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Basilicata turistica

Brescia Giuliana

Giuliana Brescia è nata a Rionero in Vulture nel 1945 ed è deceduta a Bari nel 1973 all'età di 28 anni.
 

Sue pubblicazioni postume sono:

  • Poesie del dubbio e della fede - Ed. Laurenziana - Napoli - 1984;
  • "Versi affiorati dai cassetti"- Edizioni Osanna - Venosa - 1985
  • "Altri canovacci che non scriverò e Miscellanea" - Ed. Laurenziana - Napoli - 1985


Oltre le suggestioni biografiche

Percorso culturale di Mario Santoro 

Ancora forte è la suggestione che promana dalla biografia di Giuliana Brescia e che tende a contaminare il giudizio sul piano letterario per le notazioni intrinseche, per la partecipazione, sul piano emotivo alla esistenza breve dell'autrice.

Proprio le notazioni biografiche suggeriscono facili comparazioni con Isabella Morra ed offrono suggestioni legate ad impliciti riferimenti per la linea di comune accostamento e con l'inevitabile rischio della contaminazione e della limitazione, sia per la distanza di secoli che le separano con le implicazioni di costume, di situazioni, di momenti storici e in generale di cultura, sia per l'aspetto familiare e sociale che le diversificano.

Legate entrambe da una biografia assai particolare, per la brevità della loro vita terrena, per una sorta di prigionia psicologica che le ha costrette nei meandri di un'esistenza, per ragioni diverse, labirintica, unite dalla condizione di donna pur nella sostanziale diversità della situazione, anelanti entrambe ad un'esistenza libera da condizionamenti e vittime di un pessimismo più o meno cupo ed evidente, figlie del loro tempo anche sul piano stilistico e della modulazione poetica, vicine nel rapporto con la religiosità e con la fede, vittime di una linea di destino per tanti versi assurdo ed incomprensibile, ed entrambe appoggiate o incatenate alla forza della parola per raccontare attraverso essa il dramma esistenziale tentando di rifuggire atteggiamenti pietistici o di maniera.

Se questi possono essere fili conduttori capaci di creare intrecci e riferimenti ma soprattutto suggestioni vale la pena tuttavia raccontare la loro poesia in maniera separata e distinta perché i percorsi sono decisamente diversificati.

I lavori di Giuliana Brescia sono stati pubblicati dopo la sua morte.

Possiamo ricordare il volumetto dal titolo "Poesie del dubbio e della fede" che rivelano, nell'immediatezza, il carattere della poesie con le ansie, le angosce, i tormenti, i dubbi, la solitudine, la pena di vivere, lo sgomento, il rifiuto dichiarato del mondo nel contrasto da un lato del bisogno di essere, di gridarlo e dall'altro di lasciarsi andare.

Lo possiamo scoprire già nella prima delle sue poesie dal titolo "Ribellione"

"…Scenderò parlerò griderò
che son viva, che voglio, che posso!
E infine, ben venga la morte,
saprò dire anche a lei che disprezzo
questo mondo." 

Si snoda il percorso poetico con momenti di infinita tristezza, con qualche tentativo di bilancio, con la inevitabile stanchezza, con lo scorrere vano delle ore, con gli smarrimenti, il bisogno di amore e di affetto ma anche con i sogni senza le albe:

Non ho più voglia di ridere,
non ho più voglia di piangere,
non ho più la forza di vivere…
… Io resterò immobile,
con negli occhi attoniti
un sogno che non vedrà l'alba. 

E subentrano i ricordi più o meno lontani, ammantati di sogni o "di tele di sogni", di silenzi, di illusioni, di mancanze e di bisogno di credere, prima di chiudere con la poesie "Commiato" dedicata ai genitori dove è insistente ed autentica la sua dichiarazione d'amore per essi.

Il secondo volume ha per titolo "versi affioranti dai cassetti" e presenta in chiusura canovacci di storie e racconti.

