APT Basilicata

APT Basilicata

Basilicata turistica

Finiguerra Assunta

Assunta Finiguerra è nata a San Fele.

Ha partecipato a numerosi concorsi di poesie ed ha vinto il primo premio "Giuseppe Jovine. Suoi testi poetici sono apparsi in diverse antologie e riviste specializzate. E' stata recensita su "Il sole 24 ore" ed è stata tradotta in lingua polacca.


La forza comunicativa di Assunta Finiguerra

Percorso culturale di Mario Santoro

Assunta Finiguerra si presenta al pubblico con una prima raccolta di poesie dal titolo "Se avrò il coraggio del sole", che si pone, già nel titolo come un'iperbolica scommessa, e per questo attira, incuriosisce, intriga, affascina e sgomenta, laddove gli elementi connotativi del sole, già ad uno sguardo evasivo, si impongono coi caratteri dell'immensità, della deità, dell'irraggiungibilità, della fonte primigenia ed unica della nostra esistenza.

E il lettore potrebbe essere indotto a credere, sin dall'avvio, ad una scontata sconfitta dell'autrice che, a prima vista, appare come una novella don Chisciottesca figura, ma la congiunzione tra il "Se" e il verbo al futuro e non al congiuntivo testimonia di un sotterraneo proposito di trasformazione linguistico verbale del "Se" in "Quando e dunque conferisce al titolo e quindi a tutta la produzione poetica un carattere di certezza.

La poesia si manifesta sicura nel linguaggio, fortemente metaforizzato, privo di fronzoli o di aggettivazioni, scarno, tanto da richiamare le linee dell'ermetismo, difficle da comprendere, aperto alla disambiguazione, capace di realizzare catene di situazioni e immagini.

Si tratta di versi taglienti, brevi, rapidi, impressivi, ricchi di inferenzialità nella polivalenza dei segni e nella policromia dei simboli che la Finiguerra scrive con apparente naturalezza, quasi cesoiate o colpi di frusta nell'aria.

Sono versi che catturano e scavano nell'anima individuale e collettiva e sono sostenuti da una forte tensione che spinge verso il sole, leggibile in tanti modi e come metafora della luce e, se si vuole, della speranza che balugina, a tratti, sulla pesantezza orribile della quotidianità che logora ed uccide.

Nella seconda raccolta di poesie, questa volta dialettali, dal titolo "Puozze arrabbià, l'autrice torna alla ribalta col piglio di sempre e la decisione, con una tensione che si coglie immediatamente e che permane in ogni verso, con l'immediatezza nell'impatto poetico, che è propria del suo carattere e della sua persona, attraverso il filo del dialetto sanfelese che, per quanto possa comprendere un non addetto ai lavori, sembra ancora genuino ed autentico o per lo meno poco contaminato.

E così la forza del linguaggio, talora asciutto e tagliente, penetra e arriva puntuale al dunque senza contorcimenti o moduli addolciti e ancora senza ricorrere a perifrasi o a dichiarazioni abbozzate e lasciate nell'ombra del dubbio e della disambiguazione possibile: si tratta di una comunicazione immediata tanto più grazie alla "concettosità" espressiva e terminologica che solo il vernacolo può offrire. Va detto, tuttavia, che dietro e dentro i suoni onomatopeici compare impalpabile un velo di tenerezza e di delicatezza che non può essere dichiarato per una sorta di pudore da salvaguardare ad ogni costo.

Assunta emerge con chiarezza e si erge a voce del popolo sicché la poesia, sovente, perde le connotazioni individuali per farsi collettiva e corale, ma non indulge nella dolcezza del ricordo, come accade a molti poeti dialettali.

Essa resta, come sottolinea Daniele Giancane in prefazione, "poesia che non si adagia più sul culto della memoria e neppure viene utilizzata in funzione alternativa alla società di oggi coi suoi riti consumistici e alienanti"; mantiene al contrario, tensione che si tramuta ora in rabbia, ora in passione, ora ancora in fatalismo e negatività e in ostinato rifiuto e ribellione.

