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Ertico Tricomi Rosaria

La poesia oltre la convenzionalità - Rosaria Ertico Tricomi

Percorso culturale di Mario Santoro 

Rosaria Ertico Tricomi si presenta al pubblico con un volume “Finestra sul presente” che risulta immediatamente particolare perché si pone come guida alla scrittura per il giovane studente ma anche come pagina di prosa evidenziando, con chiarezza, sia le competenze linguistiche, ossia la padronanza delle regole che governano le strutture a livello fonologico, morfologico, sintattico, lessicale, stilistico, sia le competenze comunicative, ovvero le regole dell’uso della lingua in relazione a condizioni concrete e sia ancora la consapevolezza metalinguistica e metacomunicativa e cioè la coscienza riflessa del funzionamento e della dinamica della lingua, delle valenze, delle finalità e delle modalità applicative.

Si tratta di una guida graduale, ben calibrata, commisurata ai ritmi d’apprendimento. Non a caso tutto il lavoro è preceduto da indicazioni di carattere generale.

L’autrice si muove entro ambiti precisi, pur nella varietà delle tematiche e presenta una classificazione quadruplice con temi di tipo oggettivo- naturale, laddove la descrizione della realtà è precisa e puntuale, con temi di tipo oggettivo-storico, intesi a riproporre azioni, fatti, situazioni con un atteggiamento imparziale ma non neutro, con temi sul lavoro umano e sul cammino dell’uomo che implicano la riflessione e il ripensamento personale in chiave logico-critica, con temi che puntano ai sentimenti e alla fantasia nei quali l’esperienza ravvivata dai sentimenti viene trasfigurata dalla fantasia.

Tutte queste indicazioni possono convogliarsi in un doppio filone: quello dell’esperienza soggettiva (vissuto, impressioni, sensazioni) e quello dell’esperienza oggettiva (ragionamento, osservazioni, rilievi).

E su questa sorta di doppia linea-guida, il linguaggio si fa chiaro, efficace, curato, e muove da funzioni referenziali a riferimenti inferenziali operando una sorta di mescolanza tra aspetti denotativi e connotativi.

E allora convivono il vissuto e l’oggettivo, il denotativo e il connotativo, il referenziale e l’inferenziale, in contesti sempre più aperti e dinamici nei quali non manca la funzione fatica o di contatto, anzi essa si impone come momento privilegiato.

Pure presenti sono processi di metaforizzazione, soprattutto nelle tematiche con messaggi estetici nei quali assumono posizione di privilegio le immagini e, in generale, il linguaggio figurato.

E così l’intuizione, l’equivalenza immaginativa, l’associazione dei campi semantici più diversi, l’analogia, la contiguità, l’espressività, tendono a creare connessioni ed arricchiscono il codice linguistico offrendo al lettore straordinarie esemplificazioni non solo e non tanto a livello contenutistico ma soprattutto estetico formale.

Ma Rosaria Ertico Tricomi è anche poetessa come risulta dal suo secondo lavoro, “Catulliando Catullo” che è chiaramente indicativo nel titolo ed allusivo.

Per certi versi la poesia dell’autrice suscita immediatamente una situazione di shoc o quanto meno di sorpresa per la forza del linguaggio, per la coloritura e le tinte vivaci utilizzate, per la franchezza dell’espressione che genera sicuramente scalpore, disabituati all’uso di certa terminologia e avvezzi a lasciare all’immaginazione situazioni che andrebbero colte così come sono nella loro realtà che può apparire finanche disgustosa per la forza ecovatrice di certi significanti che, tuttavia, vanno colti oltre il senso letterale.

Il richiamo al grande poeta latino del primo secolo a.C. non è un fatto solamente indicativo ma una scelta voluta, meditata e, perché no?, sofferta e risulta evidente non solo per l’accostamento linguistico-semantico ma anche per il richiamo situazionale pur con le dovute distanze e differenze con il mondo romano, con gli innumerevoli ‘latifundia’ e un’ingente massa di schiavi, con gli ‘homines novi’ tra i quali Cicerone, con l’avvento di Giulio Cesare, con l’esperienza di Catilina, della guerra sociale, della rivolta degli schiavi, dei continui torbidi nell’urbe e di situazioni tese a lacerare le coscienze individuali e collettive.

La poesia della Ertico Tricomi, si può condividere o no, rompe con certi schemi e si presenta, prepotente, vibrante, fortemente oppositiva e castrante.

L’elemento più sconcertante è forse l’atteggiamento di rottura aperta e dichiarata nei confronti del mondo ufficiale.

E, se in Catullo memorabili sono i suoi epigrammi contro Cesare, contro il suo luogotenente Mamurra, chiamato spesso con il soprannome di Mentula con chiaro riferimento al simbolo fallico, o contro Cicerone, che avversava la sua poesia e il neoterismo, nella nostra non v’è pagina che non denunci, fin troppo chiaramente, malcostume, violenza, malvagità, furfanteria, ignoranza, cattiva gestione della cosa pubblica. E se mancano i nomi, i riferimenti sono eloquenti al punto che, in taluni casi, li rendono inutili.

