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Mori Vincenzo

Vincenzo Mori è nato il 4.11.1954 a Brindisi di Montagna (Potenza).

Vive e lavora a Potenza dove svolge l'attività di medico.

Appassionato di poesia, è stato segnalato in numerosi premi letterari. Si è classificato al 1° posto del "Premio nazionale di poesia Teids (Tito -Pz)", per la sezione inediti; ha vinto importanti premi di poesia a Castellana Grotte e a San Fele e si è classificato al secondo posto nella sezione di poesia del "Premio nazionale di poesia e narrativa del LIONS CLUB di Milano".

E' presente in molte antologie, collabora ad un Laboratorio di Scrittura Creativa che si tiene a Potenza.

Ha pubblicato:

  • "Di inquieti bagliori" (poesie) - La Vallisa - Bari - 1998
  • "Grani del tempo" (poesie) - ErreciEdizioni - Potenza - 2003


Sentimento, linguaggio e musicalità nella poesia di Enzo Mori

Percorso culturale di Mario Santoro 

Enzo Mori si consegna al pubblico con il primo volume di poesie dal titolo, di per sé significativo, "Di inquieti bagliori" e colpisce subito il linguaggio che appare istintivo, ancorché curato, levigato, controllato e capace di avvalersi della buona cultura sottesa della quale non solo la poesia si innerva ma trae spesso la sua forza.

Le parole sembrano rotolare e le cesure non sempre, anzi quasi mai, scandiscono i versi o i ritmi e spesso segmentano o scorciano il flusso sonoro che si presenta, ora pieno e vigoroso ( mai rumoroso), ora lieve e come vellutato, accarezzando quasi l'orecchio e penetrando nell'anima. E così nella lettura si ha l'impressione di un immenso labirinto dove orientarsi non è facile ma, paradossalmente, perdersi è difficile.

E possiamo concordare con Francesco Potenza che scrive: "Le tinte della sua poesia sono prevalentemente tenui, a tratti pastellate, soffici, diremmo friabili. E i versi sembrano rispettare precisi schemi metrici classici, hanno un'armonia che ha il dono di ricondurre il lettore nelle aule luminose dei rimpianti licei, tra gli echi dei passi di Saffo o di Alceo"

Nelle poesie torna sovente il passato con ricchi riferimenti ma senza ossessioni; esso risulta necessario ma non indispensabile. A volte è guardato con apparente distacco e con la maturità del superamento totale di certe tensioni, di alcuni spasimi, di cesoiate che lasciano i segni delle ferite. Il passato torna, dunque, e si mescola al presente guidandolo e indirizzandolo ma subendo i contraccolpi dello stesso sul piano del linguaggio.

Infatti il senso della contemporaneità smaglia, a tratti, i coordinamenti sintattici, lacera ogni configurazione ordinaria della parola, mantiene intatta la liricità e la propensione alla dissolvenza segnica, opera scivolamenti e soprasegmentalità, ferisce l'io narrante e gli spezza il filo con urti e scoppi.

In un linguaggio siffatto, in ciascuna poesia, si assiste ad un equilibrio volutamente precario tra il dato reale e l'impalpabile.

Si apre così l'insieme indefinito dei simboli e dei segni, precisi o sfumati, puntuali e ricorrenti eppure evasivi di Mori con certi ritorni nei quali anche l'io sembra sbiadire per trasformarsi in una sorta di lui e perdersi nel dato della impersonalità, prima di tornare a farsi nuovamente io per smarrirsi ancora, quasi a sancire l'inesplicabilità dell'esistenza:

"Mi perdevo
nelle vie imparate
da una carta stradale"

E il poeta si interroga, in maniera problematica, proprio sul significato dell'esistenza nel ricordo dell'ingiusto addio materno, nel richiamo alla vita che nasce e avanza con il suo inesplicabile mistero, con la morte sempre presente:

"Avevo i tuoi anni
quel nero mattino
che mia madre
volò su una stella". 