E così "Puozz arrabbià" diventa titolo emblematico, accattivante, indicativo e suggestivo perché si ammanta, oltre la forza espressiva dei termini di cui si compone, di un che di dolce, di straordinariamente accettabile e gradevole proprio come amabili sono i versi, dopo la dichiarazione della vita come casualità inevitabile ed ottusa sul versante del negativo da accettare "ob torto collo". E nella dolcezza dei versi immancabilmente compare la luna, questa eterna compagna sempre cara agli uomini per la sua partecipazione silenziosa e qualche volta ammiccante e compiaciuta.

E basterebbe seguire il satellite terrestre e fermarsi a questo solo riferimento per avere della poesia della Finiguerra una campionatura vasta e sicura.

Già al suo primo apparire si colloca come confidente e testimone universale

"Vide quandé bbelle quera lune,
me ditte quesra sera de settembre,
na favece vutuate me parije
ere n'eclisse e u core me fungiuaje" 

La luna ammiccante e compiaciuta diventa ancora più amica se sa nascondersi per consentire i baci sotto il ciliegio o se, nella sua pienezza, assiste a

"sta vocche ca vasaje nda re ffiene".

E va dato atto ad Alfonso Ilario Luciano che sostiene che "la traduzione pure significativa e carica di elementi perde in forza espressiva, in lucentezza e vigore e rischia di farsi smorta."

Pure di questo Assunta sembra non darsi pensiero, impegnata com'è nello sforzo di riportare alla luce un mondo interiore, il suo, nel quale le parole, ancorché doppiamente significanti, assumono un ruolo guida o fungono da tasselli privilegiati pur presentati in un groviglio non facile da dipanare. E c'è quasi, una sorta di volontà di scavare nell'inconscio, approfittando appunto del dialetto che funge da schermo psicologico, di far eruttare dal più profondo dello stesso quanto nel tempo ha dovuto scaraventare e poi chiudere a doppia mandata.

E anche in questo piace ed è una qualunque che si interroga e interroga, che sbigottisce e resta sorpresa ancora, che si arrabbia e augura agli altri l'arrabbiatura che la fa diventare persona nel senso più nobile e vero del termine.

E come donna qualunque ama e tiene all'amore

"Riesteme inde o core tutte i juorne
Nun scapulua furese nda re ggruane,
nun me lassa cu muaccature mmane
a cchiange fine a quanne tu nun tuorn" 

Amore ancora e sempre e tentatore, amore indomito e anche un po' selvaggio e padrone assoluto da ridurre a niente o a poco tanto che
 

"a-fere i zanghe me venne pe ttomaje"

Ma poi torna la luna, vezzosa nel suo nascondersi quasi tra le nubi, e non sai se per giocare con la poetessa, improvvisamente fanciulla, o per timore o ancora per pudore. Sembra quasi che la poesia debba farsi leggera e basarsi su sostegni che non hanno concretezza per attingere a un linguaggio elevato, come nota sempre Giancane, e farsi immagine pura.

Il lettore attento, tuttavia, non si lascia ingannare perché essa torna a farsi forte e decisa e, a tratti, quasi a sentenziare e a maledire:

"Te pozza venì na cacaredde
Te frasciasse a panze a vermeciedde,
te scattesse u core e ppure u cule…" 

Ma l'espressione qui non deve trarre in inganno: non c'è cattiveria: pare piuttosto una voglia di sbandierare crudezza e realtà, sembra più un atteggiamento burlesco che angoscia vera, quasi un riferimento alla poesia del troppo noto Cecco Angiolieri.

Non a caso tornano poi simboli variegati e riferimenti, ma non cambia il tono e il registro resta sempre lo stesso come identica è la partecipazione dell'autrice alla situazioni.

E abbiamo la sensazione che Assunta Finiguerra abbia ancora molto da dire e non ci sorprenderemo se a breve ci troveremo a leggerla di nuovo: quella della scrittura è un'arte o forse meglio una malattia incurabile.

La nuova raccolta di poesie dialettali di Assunta Finiguerra, apre un capitolo significativo e segna un percorso assai importante per l'autrice lucana di San Fele che si consegna al pubblico con "Rescidde, ossia scricciolo.

Presenta una forza comunicativa che penetra, affonda e si stempera in un quadro di riferimento allargato e forte nel connubio di elementi personali e di richiami universali sulla linea di percorsi della memoria.

