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Basilicata turistica

Manini Rosanna

Rosanna Manini è nata a Manciano (Grosseto). Vive a Potenza dal 1964. Il suo lungo insegnamento nella scuola elementare è stato quotidiana, profonda venerazione e trepida e tenera cura di ognuno dei suoi "alunni - boccioli".

Ama la pittura, la scultura, la musica, la floricoltura, ma privilegia la poesia.
 

Ha pubblicato:

  • Violacciocche - poesie - Erreciedizioni - anno 2002.


Le "violacciocche" di Rosanna Manini

tra lievi trasparenze, impalpabili silenzi, sussurri alessandrini, ricordi, ali piumate del pensiero, arabescati cieli e altro ancora.

Percorso culturale di Mario Santoro

La raccolta di poesie del volume "Violacchiocche", suddivisa opportunamente in sezioni, presenta, già al suo primo impatto, una sorta di musicalità delicata e profonda, appare giusta nei toni e nella linea di ipnosi che sa generare ad occhi aperti, è tutta poggiata su sfumature di significanze connotative, sulla modularità espressiva e dinamica del ritmo, sulla leggerezza della disposizione del verso, tendente alla verticalizzazione, per rispondere alle esigenze dell'anima che si apre gradualmente, sulla pensosità delle evocazioni multiple che sa originare, con la cascata di immagini a colori non forti ma pastellati e col senso della lontananza - vicina o della vicinanza - lontana.

E' anche evidente la forza propositiva di recuperare primigeni sogni e archetipie, nella accattivante formula melodica che sfiora, spesso, il procedimento ronronico, neniato nei tratti e nei segmenti espressivi, quasi una propensione dell'animo ad una sorta di adagiamento, nel giuoco di incastro della parola che, ora si appoggia alla inferenzialità segnica, ora a una sfumata denotatività, rimanendo sempre capace di originare sensazioni nello sconvolgimento dell'inconscio individuale e collettivo, quasi vulcano in eruzione continua.

Per Donata Larocca una chiave di lettura può essere costituita dalla metafora che "ponendosi contro la logica della determinazione dei significati, mostra che oltre al pensare logico c'è il pensare analogico, quel pensare verso l'alto che rinvia ad altro"; inoltre il linguaggio della Manini, sempre per dirla con la Larocca " si è posto anche sulle tracce del simbolo. Chiamante nel simbolo, diverse parole non si risolvono in ciò che dicono, ma vengono espropriate dalla poetessa e diventano mistero. Caduti i veli racchiudenti la metafora e il simbolo, i versi si offrono in tutta la loro potenzialità e vocazione"

Infatti il testo poetico offre al lettore, attraverso diversificate suggestioni, richiami profondi, indicazioni, sottolineature, sospensioni - a tratti pulviscolari - ma anche possibilità di interrogarsi, di allontanarsi, di astrarsi, finanche di estraniarsi in una sorta di isolamento egoistico nel godimento.

La poesia fa riecheggiare, coi suoi numerosi rimandi colti, il senso del mito, riproponendo il clima e l'alone del tempo andato con i profumi, appena percettibili, eppure facilmente distinguibili, delle lontananze fascinose.

E ciò avviene sostanzialmente per effetto del linguaggio che non è "sistema semiologico regressivo" come accade, secondo Roland Barthes, per la poesia contemporanea, ma si caratterizza piuttosto come " sistema fortemente mitico, e non solo, perché impone, senza forzature, un significante supplementare al senso" sulla linea della regolarità e di una certa vicinanza, vigile e consapevole, alla forma classica, ma perché non ne abusa per non rimanerne invischiata e per conservare il geloso carattere di autonomia, di individualità, di originale identità personale.

La poesia si snoda libera, senza un percorso obbligato o per strade diacroniche nella temporalità, per quel bisogno insopprimibile dell'anima e della mente di spaziare. Regna l'armonia e quasi sempre un avanzare morbido e sinuoso, ma senza stucchevolezze, si impone e il lettore può seguire l'autrice con disinvoltura ma scalzo e con la mente decisamente sgombra.

C'è evidente una dimensione soggettiva che spinge la Manini a lasciarsi sorprendere nei suoi silenzi, nell'ammirazione dell'atto magico della vita, nella contemplazione dei 'mille volti della morte', nella tessitura di arabescati pensieri; c'è una dimensione oggettiva ed universale significativamente riscontrabile in elementi specifici; c'è la dimensione storica, sul filo della memoria e non manca la dimensione civile.

E così all'11 settembre, con l'evidenziazione del dolore che "cambia colore il cielo/di Manhattan" nella "attesa vestita/di ignobile rivalsa", segue il richiamo all'umile shàdor, con le tante, troppe contraddizioni, tra i due mondi richiamati, ma, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, l'autrice non si attarda, non si lascia prendere, non entra in polemica e sa cambiare argomento per godere "All'alba/arabescati cieli"o per assistere alla forza prorompente del desiderio che" saetta con spade di fuoco" e più tardi per soffermarsi sulla Chimera etrusca dove "l'agile ancella/incipria/con l'ocra del tramonto/soleggiato".

