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Basilicata turistica

Eustachio da Matera

a cura di Giovanni Caserta

Normalmente indicato come nativo di Matera, Eustachio è, da alcuni, detto anche di Venosa. Il nome Eustachio è tipico della città di Matera e, fino a qualche anno fa, assai diffuso in essa, essendone Sant'Eustachio il protettore. E'anche vero che, nel Duecento, le comunicazioni tra Matera e Venosa, appartenenti alla stessa "area bradanica", erano più facili di quanto la distanza faccia credere. Né è senza significato il fatto che, dal punto di vista della organizzazione religiosa, Matera fosse unita in una sola diocesi con Acerenza, vicinissima a Venosa. Potrebbe, dunque, essere trasmigrato il nome; più facilmente, potrebbe essere accaduto che il giudice Eustachio, nato a Matera, esercitasse a Venosa, centro intellettuale di grande vivacità in quegli anni, come dimostra, oltre che la presenza di giudici quali Pietro da Venosa, Geronimo Sperandeo e Florio da Venosa, anche la presenza di Riccardo, giudice ad contractus, autore del <<libellus>> De Paulino et Polla e assai vicino all'imperatore Federico II. Che questa ricostruzione possa ritenersi attendibile, lo dicono due versi dei frammenti del Planctus Italiae, che si possono così tradurre: "La materna Matera mi dette il nome di Eustachio / Venosa mi offrì un posto di giudice e di notaio".

Della sua vita si sa poco. Si sa che fu sostenitore della politica sveva, e quindi ghibellina, e che, alla discesa del principe Carlo I d'Angiò, per non sottostare alle persecuzioni e punizioni dei nuovi padroni e avversari, probabilmente fuggì fuori del Regno. Di là sarebbe ritornato, forse ottenuto il perdono. Si fermò allora a Napoli, alla corte di Carlo II d'Angiò, detto lo Zoppo, presso il quale quasi sicuramente incontrò un altro materano illustre, Alano, filosofo e medico del re.

Quanto alla produzione letteraria, alcuni lo dicono, ma senza sicuro fondamento, autore di un poemetto in lode dei bagni di Pozzuoli. Sicuramente è autore del citato Planctus Italiae, "Pianto dell'Italia", ma anche "Pianto per l'Italia", che altro non è se non quel genere letterario che, dopo, si chiamerà "lamento" e che in quegli anni era assai diffuso, come dimostra Dante nell'episodio di Sordello, e come dimostra lo stesso Sordello. Il tutto, probabilmente, è da mettersi in relazione con gli eventi tragici di quel periodo storico, che vide l'Italia più e più volte attraversata da eserciti stranieri, mentre, contemporaneamente, nell'Italia centro-settentrionale, si scatenavano terribili guerre e faide intercomunali.

Sull'Italia, diventata, come dice Dante, "bordello e non più donna di province", piange anche Eustachio, come novello Geremia, utilizzando il distico elegiaco latino, che mai fu usato in modo così appropriato. E le rovine dell'Italia non erano se non il segno dei lutti e delle rovine del mondo, che allora era tutto circoscritto all'Europa.

Raccontate anno per anno e per singula gesta, le vicende dolorose (mesta) toccavano ovviamente i fatti e i luoghi più vicini a Eustachio, e quindi l'Italia meridionale e la Lucania-Basilicata (almeno per quanto è dato giudicare dai frammenti rimasti). Interessante resta un passaggio interamente dedicato alla rovina di Potenza, all'indomani dell'arrivo degli Angioini. La città è descritta sostenuta dalla protezione (fulta patrociniis) di San Gerardo, ma che, nonostante ciò, e nonostante la sollevazione del suo popolo, suis iacuit diruta muris ("giacque abbattuta nelle sue mura").

Il frammento, segnato con la data del 1270, molto significativamente è detto scritto per alleviare damnum exilii del vates, cioè per lenire la pena dell'esule e malinconico poeta.

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