La parola è la parola nella sua magia, nella pregnanza di significanze molteplici e nella forza di concetti che essa sola sa sottendere. La parola assume il suo ruolo e la sua funzione e in taluni casi è tutto pur non disdegnando mai il significante nella sua accezione migliore, ossia come mezzo di per sé comunicativo anche sul piano analogico.

Assunta Finiguerra evidenzia la sua maturità con il superamento intimistico-sentimentale (mai totale - si capisce) in favore di una visione oggettivamente allargata e con appropriatezza, nella scelta terminologica, di un dialetto che si piega nelle sue mani e si fa suono vibrante nei toni e nelle pronunce per lo più strette e a tratti chiuse quasi a simboleggiare, per facile significazione interpretativa finanche scontata, lo scricciolo nascosto tra le siepi.

La musicalità, o, se si vuole, la rumorosità armoniosa e comunque mai chiassosa, il rifiuto dell'attardamento sulle facili pronunce aperte, cacofoniche e l'abbandono totale del gusto del rumore fine a se stesso, l'aderenza alla dialettalità sanfelese, pur nelle inevitabili contaminazioni, fanno delle poesie preziosità e mettono il lettore immediatamente in connessione con esse realizzando un connubio che va ben oltre l'impatto immediato e che lascia profonde sedimentazioni.

E c'è un respiro poetico ampio, a tratti, e di gran lunga palpabile e godibile che supera, e di molto, il pur apprezzabile "Puozz arrabbia" e in qualche modo ripropone una Finiguerra nuova pur in una linea di continuità che parte dal più lontano "Se avrò il coraggio del sole".

Il volumetto si apre con un richiamo al paese, quasi una dichiarazione d'appartenenza allo stesso se non di fusione intima

"E' scese a lune inde Sande Fele"

e c'è nell'immediatezza del suono un che di Pierro mentre, con riferimento tematico, il pensiero, per linee inconoscibili e impraticabili, forse richiama il paesaggio di Diego Valeri, quello del "paesino bianco bianco" che invita quasi alla fiaba e al senso del mito.

E se non si riesce a capire come la cosa accada, appare certo che essa accade per quel miracolo che la poesia sola sa realizzare, per salti immensi della memoria, per fili impenetrabili, per richiami ancestrali e primordiali, per il velo di magia che porta con sé.

Per tutto questo e per altro ancora.

Dunque la luna, tanto intrigante e suggestiva - chi scrive ha ancora nella mente gli echi del suo "Riverbero della luna" - domina il paese di notte e penetra come indica con sicurezza quell'"inde" che testimonia appunto la forza di invasione della stessa e la necessità di spiare i misteri e di rischiarare gli angoli mettendo in evidenza il luccichio dei sassi con i panni che restano immobili a guardare i corvi nel cielo che, indifferenti, pensano ad alimentarsi ciarlando.

E nel silenzio assoluto della notte pare quasi di ascoltare i volatili che"ciacelijanne se strafochene", ossia si riempiono a sazietà.

E nella prima strofa ci sono già tante immagini efficaci che l'autrice spreca quasi nell'abbondanza della sua capacità di riproposizione e che sono seguite poi dal "furnuare mbecate de farine", uno dei pochi a non dormire la notte, come i corvi e poi "a lacreme de lune ca nun mmòre" e si trasforma, per forza imperiosa del pensiero della poetessa, in acquasanta.

E ancora, quasi un gesto spontaneo e incontenibile e quasi un grido lanciato pianissimo, "chiangeme mmane luna benedette" per le bocche da sfamare, per la tristezza, per la carità inesistente, per il dolore acuto e generalizzato.

E il quadro di San Fele è chiaro e sbalza vivace a tinte forti nella preminenza del chiaroscuro e nella abbondanza delle scene fisico-immateriali, nel pallido chiarore della luna che perde ogni connotazione di impassibilità e di freddezza per farsi lacrima e piangere di un pianto umano, caldo e addolorato.