Altrove il dubbio è ripetuto ed è affidato ad un forse che però si carica di neutro nella triplice indicazione con riferimento alla fuga, alla danza, alla luna:

"Forse vivrai con me
lunghe fughe…
Forse in silenzio
danzeranno ancora…
Forse la luna
strapperà alle tue labbra una promessa" 

E le promesse assumono il valore di certezze o quasi quando il poeta sfiora gli affetti più veri nello stupore del miracolo antico e sempre nuovo della nascita di Francesca, nel pianto per la scomparsa di Kloghi, nell'esultanza per la venuta al mondo del "più dolce dei fiori", nella richiesta del perdono per la obbligata menzogna,

"in attesa
che l'orrido sogno abbia fine" 

nel bisogno ardente di amore per Manuela, la figlia che eredita le inespresse dolcezze degli antenati e che da sola, con la forza della sua innocenza potrà spingere il padre a tentare dei voli.

E questi riferimenti aprono alla disponibilità, alla speranza, al futuro, anche se l'autunno sarà penoso; ma il futuro è anche altrove, connotando di positività la poesia, più forte di quanto non sembri coi bagliori e le intermittenze:

"Dai limacciosi crepacci
delle mie paludi
riemergerò ogni volta
sorretto da liane
intrecciate di scherzi e risate" 

o nei versi delicati:

"Potresti ancora…
incarcerarlo a terra
l'ippogrifo…
mi fermeresti il cuore". 

E varrebbe la pena ricordare un gruppo di poesia che nel linguaggio e nel ritmo sembrano fortemente richiamarsi al dialogato parlato di Pavese o a quello familiare di Gozzano. Mi riferisco a poesie come "A te", "Ionia", "La casa sul colle", "Hvar-Croazia", "Peppe", "Presagi", "Miraggio di specchi".

E mi piace concludere l'analisi di questa prima raccolta con la poesia dal titolo "Hai schiuso al ricordo", con la chiusa sognante e delicata nella sua impalpabile dolcezza:

"Ancora lusinga i miei anni
l'impura carezza
che mi offri con labbra di seta". 

"Cronologicamente risolta senza soluzione di continuità" come sostiene Giovanni Amodio " la poesia di Mori, come un flusso di coscienza joyceana, (fluidofiume) nella corsa verso la foce, non cerca puntelli in strutture portanti, perché ininterrotto il registro inquietante della sua conquista di luce, lancia bagliori e rigenera problematiche nella visione privata e sociale di un impulso poetico irrefrenabile…"

Se la poesia è essenzialmente alchimia di linguaggio, forza propositiva dello stesso con molteplici messaggi appena accennati, capacità di far assumere alla parola polivalenze di segni e di significati con implicite connotazioni da affidare, sovente, alla disambiguazione del lettore, quella di Enzo Mori realizza tutti gli elementi di riferimento e si pone, con il senso di una musicalità profonda e di una direttività precisa nella comunicazione tematico-argomentativa, come momento di evoluzione naturale nella continuità di un percorso già intrapreso con il primo volume di poesie dal titolo "Di inquieti bagliori".

Qui siamo decisamente un passo avanti e ci troviamo dinanzi ai "Grani del tempo" laddove alla solidità allusiva dei grani, Mori affianca la scorrevolezza del tempo, realizzando una straordinaria situazione in parte, e solo apparentemente, contrastiva, in parte unificante se solo si considera la possibilità della rotondità dei grani e l'evidente scorrevolezza sulla linea del tempo, pure nell'apparente immobilità.

E così l'inquietudine si fa qui ripensamento, riflessione, aggiustamento interiore, maturazione, sensibilità e si affida alla delicatezza del verso che tende alla verticalizzazione senza, tuttavia, strapiombi e con la sensazione dello scivolamento morbido e vellutato, ovattato, addolcito, con possibilità, a tratti, di sospensioni e di astrazioni per ipotetici percorsi individuali nello spazio e nel tempo.