Se Roberto Mandel al 20° Festival della poesia italiana contemporanea sottolinea il senso stoico di quasi indifferenza e di distacco verso la vita, risultando tale giudizio forse poco profondo e meritevole di maggior ripensamento e se Tommaso Fiore rievoca in Giuliana la testa pensosa e le trecce d'oro di Laura, con un richiamo di grosso effetto emotivo e con accostamento alla figura femminile più importante di Petrarca, sia pure appena accennato e non del tutto giustificato e puntualizza la carica di significatività delle immagini e la tensione del cuore verso le voci misteriose della natura e se Enzo di Poppa pone l'accento sulla capacità dell'autrice di interrogare la natura e di problematizzare il senso dell'esistenza, seguendo una linea di pessimismo anche accentuato e in correlazione con la giovane età, se tutte queste cose possono assumersi come accettabili, forse il giudizio più rispondente e completo ma anche abbastanza, risulta quello di Giuseppina Cervellino Masiello che parla di voce dolente di poesia, di espressione profonda di un sentimento universale, di testimonianza appassionata, di una tristezza antica e presente. E tale giudizio, che mi pare si possa condividere, sembra fare il paio con quanto scrive altrove: "Giuliana diviene la testimonianza di una ricerca esistenziale, che scava il perenne dualismo tra ragione e fede, scopre l'universalità del dolore e canta, con la voluptas dolendi leopardiana e la toccante sensibilità proustiana, la sinfonia della vita e il cupo presagio della morte".

Pure degno di attenzione mi sembra il rilievo di Maria Rosaria Curto che sottolinea la musicalità e l'intensità dei versi nel dramma di una donna che si fonde nella poesia e ugualmente mi pare attendibile quanto scrive Enrico Schiavone che indica nel percorso poetico di Giuliana la storia della morte, ma pure della vita che si riafferma attraverso la espressività della parola che mette a nudo la sua anima.

Ed è proprio la parola di Giuliana, la parola poetica ad imporsi, ma senza forza, anzi con delicatezza, nell'armonia della collocazione, generalmente piana e addolcita, come filtrata e stemperata, ritmicamente gradevole, a tratti quasi carezzevole e come scivolante morbidamente nel verso che si carica di suoni appena percettibili e di contenuti meditati ed attutiti nella sofferenza pure evidente che da soggettiva tende a diventare universale e come tale ad appartenere a tutti i lettori, in tutto o almeno in parte.

Ma seguiamo un po' il percorso di Giuliana attraverso l'analisi del volume "Versi affiorati dai cassetti."

Al sogno vago di Isabella di poter un giorno raggiungere il padre sembra fare riscontro quello di Giuliana nella poesia "desiderio di nuovo": sogno vago e indefinito e forse indefinibile di partire, di vagare in luoghi del desiderio per dimenticare, per lasciarsi alle spalle il passato, mai raccontato e mai configurabile con questo o quell'evento ma ugualmente noioso, triste o semplicemente molesto, ma anche per cercare con occhi nuovi e per ritrovare l'anima giovinetta di un tempo. E quindi già compare fortemente dichiarato una sorta di ripiegamento su se stessa e una linea di percorso a ritroso, quasi a voler ripartire da zero.

Il sogno, dunque, che libera dalle ansie ed è ristoratore, accompagna l'autrice e si affida, nella linearità dello stesso, alla pulizia del linguaggio, alla semplicità del verso che assume connotazioni di morbidezza vellutata.

Si apre così l'itinerario lirico, a forti tinte, o a tratti pastellato, nell'ambito dell'intimismo e della fragilità individuale, ma anche con toni di malinconia dichiarata e sofferta, con sospiri e rimpianti indefiniti, nel contrasto tra la vita e la morte che richiama, per associazione di idee, altri contrasti.

"I miei sogni si sono
persi
nel deserto desolato
della realtà" 

scrive la giovane poetessa e la modulazione delicata e dolce, quasi neniata e ipnotica, con accostamenti a certi versi di dickinsoniana memoria, si ripropone anche altrove e costituisce quasi una sorta di filo conduttore sul piano stilistico, narrativo e formale:

"Ho lasciato vagare
sui campi
bianchi di neve
il mio sguardo". 