Si snoda così, nell'intreccio delle parole, scelte con cura ed attenzione meticolose, l'itinerario poetico che pare senza un preciso filo conduttore o una meta da raggiungere; sembra piuttosto una ricerca continua e costante nell'immaginario fantastico e creativo. E così nella poesia dedicata a Larisa si può leggere: "Nascondi il bandolo della matassa./Fa' che Atropo non lo trovi/e continui a tessere/dall'alba al tramonto/i giorni della giovinezza".

Qui si può solo tentare qualche esemplificazione, cadendo, inevitabilmente nell'elencazione: randa, rostro, buccine, lanario, rune, repente, aligera, cimelle, roventa, hastuli, rancia, forana, assenzio.

Va poi notato l'uso personalizzato di modi, tempi verbali e aggettivi come caligina, rampazza, o ingremba, prima di riprendere con altri termini: gridellina, barbaglie, cammeo falbato, condolenza, tremaglia, eliocarro.

Naturalmente si tratta solo di una semplice elencazione minima che meriterebbe un'analisi approfondita e un dibattito prima di passare ad altri termini inventati o veramente inusuali e sempre per rimanere in tema con la parola ungarettiana che sola sa accendere: venco, incipria, scarminiata, usbergo, giada, algida onda, ferula, turbina, gheriglio, buccherato, scancella e così via.

Un tessuto lessicale così vario e così particolare porta, inevitabilmente, ad una lirica tramata di fitte legature stilistiche e, necessariamente, determina una presa di distanza dal realismo, per lo meno da quello accentuato o estremo. Infatti non mancano situazioni di richiamo al dato reale, ma è come se l'autrice si sforzasse, riuscendoci, di attenuare la forza di tali momenti e quasi di ammantarli e di sistemarli in un'atmosfera che appare rarefatta, lunare, e come di sogno, e ciò costituisce, di per sé, una sorta di nucleo lirico del discorso poetico.

Ecco, appare, quasi figura d'altri tempi, l'omino dei gatti a ripetere quotidianamente il rito, mentre, rapido e impressivo, cavalca i sogni/il cavallo di "latta".

Possiamo ritrovare, altrove, nel ricorso ad un tu ipotetico e generalizzabile, ma anche fortemente personalizzato, i presupposti di una linea di naturalezza, che consente di rievocare così, senza i pianti facili, ataviche memorie lucane, con il senso dell'attesa, quasi senza tempo, ma anche senza esasperate lacerazioni. Addirittura "L'attesa/è un canto/irrefrenabile/di cicale/un tappeto verde/nel declivio della collina".

Poi la poesia torna a ripiegarsi su se stessa, a premere sull'anima della poetessa che, solo a tratti, ricorre all'io intimistico e personalizzato ma sempre guardato con occhio vigile ed attento. E così ella può scrivere: "Non serrarmi/di luce/questo giorno".

Altrove ancora l'io tende a coniugarsi col tu in tono quasi confidenziale e soprattutto interattivo: "Perdona se alla proda/mi metto della via/nel nembo mi attorciglio/dei pensieri "; oppure "Portami/Pandora/l'immensità/profumata". Dal lontanissimo passato, fermo, quasi immobile, sonnolento, al vicino presente, il passo è breve, quasi immediato mentre "Sorride Ilaria/all'angelo di tulle…/Le forme smaglianti/raccoglie/la culla/del vento/nella corsa mutacea/di colori/vani… /Scroscia/fruscia/assale/sovrasta/frusta le agorate/il Signore delle piogge…".

E talvolta essa si caratterizza, restringendo la sua portata fino a poter solo raccontare il dolore che schiaccia e che annienta con la sua dura violenza. Pare quasi di sentire la Achmatova: " E sul mio petto ancora vivo/ piombò la parola di pietra".

Accade anche alla Manini, ma in lei la durezza della pietra cede il posto ad una sorta di indefinito e di indeterminato, non meno impegnativo e presente e non meno sofferto. Poi sembra sfumare e a tratti diventa quasi, "il suggello ardente", di cui parla Dino Campana, coi "chiarori nell'ombra", "la piaga rossa languente", ma anche "i bottoni di madreperla" nella fatuità della sera che tremola.

La denuncia del malessere o del male di vivere si intreccia con altre tematiche e con, sottesa, ma neppure poi tanto, una sorta di delicata e pensosa aspirazione al bello, alla felicità, indefinibile di per sé, all'ipotesi, un po' montaliana, che la stessa debba essere consentita almeno agli altri e soprattutto ai giovani.

E sono gerbere, corbezzoli, salici, fiori di olmo, frassini esitanti, asfodeli, ortensie, gardenie, limoni, tulipani ed altri ancora, ciascuno con la sua caratteristica particolare, che la poetessa evidenzia in silenzio, come se sillabasse piano, quasi a non voler disturbare con la sua discreta, garbata, gentile presenza.

Lo stesso fa quando recupera immagini e visioni del passato: pozzi che sonnecchiano, carrucole che tacciono, muri sgretolati, rupestri gravine, ambienti romiti o lontani, situazioni presentate senza scalpore dove anche i contrasti e certi ossimori sembrano ovattati.

