancora più bello ed amato / perché quell’immagine / ormai m’appartiene “, o ancora meditate riflessioni sulla vita o il richiamo al presente di una persona terribilmente cara attraverso l’immagine di un ritratto. Ma ci sono anche mari con orizzonti lontani e spiagge brulle e più lontano ombre e luci con metaforico richiamo alla morte e alla vita e quando la meditazione sembra poter cadere nella tristezza ecco che la Brenna si scuote ed inventa “Il mondo delle fiabe” con tanto di bimbi e fatine, con “Neve a pan di zucchero / alberi infiocchettati / il boscaiolo e il leprotto / Pinocchio burattino... / 

E ci sono anche lune che occhieggiano e sorridono, o giocano a nascondersi e tornano a brillare, ignare quasi della cattiveria e delle brutalità del mondo che pure dall’alto devono osservare e nubi che si rincorrono leggere, e pioggerelle che cadono dal cielo che a notte si trapunta di casette di stelle realizzando quasi un mondo di magia nel quale la malvagità sembra essere accantonata volutamente e un chiaro ottimismo sembra prevalere, per scelta consapevole e responsabile.

Le tematiche entrano nella quotidianità, nella sperimentazione giornaliera delle piccole importanti cose: il pane riacquista il valore di essenza della vita; un vecchio abat-jour rimanda ad un lontano passato; una gabbietta segna la solitudine non triste di un uccellino che, ignaro quasi di quanto accade fuori, continua imperterrito a gorgheggiare; infine, ( ma l’elenco potrebbe essere assai lungo) compare il cagnolino Bijou, nel ricordo malinconico e rassegnato dei giochi ma anche della sua scomparsa.

Tutti questi elementi si caricano di valori simbolici e richiamano altri simboli per lo più interiori o spirituali sicché ritroviamo ritratti, pensieri improvvisi, sorrisi di bimbi, aneliti, sogni, speranze in una progressione serena e disincantata.

In questo modo il denotativo cede gradualmente il posto al connotativo ma non in via definitiva, quasi con una sorta di alternanza che non segna distacchi netti e separazioni fredde ma una forma di connubio che si realizza spontaneamente, in maniera del tutto autonoma approdando spesso ad una visione di fiducia e di fede, come accennato, che funge da elemento catalizzatore e che si respira e si coglie in maniera impalpabile anche se qua e là si fa più evidente nei dialoghi interiori con la divinità che sono vere e proprie dichiarazioni.

“ Dovunque io mi volti,/ ovunque io guardi / vedo Te, o Signore. “( E c’è un che di Metastasiano!); “ E poi? L’Eterno / in cui il pensier s’adagia / e si rinnova.”; “ Dover suo è il vivere / in operosità costante/ in vista dell’eterna fine“; “ D’un tratto / nel mistero della sua lontana esistenza / mi apparve la Sua Immagine / Gesù”.

Questo è il mondo poetico letterario della Brenna: impalpabile e leggero, soffuso e variegato, popolato di simboli e di riferimenti concreti nella loro quotidianità, ricco di spunti e di richiami forti al passato che non vive in contrasto con il presente, positivo e ottimista, pronto ad accettare anche le avversità con spirito di pacata rassegnazione, capace di rifugiarsi sotto le ali del perdono della divinità.

Si potrebbe dire un mondo umile nella sua semplicità, più calato nel sogno e nell’irreale che non nella oggettività quotidiana, nella quale pure l’autrice vive con compiutezza ma si impegna sempre a sollevarsi sulle punte, ricercando in ogni situazione le linee del bene e dell’amore che a volte assurgono a solidarietà universale e ciò costituisce una sorta di guida interiore personale che l’accompagna e le rende il cammino sicuro.

Nel secondo volume “Trasparenze di luci” la poesia di Maria Brenna segue il solco tracciato dal primo ma va oltre una sorta di arricchimento e di completamento dello stesso perché assume connotazioni e specificità che la rendono propria ed originale con le sue indulgenze al dialogato interattivo, alle sospensioni pulviscolari, alle rarefazioni, diffuse e delicate fino all’impalpabilità, alle frantumazioni in cristalli minuscoli o, a tratti, in petali, nell’insieme armonioso del suono argentino, oppure ovattato e come vellutato, alla forza attiva e, a volte, prorompente, dell’io che è sempre vigile e presente - nelle dichiarazioni aperte come nell’occultamento apparente - e che si fa, di volta in volta, ardito, prudente, timoroso, sicuro e non per una sorta di mascheramento, di apparenza, di camuffamento o di giuoco delle parti, ma piuttosto per una maniera individuale, personale, di vivere.

La verità è che se il “linguaggio traveste i pensieri” per dirla con un’espressione efficace di Wittgenstein, e se ciò accade soprattutto in poesia, nel caso della Brenna, esso è vero a condizione che ci si intenda sul senso del travestimento perché la linea di conduzione è sempre chiara e lineare distaccata, piana, leggera, fragile, logicamente connessa, con spostamenti minimi.

Già, pare proprio così. La poesia di Maria Brenna potrebbe assumersi con il canone dell’apparente facilità di composizione: linearità, semplicità, ricerca di una qualche sfumatura di rima, ritmicità ora blanda, ora musicalmente piena, ora ancora votata al versante della onomatopea, ma sempre nell’equilibrio e nella compostezza terminologica ed espressiva con qualche ancoraggio al passato nel nitore dei ricordi e nella limpidezza delle immagini.