Dolcezza e musicalità che sembrano bene accompagnarsi, con il richiamo tematico - contenutistico, all'ansia di un'anima in pena per non sapere, o non potere, donare ciò che vorrebbe e sente che dovrebbe e per riuscire, a volte, a porgere solo il senso di un'illusione che, come tale, risulta vuota e insoddisfacente.

"Vorrei poter donare
quel che mi chiedi
senza saperlo
e non soltanto l'illusione
di essere amato" 

La malinconia, con la sensazione di qualcosa irrimediabilmente perduta, torna sempre e con insistenza, senza farsi tuttavia ossessionante ed opprimente, per la capacità dell'autrice di saperla raffrenare, di trattenerla e di farla affiorare appena dall'anima, poco alla volta, dosandola con saggezza e ammorbidendola o collegandola, sovente, alla fanciullezza passata, alla sete ardente e inestinguibile, alle notti insonni, al cerchio angoscioso che stringe alla vita, alla morte con l'ansia e la speranza che

"venga a chiuderci gli occhi
per un'ora o per sempre" 

E così il sentore del tempo andato si trasforma in cose vane anche se, a tratti, e quasi imprevista e improvvisa, sembra apparire una strana voglia di ripresa:

"Ho voglia di imparare a vivere"

che sembra prepotentemente richiamare il mestiere di vivere di Cesare Pavese con tutto il riferimento alla vasta problematica del male di vivere che attraversa il novecento letterario italiano e che diventa pena di vivere, sofferenza, incapacità, condanna da scontare vivendo e altro ancora.

Strana voglia di vivere, che, in realtà, è solo di un palpito, un attimo, un momento di quasi folgorazione prima di ricadere, ancora più convintamente e pesantemente, nello sconforto.

"Il mio cuore non sa
aprirsi alla vita
e il tempo
l'ha come svuotato
di quei sogni che avevano
sapore
di dolce presente
e di un domani
di poesia" 

Poesia come momento di catarsi o come elemento salvifico ma non duraturo e comune a tanti grandi poeti, da Foscolo a Montale, solo per tracciare una linea indicativa. Poesia come aggancio estremo ed illusione prima di ripiombare nel travaglio intimo e straziante dell'incessante rovellìo che si tramuta o prende forza da segmenti improvvisi, delusioni ritornanti, monotonie opprimenti, bolle di vuoto, disincanti evidenti, lamenti inevitabili, ironie prossime alla satira, turbamenti profondi, smarrimenti certi, simulacri e visioni in un intrecciarsi continuo e sconnesso che costringono al ripiegamento di se stessa nel vano tentativo di interrogare il proprio cuore.

E se prima la poetessa si domanda:

"Oh, perché io devo
attendere sempre?" 

e poi dichiara:

"Ho paura
di ritrovare in me
parole
speranzose della vita", 

alla fine tutto diventa certezza nella negazione:

"Io cantavo del cielo
e quante stelle già conoscevo,
le ho spente:
lucevano troppo
sopra gli angoli neri
dell'anima mia". 

E' consapevole che il suo è un canto delirante tanto da dire:

"Ho la febbre e mi sento
impastata di sonno e di follia". 

Altrove ella è anche più diretta e sembra quasi pregare nella previsione del suo ultimo viaggio:

"Me ne andrò.
Non tiratemi il lembo
della veste… ho stanco il cuore". 

E il cuore torna spesso nei dialoghi brevi ed intensi e, pur con le distanze, inevitabili anche sul piano formale, per associazioni di idee che la mente spontaneamente realizza, pare quasi di risentire Gozzano con il suo "Mio cuore monello giocondo che ridi pur anco nel pianto…" Io trovo una certa vicinanza tra i due poeti non certamente sul piano formale perché i due stili sono lontani, ma in quella sorta di accoramento per il cuore giovane nella inevitabile dissociazione immaginata.. E trovo soprattutto la vicinanza nel sentire la morte non come incombente, spettrale, paurosa, seppure assurda ed inconcepibile, ma piuttosto con il senso dell'inevitabilità del suo sopraggiungere, senza far neppure troppo male e quasi ad appianare le sofferenze della vita. Diverso è il punto di partenza: Gozzano la eviterebbe ma se ne fa quasi una ragione nell'attendere la "signora vestita di nulla che tutto che tocca trasforma",la Brescia sente che non può evitarla e pare quasi che anche lei riesca a farsene una ragione.