E ancora ugualmente fa con certe espressioni che assumono aspetti particolari. E così si possono sentire, nel connubio anima corpo, risate quacchere, labbra della notte, ali piumate del pensiero, fragranza di pane bianco, fiato caldo di nascente vitello, sonnolenti primule d'iridati colori, trasparenze irrisolte, scabri tronchi, arabescati pensieri, smembrate spoglie, sussurri alessandrini, petali acquattati, ore che cuciono la vastità del tempo, filo di fame perlacea, corbezzolo che ride.

E naturalmente si tratta anche qui di un'elencazione davvero minima perché tutte le poesie sono giocate sulla forza continua di espressioni che si ripetono a catena, nella diversità. Ma ci rituffiamo ancora nei sentieri tracciati dalla Manini e ci attardiamo qualche istante a cogliere la forza propositiva e quasi prorompente e la consapevolezza, non evidenziata ancora, dell'importanza di possedere il dono-tormento della poesia: ."Aggiogato/ho il verso/al mio comando"

E ci sorprende tanta dichiarazione che pare quasi ardita, conoscendo l'indole dell'autrice. E ci impiacevolisce poi trovare altre conferme altrove: "Bevo nella trasparenza/il verso/che ti fece/nobile e solo" oppure: "Ripongo/nella cadenza del verso/le verità dell'anima/che di lunghe attese/premono all'uscita/si liquefano/veloci/ sospiro di poesia". E le linee risultano davvero infinite, in percorsi sinuosi, col "canto profumato di verbena", " la cimasa vespertina" che "s'affranca lucente", il "lago azzurro di adorante luce" e il bisogno che si affida a "un cantico di francescana pace" e che si consegna ad una sorta di ottativo appena sussurrato. Poi, quasi improvvisa, torna il senso della consapevolezza nella convinzione-certezza non gridata ma ugualmente forte nel proposito e nella conquista: "Avrò le ali/un giorno/cucite con lacrime/salvifiche./Si spiegheranno/fino alla vetta più alta./Planeranno/sulle dolci acque/fino all'isola nascosta/dove figli di solitudine/disincantati/attendono".

L'autrice è sempre in attività, instancabile e febbrile, proiettata nel passato o calata nel presente, con la naturalezza che le è congeniale. Ora è circondata da "cavalieri biondi con lancia e usbergo" che appaiono da un affresco scrostato, ora canta coi "menestrelli poeti" ora ancora cerca antichità e tende a proiettarsi nel mitologico ricorrendo a personaggi che rimbalzano nel presente senza avvertire il peso e gli acciacchi dei secoli.

Anche qui la lista dei nomi è lunga e la citazione, a mo' d'esemplificazione, non può essere che parziale: Oloferne, Cassandra, Atropo, Orione, Tantalo, Parnaso, Pegaso, Marzia, Apollo, Naiadi, Erinni, Morfeo, Pandora, Eolo, Clizia, Odino, Dioniso, Prometeo.

E torniamo al linguaggio che nella poesia della Manini realizza morbidi scivolamenti, sinuose anse, richiami ovattati, ripercussioni profonde, spezzettamenti naturali, riferimenti auditivi e del cuore con innalzamento ed abbassamento dei toni, sempre discreti, e ripropone un verseggiare sempre abilmente franto ed ovattato, mai lungo o semplicemente tendente all'orizzontalità, in un ritmo, cadenzato appena e sempre smussato Si tratta di linguaggio che riesce a registrare il senso pieno dell'implosione, ossia del bisogno dell'autrice di concentrarsi su se stessa, per tirare fuori un accumulo incredibilmente grande, un ammasso enorme, ma non caotico, attraverso cristalli argentini, sprazzi di cielo, lampi di luce, effluvi delicati, frammenti di tepori primaverili.

Un lavoro enorme e faticosissimo che appare al lettore naturalmente semplice anche perché sembra che il contenuto trovi immediatamente la giusta parola.

Meno che mai le indicazioni suggerite hanno valore di ordine e di conseguenzialità e quindi gli insiemi possono tranquillamente essere invertiti, permeati come sono della stessa sensibilità. E così il libro può leggersi dalla prima all'ultima pagina ma anche, al contrario dall'ultima alla prima o si può optare per una lettura a salti sul filo, magari, di una parola: miracolo della poesia vera che sa sempre ricondursi alle polivalenze segniche. La suddivisione in sezioni é puramente e lievemente indicativa di un percorso che, dalla più generale e pensosa osservazione del mondo come accade in "Lievi trasparenze", passa ad alla riflessione tacita e profonda negli "Impalpabili silenzi", mormora appena nei "Sussurri alessandrini", si muove nel tempo e nello spazio con "Dormono i ricordi", recupera la possibilità del dialogo con gli altri e con le cose in "Ali piumate del pensiero" e, finalmente, si ripiega sull'autrice negli "Arabescati cieli" per sintetizzarsi e sostanziarsi nel titolo "Violacciocche" di per sé indicativo e tuttavia affidato, in esergo, ad una superba e privilegiata linea di significato e ai versi straordinari di Pasternak, il poeta capace di andare oltre le barriere dell'anima.

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