Cambia il panorama e i temi si impongono con naturalezza in forza di una terminologia accurata ed opportuna anche quando elementi occasionali fungono da filo conduttore o da pretesto per la poesia che si appoggia all'inferenziale, dice senza dire, pulsa, diventa veicolo di memoria, scava nell'inconscio individuale e collettivo, realizza momenti di emotività prima dell'inevitabile distacco nella dissociazione obbligata per non incorrere nel franamento dell'anima.

E piace la poesia di Enzo Mori che è sempre robusta e sostenuta dalla tensione giusta. E' il risultato di sofferto ripensamento, di incastro non facile della parola che sa rinnovarsi per tenere fede al dono degli dei nel primo verso, di dipanamento dei grovigli sensazionali, di sentimenti che talora urlano dentro, ma più spesso sanno cantare nell'anima del poeta e che esprimono, o tentano di farlo, quelle emozioni che non sempre possono essere affidate alla denotazione.

Ne esce fuori un autore sincero ed autentico, capace di raccontare apertamente, o quasi, e di mettersi in dubbio o in crisi come accade alla maggior parte dei poeti contemporanei che contano.

E la poesia percorre spazio e tempo, lungo latitudini e longitudini, al di sopra e al di sotto della linea equatoriale, senza vincoli, ricorrendo spesso a motivi cari all'infanzia, mai sradicata in ciascuno di noi, tanto da non apparire nemmeno credibile il poeta - e lo sa bene perché per sua scelta vuole seminare l'ombra del dubbio -, quando scrive:

"Oggi la nostalgia fuma lontano
e vale quanto un farmaco scaduto
o uno sfigmomanometro ossidato". 

Sarà così?! C'è da credergli?! O forse vuole che gli si creda, ingannando se stesso e gli altri? Chissà!

Io penso a una dichiarazione provocatoria e quindi ritengo di non dover prendere in parola l'autore soprattutto se considero che lo stesso dirà poi

"Aspetto il tuo ritorno
limpida stella
che illumini il mio pianto", 

ed altrove tornerà ad insistere su prospettiche illusioni e su momenti di forte recupero valoriale dell'infanzia con la linea delle proposizioni verticali e con il bagaglio enorme della malinconia, alla quale sembra anche inchinarsi il linguaggio, quasi per una sorta di automatico adeguamento provvisorio.

Altrove proprio il linguaggio prende le distanze dalle cose e si fa deciso e sicuro nell'indicare ipotesi di futuro o semplicemente percorsi possibili:

"Andavi nel grido di labbra serrate".

Ma è solo per poco perché subito esso plasma e si lascia plasmare dalle situazioni fino a farsi colloquiale e bonario nella sicurezza tipica dei poeti buoni dell'ultimo Novecento, con la parola che tende a farsi apparentemente facile e discorsiva e con il rapporto io-tu interattivo che non esclude gli altri.

E c'è un che di maturo che domina evidenziando i buoni e sani sentimenti che il poeta, rotti definitivamente i veli del pudore, può esternare senza banalizzarli per consegnarli ai lettori nella loro autenticità.

Allora possiamo leggere:

"…vederti e addormentarmi
nel suo seno di madre
contento solo
di restarti accanto" 

e poi possiamo continuare:

"Per dirti infine
sciocche parole
troppo a lungo taciute
senza pudore
senza più paura". 

E possiamo cogliere con assoluta sicurezza che le parole non sono sciocche (in verità non lo sono mai!) tanto più che sono pronunziate senza il senso della paura, come l'autore dichiara, e con la certezza e la convinzione della loro importanza e non solo nella contingente situazione.