E Assunta Finiguerra potrebbe benissimo essere tutta qui nella forza dei suoi versi non più solo rabbiosi ma certo esplosivi eppure contenuti a un tempo, a tratti controllati e sempre efficaci e significativi, pur nell'accenno all'onomatopea facile, borborigmatica ed essenziale capace di creare il senso della sorpresa nello sbigottimento e nella piacevolezza della scoperta per chi non la conosce.

E verrebbe la tentazione di un commento diretto di tutte le poesie meritevoli di riflessioni. Alcune ripropongono situazioni anche legate alla quotidianità ma cariche di tensioni e di passioni accennate; altre, e al di fuori dei veli di certi pudori, presentano momenti disperanti

" re vvocche se cercanne desperate
lore tremanne e nuje ngarzellate
cu a lenghe dacijemme fuoche a micce". 

Altre volte sono rumori antichi e quasi primigeni come il suono del pettine ricoperto di carta in contrasto con "labbaijzze di cane".

Qualche volta sono sogni a trionfare sulla realtà quasi bicchieri di carta tra le stelle oppure si evidenzia il contrasto tra le cose respinte e rifiutate e le cose che restano nel fondo dell'anima legate al velo della speranza che, pur nelle situazioni di dubbio, assume una connotazione tendente alla certezza "Forse se apre… a maniglje de quera porte".

Più avanti non mancano segnali di saggezza antica e popolare come le tre fave sotto il cuscino o "u gegliuzze pe Sand'Andonie", né cantilene e nenie "Ninna ninne bbella pecuredde/è muorte u lupe nda re Mauredde" e neppure un certo pessimismo di base o di ritorno ammantato di malinconia e di rimprovero per chi non ha saputo leggere nel cuore della poetessa e della donna "Che ne sai tu du core mije/quanne restocce arde sotte a lune" o ancora " ma parle, parle, cummuatte e nun allende/ a corde ca nganne strenge forte".

Altrove è forte l'insoddisfazione e l'incomunicabilità "Nesciune me pote da quere ca voglje" in contrasto con le dozzine di lucertole porta fortuna inutilmente tentate, fino alla rassegnazione dinanzi a situazioni inamovibili e alle quotidianità noiose e ripetitive quasi scontate formule mal dette fino all'invito dell'amore per l'amore da consumarsi in nome della bellezza " se nu vuase ngimme a vocche m'ha scaffate/ vole dì' ca pe idde so a cchiu bbelle" e certi spunti critici contro chi ha tutto e non sa guardare in basso per timore di perdere le fatue conquiste e il diritto di pontificare dall'alto senza conoscere lo sconforto di chi deve lottare e senza capire " cché cazze nassce a l'uorte".

E infine, ma infine si fa per dire perché si potrebbe cominciare daccapo per nuove sottolineature, un ritrovamento della rabbia antica e mai del tutto smessa nella condanna di Dio a vivere come gli uomini sulla terra, per sperimentare la sofferenza, la cattiveria, l'ingiustizia, gli affanni.

Tutte cose che spingono l'autrice, e per estensione l'uomo, ad una modalità di vita grama e senza prospettive con l'unica magra, assai magra, soddisfazione di poter dire al Padre Eterno che non è giusto, che non ha diritto a chiamarsi padre se consente che i figli si disperdano e che il loro pianto resti inascoltato simile al raglio di un asino.

Ma si tratta solo di momenti perché poi torna ad essere equilibrata e saggia con le sue poesie che vanno lette più volte per un godimento ripetuto e sempre nuovo.

Varrebbe la pena ancora di sottolineare alcune espressioni di rara efficacia e certi termini specifici.

Citiamo a caso o quasi e senza commento: "I cadde le rennovene i despijette";"Quanne u viende se mboste nnande a porte"; "Cu i zuoccele de levene" "l'abbaijzze di cane"; "e nuije ngarzellate"; "re zahaglje de lune nda re ssepale"; "Na frecule a edde e una pe i cane"; e per chiudere, ma sempre con il senso del provvisorio, un richiamo, come in apertura alla luna a Sande Fele "Tu spacche u ciele Sande Fele mie" che somiglia a una "femmene figliande/ e pperde u figlje pe u cherdone nganne".

Cordone che Assunta Finiguerra non ha tagliato per San Fele nella consapevolezza che forse non taglierà mai.

Back to Top