APT Basilicata

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Basilicata turistica

Colicigno Lorenza

Lorenza Colicigno è nata a Pesaro il 19 10 1943 e vive a Potenza dal 1948. E' docente di Italiano, Latino e Greco.

E' autrice di saggi letterari, tra cui "Percorsi di poesia femminile in Basilicata" del 1995 e "Pirandello tra fiction e realtà del 1993.

Suoi testi compaiono in antologie di poeti lucani.

E' coautrice del testo "Non per nostalgia - Etnotesti e canti popolari di Picerno".

Instancabile animatrice culturale. Ha curato con altri docenti la mostra "La città come ecosistema".

E' stata presidente della Commissione Cultura del Comune di Potenza. Ha curato per qualche tempo la rubrica di detti e proverbi del Potentino "Le parole del tempo" sul quotidiano "La nuova Basilicata". Sullo stesso tema pubblica da marzo 2002 la rubrica "Le parole della gente" sul quotidiano "La Gazzetta del Mezzogiorno".

Dal 1998 è Presidente del Comitato Promotore per il Museo d'Arte Moderna e Contemporanea "OPERA PRIMA", di cui è stata l'ideatrice.

Dal Novembre 2000 cura a Potenza e on line le attività del laboratorio di scrittura creativa "ScriptavolanT".

Per "La Gazzetta del Mezzogiorno" cura la rubrica settimanale "Penna inchiostro e calamaio"- ricettario di scrittura creativa.

Cura annualmente a Potenza il "Reading di Poesia".

E' docente a contratto di Italiano scritto presso la S.S.I.S. dell'Università degli studi della Basilicata.
 

Ha pubblicato:

  • Quaestio de silentio - poesie - Casa Editrice Il Salice- Potenza - 1992

 

 


La poesia

Percorso culturale di Mario Santoro

quale appare dal volume "Quaestio de silentio", presenta più chiavi di lettura e si caratterizza per la sua inevitabile 'ambiguità', tanto sul piano linguistico, capace di appoggiarsi discretamente e intelligentemente alla sperimentazione dello stesso, quanto su quello contenutistico e tematico che evidenzia, in maniera inequivocabile, il senso della problematicità esistenziale, oltre gli schemi consueti o, per meglio dire, delle molteplicità problematiche con gli angoli visuali diversificati.

E questo pone nelle immediatezza il rapporto non facile, anzi complicato e particolare, tra la poesia, come espressione e manifestazione di esigenza profonda e difficile, e il senso dell'esistenza con le conflittualità individuali e soggettive,

In proposito Ferdinando Pappalardo, nella prefazione al volume, sottolinea tra l'altro il contrasto tra vita e poesia, divise da una ostilità sorda e insuperabile e perviene alla ossimorica connotazione denotativa della poesia come elemento di scontro: "La poesia dunque rimane trasgressione, per il solo fatto di dirsi, di darsi: ma non per questo rappresenta una placida oasi, un magico spazio di reintegrazione dell'io, o soltanto un limbo, il rifugio precario e malcerto di una soggettività mortificata dalla vita, di un'identità frantumata dalla storia. Al contrario, l'esperienza poetica non soltanto patisce l'ostilità del principio di realtà, ma ne viene immedicabilmente vulnerata nella sua illusione di autonomia e assolutezza".

Ne consegue che una concezione siffatta della poesia finisca per presentarsi come drammatica e per rappresentare impietosamente una sorta di parodia di convenzionalismi poetici, di cose scontate, di luoghi comuni.

Forse per questa ragione la Colicigno compie un'opera assai faticosa e apprezzabile, se si condivide appieno il suo punto di vista, e cioè si riaggancia ai moduli stilistici e musicali della lirica classica ma contemporaneamente opera una sorta di annullamento o di svuotamento del tessuto melodico fino a rompere la struttura stessa annullando certe valenze sul piano del significato e della semantica e ricorrendo, a tratti, con un'operazione di indubbia intelligenza e di vicinanza all'ironia, alla rima facile.

Pare quasi, per certi aspetti e pur con le distanze temporali e culturali, di riassaporare il gusto un po' dissacratore, ironico e sottile di Gozzano. Solo che il richiamo al grande crepuscolare vale in parte perché la Colicigno tenta, e direi con successo, la strada della sperimentazione, nelle forme accettabili e anche gradevoli delle combinazioni multiple e seguendo il percorso non facile della ricerca autentica consapevole del rischio di produrre una poesia non per tutti, anzi per pochi privilegiati.