In questo quadro espressivo-compositivo si situano temi vari e non dichiaratamente tormentosi, né ammantati di pessimismo, spesso guardati retrospettivamente con il disincanto della parola filtrata dal tempo e con una sensazione di appagamento consapevole e pieno non disgiunto da un velo di tensione emotiva e di lirismo che assurge a carattere di purezza.

E’ questa una sorta di “conditio sine qua non”. In netto contrasto con le urgenze o meglio con le esagerazioni del post moderno la Brenna si pone con la sua poesia che è permeata tutta di religiosità, di preghiera, di inno al creato e al Creatore, di incanto, di stupore, finanche di sbigottimento, di convinta accettazione e di fiducia piena. Poesia che segue un cammino tematico fiabesco, che scivola per sentieri e per boschi indefiniti ed indeterminati, assume condizione di magia, utilizzando tutt’intorno un clima di sicurezza, di splendore, di ottimismo, di certezza, di incrollabile fede e creando quasi un mondo protetto, irreale, fantastico, miracolosamente capace di vivere e sopravvivere alle contraddizioni assurde e agli sconvolgimenti sociali che lacerano il mondo In questo senso la poesia diventa àncora di salvataggio, porto di quiete, approdo sicuro, speranza salvifica concreta, punto di riferimento, faro di luce, proiezione continua e costante. Ma vale la pena seguire il percorso poetico.

Il volume si apre con le “Emozioni” e l’avvio ci ricorda appunto le storie narrate accanto al fuoco e le fiabe facendoci avvertire già il gusto e il sapore delle stesse: “Me ne andavo tutta sola”. La stessa espressione viene riproposta nella chiusa come ad indicare il senso della vita che continua oltre la individualità caduca e passeggera. 

Possiamo immediatamente notare, per richiami e salti di tempo, che qui non c’è la sofferenza del “Solo e pensoso” petrarchesco, nella facilità dell’accostamento e nella differenziazione implicita, né la solitudine induce qui alla malinconia e al logoramento; c’è al contrario, il desiderio di osservare e di entrare in comunione con gli elementi della natura; c’è, a farla breve, tutta la maturità della poetessa, che conosce il senso della vita e le contraddizioni dell’esistenza e che può apprezzare il valore della stessa nel bisogno quasi di identificazione, di osmosi, di integrazione totale.

Per questo, altrove, potrà dire: “Jésu est de l’histoire/mais Il dépasse l’histoire”

Tanta consapevolezza è tuttavia ammantata dal dubbio, e dal bisogno insopprimibile e sempre presente di avvertire la presenza di un essere superiore, quasi una sorta di immanentismo:“Ma dove, dunque?/Dove? Certamente./Dove, Inscientemente./Ma dove?/Al di là/Oltre il muro visibile”

Sfilano così i ricordi di “capelli di setata lucentezza”,“fattezze regolari”,“solitari con le carte”, tasselli di un tempo passato non invano che premono sull’anima e feriscono, spingendo l’autrice a tentare spazi lontani, quasi con la tecnica della dissociazione. E così tornano albe, tramonti, fiori di campo e mattinate di primavere, con prevalenza dell’elemento descrittivo pur in una chiave di larga introspezione. Il clima di rarefazione si è così creato, quasi una specie di sospensione dell’anima che spinge ad amare indifferenziatamente e fa tendere le mani verso il caro vecchio Clochard, la cui gravità non è certamente attutita dall’eleganza del termine e dall’apparente nonchalance della denominazione.

E così può scrivere: “C’era una volta…/Chi?/Che cosa?/Un sogno!/Un sogno aereo, alato/leggero, imprendibile/eppure palpabile/nel suo essere”

Già il sogno è forse l’elemento costante nella poesia di Maria, mai troppo scopertamente dichiarato eppure sempre presente, come una specie di ombra leggera e vellutata, impalpabile, fatto ad occhi aperti, realizzato momento per momento, inventato, creato dal nulla o quasi.

Ma ugualmente sognanti sono tutti gli altri riferimenti: la mamma che non abbandona mai e che lascia in fondo all’anima il senso della sua esistenza; il desco con l’acre odore di fumo; le quattro sedie; qualche vaso di fiori; “le buone cose di pessimo gusto” si potrebbe dire parafrasando ancora Gozzano; il faro con l’incandescenza della sua luce prima del buio; la mano come tela al vento nella vana attesa; la quotidianità degli incontri; la solitudine impalpabile che diventa cara amica come la sera alla quale la poetessa chiede dolci pensieri; i crinali dei monti ad esaltare Dio; la quotidianità delle piccole preziosità della festa del patrono e così via.

Tutto questo mondo frastagliato e variegato, semplice eppure complesso, minimo nei richiami e nei riferimenti, particolare e significativo, viene reso, per quello che è o che si vorrebbe fosse, dal linguaggio, che ha radicamenti nel primo Novecento con richiami diversificati, sempre addolciti nei suoni, sempre delicati nel palpiti, quasi tendenti al neutro o meglio al pastellato e rifuggendo i toni accesi; linguaggio che non ricorre alla forgiatura, ma che ha forza lo stesso, che non si fa temperare, ma penetra ugualmente, non ricalca contorcimenti e schizomorfie; linguaggio, infine ad ampio respiro pur spesso nella brevità espressiva e nella voluta semplicità.

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