APT Basilicata

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Basilicata turistica

Morlino Elio

Elio Morlino nasce a Potenza il primo gennaio 1920.

Tutta la sua esistenza è stata segnata ed "indirizzata" da un evento occorsogli all'età di nove anni, quando contrasse la POLIOMIELITE, malattia che, all'epoca, era poco clemente e lasciava segni indelebili e gravi e che lo avrebbe poi costretto alla sedia a rotelle.

Il dolore dei sogni spezzati lo indusse a scrivere, fin da ragazzo, di tutto, dalle novelle ai saggi alle poesie: scrivere era la sua consolazione, il suo sfogo, la sua preghiera.

La sua rivincita sul destino è stata la sua famiglia: la sua amatissima moglie Anna ed i suoi quattro figli.

Si è laureato in Scienze Agrarie nel 1944.

Ha collaborato con varie riviste ed è stato segnalato in molti concorsi nazionali vincendo numerosi premi.

Fra le raccolte di poesie ricordiamo:

  • Primi canti - 1938
  • Nuovi ritmi - 1939
  • Canti della Culla e della Croce - 1951
  • Fiori d'Anima - 1952
  • La fatica di vivere - 1958
  • Lucania madre - 1961
  • L'Artiere e la Musa - 1966
  • Frammenti lirici - 1968
  • Oasi nella Bufera - 1971
  • La clessidra del tempo - 1983
  • La cartella dei sogni - 1987
  • Altalena dei chiaroscuri - 1990
  • Silenzi nell'animo - 1995

Fra le raccolte di prose:

  • Novelle - 1942
  • Memorie di un Uomo - 1953
  • Incontri sul Ponte - 1955
  • Leopardi, Pascoli, Gozzano - 1957
  • Pensieri - 1961
  • Eros, Psiche , Thanatos - 1964
  • Figure allo specchio - 1970.

E' tornato alle sue "praterie di sogno" il 5 gennaio 1997.

Sulla sua tomba ci sono dei suoi versi: "…ma non per me che non ho corso mai, nemmen per gioco, ma se il destino maligno a me s'oppone, or io lo beffo e corro per praterie di sogno sconfinate…"


La poesia di Elio Morlino

tracce di un itinerario 

Percorso culturale di Mario Santoro

Si suole dire che dietro una poesia o dentro c'è sempre un uomo. Niente di più vero soprattutto quando la poesia appartiene a persone le cui suggestioni biografiche risultano particolari.

E viene facile, e quasi del tutto naturale, riandare con la mente ad altri autori, Gozzano su tutti, le cui indicazioni specifiche hanno contribuito ad un percorso poetico suggerito e sostenuto dai condizionamenti bio-psichici.

In questo caso, attraverso il filtro della sofferenza e del dolore, la poesia si connota e si caratterizza per particolari inferenzialità, tanto negli elementi singoli quanto nella sua visione più generale, sia pure attraverso un velo di temperanza che Elio Morlino sa stendere con delicatezza e finezza e che, non solo sorprende, ma lo rende assai caro al lettore.

I suoi versi, secondo quanto scrive Annalisa Sciarra "prezioso distillato di una dolorosissima esperienza esistenziale, non diventano mai chiusi alla verità ma, piuttosto, un'appassionata dichiarazione d'amore per essa. Ricordi e situazioni, attese disilluse e piccole gioie trovano voce nella serena consapevolezza che anche la morte, ultimo incontro terreno è un aspetto della vita e che, attraverso essa, 'estreme sinfonie del cosmo', l'animo andrà incontro ad una vita nuova e luminosa".

E ciò può rappresentare una sorta di linea di percorso del pensiero di Elio Morlino, una visione, malgrado tutto, temperata dell'esistenza, pur con le tante - troppe contraddizioni implicite e possibili - coraggiosa e non certamente facile o comoda, come qualcuno potrebbe essere indotto a credere.

E tutto questo avviene quasi in contrasto con le molte dichiarazioni di vita di sofferenza e di pena, di male di vivere, di dramma esistenziale - superabile in parte solo con il " mestiere di vivere" - di pavesiana memoria, di muraglie invalicabili, per ricordare Montale, di connotazioni negative e amare che sono tipiche di tutto il Novecento letterario italiano e che hanno segnato una sorta di filone enorme e di riferimento continuo e costante per varie generazioni.

E in questo riferimento allargato, Elio Morlino può giustamente collocarsi come protagonista per le suggestioni forti e drammatiche che promanano dalla sua biografia e per la forza spirituale che lo sostiene e che innerva tutta l'attività poetica.

E mi piace ricordare una mia "Lettera a Elio Morlino" che risale agli anni settanta nella quale tra le altre cose scrivevo; " La tua poesia mi piace: è bella; è forte; è tenera; è delicata; è profonda e va oltre le parole. Ma mi piace soprattutto per quella carica umana che sprigiona presupponendo una saldezza di intenti, una forza di carattere non comune e la soddisfatta ricerca di un equilibrio conquistato a fatica, giorno dopo giorno, 'tenacemente' (-… da me, da me solo - per ricordare Pascoli)"

La cosa può apparire finanche sorprendente proprio per il senso profondo della consapevolezza che emerge in ogni poesia e direi in ogni verso; consapevolezza che affiora, anche troppo chiaramente, fin dalla dedica introduttiva al testo: "Silenzio dell'animo" nella quale l'autore accenna al "triste cammino di vita".