Ma il percorso poetico continua e, anche se sul piano formale, sembra sussistere una sorta di cambiamento. Non muta l'assetto tematico ma quello stilistico come si può notare nella poesia Autolesionista:

"Sta scendendo la sera
e io leggo appena
le parole che scrivo
ma tutte le sento
dinanzi a me
in fila e minacciose.
Sono pronte
a slanciarsi contro il mio petto
per annientarmi,
ed io ne ho paura, eppure
continuo a farmele sfilare
dinanzi,
lasciando che ognuna
mi segni con una ferita
senza sangue". 

Dunque anche le parole sembrano tradirla, le sue parole, quelle che produce il suo intimo, sembrano rivoltarsi contro irriverenti e la segnano con ferite tanto più profonde perché non visibile e senza sangue. Il linguaggio sembra più crudo, senza alcuna forma di indulgenza, quasi a un passaggio di realtà amara nella accettabilità e nella ineluttabilità come risulta dalle altre poesia a seguire. Nella poesia "Inerte" scrive:

"La spuma bianca
di un mare monotono
s'è spenta
in un murmureggiare
che non ha parole
reali.
Io rimango
sommersa di rena
ad attendere un grido
che mi risvegli." 

E ancora la parola, dopo averla negata e ricercata, torna a farsi poesia come àncora unica ed ultima, come velo di speranza. Perché la poesia di Giuliana Brescia apre alla speranza, senza dichiararla troppo apertamente e la lascia filtrare con delicatezza, quasi una sorta di balenìo e come se si vergognasse ad affidarsi ad essa. Basta considerare la poesia "Parole gradite", positiva già nel titolo.

"Avere parole,
parole da riempire tutta
la mia camera buia
e sentirle alitarmi
sul viso che son vive.
vederle leggére e colorate,
morbide, tènere come drappeggi
di velluto, che coprono
lo squallore bianco
dei muri" 

E che cos'è se non una richiesta tacita di luce, di calore, di speranza di sogno di vita?

E le parole, che da sole non possono più bastare, sembrano abbandonare del tutto e cedere il posto a una luce fredda che in guisa di mille frecce sembra destinata a squarciarle il cuore.

E se la parola viene a mancare subentra la necessità di tacere per chiudere gli occhi alla vita, e ciò indipendentemente dal fatto che aquile volano sul capo della poetessa per attirare la sua attenzione nell'inviolabile azzurro lontano, forse troppo lontano.

Il percorso continua, con alti e bassi, con qualche linea velata di speranza e con chiusure che vogliono apparire totali, con il canto dei passeri come un singhiozzo come un pianto eterno che non ha ragione come il desiderio ardente di

"tacitare il mio cuore
e non vedere
la mia immagine stanza".

L'ultimo lavoro va sotto il titolo di "Altri canovacci di racconti che non scriverò e miscellanea".

Fin qui Giuliana, con il suo dramma esistenziale, ma ci piace chiudere on un riferimento dolce e, per certi tratti crepuscolariano, con la poesia "Ombre irreali" tratta da "Poesie Del Dubbio E Della Fede."

"T'ho amato.
Così, dolcemente
e senza saperlo.
M'accorsi d'un tratto
di piangere lacrime
gonfie d'amore,
sognando la notte
soltanto di te.
leggevo il domani
nel fondo degli occhi
trovando la vita
in un bacio,
nel dolce veleno
di un tacito inganno;
nel sole la gioia
di un nuovo mattino
nel buio la speranza
di un giorno d'amore.
E tu mi parlavi
col cenno degli occhi
stringendomi forte,
baciandomi, dolce.
Ho amato
in ogni tuo gesto,
in ogni parola
non te, ma forse soltanto
un'ombra irreale
di un sogno:
ché il sogno tu fosti
di un cuore, ansioso
di vivere e amare:
e voglio pensarti
domani, per sempre
soltanto così"

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