E val la pena di richiamare ancora Pappalardo che precisa : "Più spesso però il linguaggio è fatto oggetto di una torsione sperimentalistica che, attraverso il paroliberismo più sfrenato, il pastiche, la stridente mescolanza di un lessico aulico a un lessico prosaico, la scomposizione morfemica, l'apofonia e la combinatoria lessematica, fino all'opacità, l'indifferenza denotativa della parola e al tempo stesso di sondarne l'eventuale superstite potere di connotazione, di provarne le intentate virtualità espressive".

Basta a proposito rifarsi solo ad alcune esemplificazioni prese a caso: dolcinquieti abbandoni; incombesudime; lentinesorabile;rinverginati luoghi; immagini senzaconfini.

Più volte la poetessa si domanda: "Chi uccide il poeta?" E ci rimanda, nell'immediatezza del titolo, all'interrogativo crepuscolariano e al senso del dubbio successivo e posto da tanti poeti del Novecento. E la risposta è evidenziata all'istante nella quotidianità delle operazioni monotone e ripetitive come insistita è la domanda iniziale con la riproposizione urlata e di tipo palazzeschiano nella ossimorica formulazione:"gridava sgomento il silenzio"

Ed è proprio il silenzio che torna, ora dichiarato, ora accennato ma sempre con il senso dell'autopunizione.

Si apre così il percorso poetico con la poesia che compare, esplode nell'anima improvvisa, si nasconde a tratti o scompare, o si affida al 'professore antiquo' prima di suggerire "un eterno lunedì di silenzi" e prima ancora di uscire fuori da certe strette:

"Mai fu poi
per nulla triste capire
che a seguirne le piste (experior poesis vim)
dopo tanto cercare parole
bastava giocare
a stordire con stridule risa
quel romantico decadente cliché
di poeta…" 

E ci sono versi che suonano e rimandano o riecheggiano nella mente: "L'avuta battuta slavata" con tanto di suono e di significante che si impone sulla parola nella sua denotatività.. Quasi ovunque domina incontrastato l'inferenza appoggiata al segno con il richiamo all'emisfero destro e alle sue possibilità e alla forma allitterata nella doppia presentazione all'interno dello stesso testo poetico. E così si può leggere:

"Sbagli/travagli:
ma forse per pochi ritagli
di graffia(n)ti fogli
valeva la pena prosciugare la venba
del povero poeta dellangoscia
indiscreta" 

Altrove si può trovare la tecnica affinata del verso con la complicazione inevitabile del pensiero che non conosce soste o pause:

"…dita/occhi vibranti intanto
attendono cablabili coscienza al varco
ville cablée intanto trastulla vuoti:
gadget per comunicazioni de luxe 

 

intanto arcaico video
(inusata amorosa carta)
mi attardi su pretese d'emozioni
dove dita da tasti ormai
inascoltano consunte Historiae 

 

e mi sfidi a silenzi"

E poco più lontano a leggere con attenzione si può pervenire alla dichiarazione intimistica e personale del rifiuto della retorica dell'io nel tentativo vano di pervenire a quella perfezione che "crolli rifiuta" o semplicemente che consola:

"Della poesia mi stanca (e spaventa)
la retorica dell'io
confessione che si vomita
senza soluzione
ripetizione… nativa ossessione
di tentativi di consolazione…
di consolazione". 

Talora la poesia sembra quasi ricercare una strada per riagguantare l'identità, quella che appare eternamente smarrita tra vicoli e labirinti monotoni e uguali, o

"da stazioni dove si piange il piangibile e l'impiangibile
piazze dove si attende l'attendibile e l'inattendibile" 

e così via tra scuole, chiese, animi fino al rapporto interattivo "te-me" che, tuttavua, non è risolutore sicché alla poetessa non resta che andare verso il silenzio e contro il silenzio, dopo aver sperimentato l'inutilità di fermarsi a un semaforico quiz e dopo aver prodotto verbose apofonie. Il silenzio solo sembra poter dominare anche sulle pretese della storia con gli impliciti eroismi di parte, ingiustificabili in un'epoca di morte cosmica. E neppure l'ironia può bastare più nella lunga catena tra fato -destino - fortuna- caos e nel percorso contorto se non labirintico alla ricerca vana di un filo di logica.

Un fatto appare certo nella spavalda dichiarazione sicura dell'autrice:

"E non sarò neppure disincantata cantatrice
in questo tempo di morte cosmica" 

E se non sarà cantatrice disincantata, cosa potrà essere? Ci resta l'ombra del dubbio e lo affidiamo agli ultimi suoi versi:

"!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
!V!i!r!a! !i!l! !v!a!t!e!e!e!e!e!e!
!e! ! ti!ra! !ri!va!aa!aa!aa!aa!
!le!ret!i e! vi!a a!!!! !irt!a e!rta!

!della!verità!à!à!à!à!à!à!à!à!à!
-arcaico mito-

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