A volte le immagini sembrano prevaricare creando momenti di contrasto tra dentro e fuori, tra le 'nere mura di lava', o 'il sole/ che in alto abbaglia', o ancora i 'timidi sorrisi' e la certezza di poter imparare 'questa lingua rotonda' per cantare vocali, fino a realizzare l'immagine in chiusura efficacissima e un po' penniana: "da qui si vede il mare/e schiume bianche di navi/ all'orizzonte".

La verità è che si può pescare a caso nelle poesie di Enzo Mori per trovarci sempre immagini a catena, ora nella contrastività giuocata ad arte, ora nella linearità del susseguirsi per mezzo di versi pieni e di rara evocatività.

E così ci si può smarrire tra 'farfalle bianche i fazzoletti' e ritrovarsi con 'spicchi di luna al collo/ e incantamento' oppure si può essere catapultati nello schiamazzo 'della città violenta' e ritrovare 'l'usata nostalgia' che 'riscalda il sangue ai fanti dei ghiacciai'.

E pare quasi di vederlo il poeta che si porta a spasso 'un malumore', oppure che dialoga con la ventenne Caterina e le chiede, con sorpresa e sbigottimento che lo rende fanciullo: " Dimmi quel tuo stupore/ quando hai incontrato il mare".

E, poiché egli torna fanciullo, può ritrovarsi facilmente lontano nel tempo e nello spazio dove "Fresche folate esalano valloni".

Accade così che anche il lettore meno attento si lasci catturare e trasportare dalla magia delle parole e ricerchi lontananze, miti antichi, angoli riposti, ancestralità, segni-simboli, note malinconiche, continuando a sognare ad occhi aperti.

D'un tratto viene voglia di imparare a memoria le parole "prima che un tempo opaco le divori".

E, quasi inavvertitamente e come per un assaggio di ipnosi, torna il dialogo interattivo, dolce, tentatore, favolistico quasi:

"Domandi sottovoce
di aggiungere al mio libro una parola". 

Pare quasi un rimando, nella circolarità della poesia o nel cabotaggio su mare chiuso, al rimpianto, come di cose irrimediabilmente perdute eppure, per memoria, ancora ritrovabili, forse intatte:

"Avevo canzoni…
le ho perse in pantani che ignori" 

Il motivo del ritorno è davvero sempre presente con l'obbligatorietà del percorso da compiere per il recupero delle rotte perdute con le sirene da rivedere e il gabbiano da inseguire nella sottesa, ma neppure poi troppo, significanza chiara.

E in questo ritorno e nei tanti possibili ritorni che sanno di miracolo, col mistero implicito e le arcanità in agguato, è quasi d'obbligo la preghiera con le richieste molte e soprattutto la speranza di evitare il rimorso delle colpe taciute.

L'uomo e il poeta si fondono e desiderano quasi perdersi dietro

"… un canto di donna
oltre il mio muro". 

Si potrebbe continuare a citare, e forse si dovrebbe, perché le poesie offrono pluralità di chiavi di lettura, modalità interpretative diversificate, elementi di richiami sottili, spunti di rilievo, rimandi plurimi, echi che vengono da lontano e dal profondo, esplosioni di sensazioni, sospensioni pulviscolari, attese, chiuse decise e piene, appagamento continuo e permanente.

E Mori si impone come poeta maturo che sa camminare da solo lungo la strada impervia della poesia e perviene ad un poetare tutto personale ed originale e soprattutto mostra la sua capacità di signoreggiare le valenze della parola che leviga di giustezza senza eccessi che la impoverirebbero sul piano della spontaneità.

Tutto si situa in un quadro completo e si muove con armonia senza tendenze autolesionistiche a strafare, pur meravigliando, senza evidenti forzature e sempre con l'intelligenza di sapersi ritrarre e quasi nascondersi dietro e dentro le tante immagini, con le coloriture a tinte pastellate ma non neutre e coi messaggi che penetrano fin al fondo dell'anima e che scavano decise nel profondo.

E siamo certi di poter attendere Enzo Mori a nuovi altri impegni per la nostra gioia, in qualità di lettori privilegiati.

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