L’autrice, dunque, raccoglie il materiale per strada, tra la gente comune, nelle masse dei diseredati, degli illusi, di coloro che non hanno speranze perché avvertono di essere circondati dall’indifferenza di un sistema incomprensibile, di un meccanismo perverso e contorto, di una spirale di violenza che conduce irrimediabilmente alla morte.

Perciò ella annota con puntualità e precisione e rielabora, ben consapevole del fatto che, se vuole rendere efficace l’espressione, deve modificare il linguaggio e la terminologia.

In questa direzione il senso della scelta della Ertico Tricomi dal momento che risulta evidente che in lei non c’è il gusto della contestazione fine a se stessa ma piuttosto un’oggettività e un distacco che rendono impersonali fatti e situazioni e, per questo, assai credibili.

Si tratta di un distacco equilibrato che non è distanza o allontanamento, che non permette la sanzione o il giudizio e che lascia trapelare appena un filo di ironia bonaria, per intenderci di tipo gozzaniano, e una sorta di compatimento e di comprensione per i deboli, vittime di sistemi di raggiri e di violenze troppo articolati e complessi per essere eliminati.

Ma il richiamo a Catullo è anche nel linguaggio, non certo nell’uso del verso, nella costruzione, nella struttura, nella metrica, ma piuttosto nell’insieme.

Così se Catullo ricorre “al galliambo insolito, al giambo puro, al coliambo, all’endecasillabo falecéo per esporre, piegare, accarezzare sentimenti, passioni, rancori, dissolutezze, dall’oltraggio villano al richiamo nostalgico e fine, dall’arguzia sconcia al quadretto delicato” come annota Concetto Marchese “ed usa con uguale bravura il linguaggio volgare e rissoso dell’invettiva, quello abbandonato delle confidenze e delle tristezze, quello alto e solenne della narrazione epica, quello spedito della gioia”, nella nostra autrice si può cogliere un po’ di tutto questo, nel generico respiro delle composizioni, nella brevità delle stesse, nel tono, a tratti familiare e confidenziale, nell’ammiccamento, nello sconforto della denuncia che resta la linea di sviluppo senza sbocchi alla gioia o alla positività e alla tolleranza.

Ne scaturisce un quadro piuttosto desolante, amaro, pessimistico tracciato con pochi tocchi, senza rancore, senza cattiveria, con la consapevolezza mai del tutto rassegnata.

Val la pena seguire il percorso tracciato dall’autrice dalla sua candida dichiarazione;

“Perciò non sto a lagnarmi
scriverò versetti maliziosi!” 

dal suo richiamo confidenziale a Catullo:

“Che vuoi Catullo?
Il popolo italiano si fotte ed è fottuto” 

alla chiusa del volume che non ammette ombre di prospettive:

“Io non conosco l’azzurro del cielo”

e ancora:

“La famiglia, Dio, la società,
sono un intoppo alla mia libertà” 

Si può ben immaginare come tra l’apertura e la chiusura non vi sia spazio per uno sprazzo di felicità o uno spiraglio di luce: si tratta di un monologo di cose che non vanno bene, presentate senza monotonia.

E così la giustizia viene vista come disimpegnata, disattenta, distratta, e l’autrice passa ad analizzare le ingiustizie, la delinquenza comune, la violenza, la corruzione, lo stupro. Accade così di imbattersi nel medico corrotto, nella licenza liceale comprata alla scuola privata, nell’unico posto di lavoro destinato alla migliore offerente, nell’A.I.D.S., nella droga, nella disoccupazione, nella mafia, in un parlamento nel quale i politici se ne stanno a litigare per i fatti propri. E questo itinerario continua incessante, martellante, ritmato dalle quotidianità attraverso un linguaggio che assume connotazioni varie, si piega, si lascia plasmare, si fa anche impertinente, si adatta.

E allora citiamo:

“Quattro ragazze zozze
mettono a nudo pube, culo e petto
svegliando il prurito nei bambini ignari
e nel vecchiume con le reni
inchiodate dall’artrosi” 

E ancora:

“Ma le tenebre dell’orco,
giovane virgulto
ti fottono sul finire dell’alba”. 

Oppure:

“Una mano si allunga sul cespo di rose
che cresce copioso sotto la mia casa.
Puttanella fottuta
non ti fregare la mia rosa”. 

Tutto questo consente di avere un’idea del linguaggio della Ertico Tricomi che risulta accattivante, bonario, dal tono quasi confidenziale, familiare, senza pretese apparenti ricalcando a volte lo schema gozzaniano eppure efficace nella mescolanza di denotazioni e implicazioni referenziali con inferenze, e connotazioni, pervenendo sempre a contesti di riferimento aperti, allargati, dinamici, nei quali trovano spazio vissuti sofferti ed oggettivi, pur nella personalizzazione degli stessi presentati sovente con processi molteplici ed efficaci, con associazioni di campi semantici diversi.

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