E la tristezza appare evidente, anche per tratti soprasegmentali, dalle parole, nella precisione dell'incastro e dalle inferenze dei significanti o dalla disambiguazione attenta di certe affermazioni, pure votate dichiaratamente al positivo.

Il volume, cui si fa riferimento, presenta poesia datate dal 1988 al 1993 con l'unica eccezione della prima che è del lontano 1951 ed è tratta dalla raccolta "Fiori d'animo" che segna, con esplicita chiarezza, le due tappe misteriose dell'esistenza: la culla e la bara.

Essa è tutta giocata sui due poli legati dallo stesso legno nel metaforico riferimento all'inesplicabilità della vita, di questo passaggio breve, dell'attesa della morte, della "signora vestita di nulla" di gozzaniana memoria, sin dal primo giorno nello stupore per l'incomprensibilità.

Poesia problematica e affidata alla capacità del lettore di procedere per connessioni intime e molteplici come tutto il percorso poetico che risulta libero dal punto di vista tematico, con obbligati approdi inevitabili, con il senso della smania, dell'emozione per certe situazioni vissute o semplicemente desiderate e sperate, con gli smarrimenti, a tratti, l'amarezza, le indicazioni qua e là dell'imperscrutabilità del destino, eppure sovente un filo di speranza che, tuttavia, appare più dichiarata che sentita davvero:

"Siamo vogliosi d'amore,
vogliamo inebriarci
di luce e di felicità
di quella felicità
di cui la terra è avara" 

Le dichiarazioni mi sembrano fin troppo chiare nell'essenzialità del verso che le guida. E se ciò non bastasse, successivamente il poeta riprende in maniera ancora più problematica:

"Ansiosamente viviamo i giorni.

Di tanto in tanto
s'inabissa un'anima che scompare
in un naufragio
di speranze morte"

La sensazione di sofferenza, di dolore, di ansia, di angoscia, ancorché attutita dalla parola filtrata e volutamente distante, qui risulta fortemente veritiera sia, nella cadenza dei versi e nella musicalità che allude esplicitamente, sia nella terminologia che funge da continuo e tormentoso rincalzo (Ansiosamente…di tanto in tanto…s'inabissa… scompare…naufragio… morte), sia, infine, nella chiusa che uccide del tutto le speranze, quelle che sono sempre le ultime a morire.

Tale sensazione permane ed accompagna il lettore anche quando per l'autore tutto diventa gravoso nella fatica di raccontare, di scrivere, di affidarsi alla parola nella sua magia e nella sua capacità di saper lenire, calmare, consolare, pulsare.

"Difficile non è il principiare
a scrivere versi
quando hai vent'anni,
e le rose del tuo cuore sono in boccio. 

 

Difficile è il mantenere retto
il sentimento cantando
dopo aver capito
che il mondo è vanità
ed ogni cosa ha il colore dell'anima
ed il sapore del fiele e dell'assenzio" 

Ma per fortuna, a fare quasi da contrapposizione, altrove il poeta scriverà:

"Da dove nasce quest'ansia
di cantare all'amore le sue lodi?" 

E, com'è ovvio, sovente tornano alla mente memorie di un passato lontano, ma si tratta di un passato che affonda le sue radici tanto indietro nel tempo e che procura dolore perché affiorano 'memorie insoddisfatte' anche se per fortuna ora,

"Impavido resisto
al vento e alla bufera" 

anche perché una voce buona spinge ancora a combattere. Ma si tratta pur sempre da un lato di opporre resistenza e dall'altra di lottare anche per salire l' "Altare di Passione":

"Poeta sarà colui
che con la forza della sua passione
riuscirà a sopportare
l'ansia che lo sprona a salire…" 

E così la poesia svolge un ruolo attivo ed importante se può giustificare ' il terreno esilio' anche se non sarà capace di dare le risposte più elementari e più difficili dell'esistenza che "comincia all'alba/ per morire ai piedi della croce".

A tratti tende a diventare sublimazione:

"Scrivo col sangue
le parole amate" 

Spesso assume il carattere della preghiera e della resa:

"Ti prego buon Dio,
misericordioso e dolce,
affinché la mia sconfitta
si traduca in luce" 

Altre volte il poeta si abbandona al sogno remoto che gli consente di vedere un fanciullo correre "incontro alla vita e al destino" oppure può guardare in avanti la vita che scorre sorridendo alla vanità e immaginando e quasi sperando "nella dolcezza di migliori giorni".

Sembra subentrare un clima di accettazione pacata se non del tutto serena che, solo a tratti, apre squarci e fa mutare registro al linguaggio:

"Come un puledro bizzarro
mi disarcionasti
e mi lasciasti all'angolo di via" 

Ma ancora una volta a salvarlo è la sorella Arte:

"Sarò come mi vuoi,
amica del cuore e del pensiero". 

E altrove il poeta dirà con più determinazione:

"Sorella Arte,
prendici sotto le tue ali protettrici,
la tua grazia
illumini i nostri cervelli
con la fiamma che scaturisce dal cuore." 

E il linguaggio sostiene il riferimento tematico e si addolcisce concedendo qualcosa alla musicalità ed alla delicata melodia e soprattutto si fa filtro delicato di pensiero e si pone come privilegiato raccordo tra il poeta e il lettore che elimina del tutto la distanza ed entra in una sorta di ideale connubio ed in una comunione spirituale.

Le parole risultano davvero "pensate", forgiate con esperienza e perizia perché l'incastro delle stesse costituiscano un mosaico variegato e completo e perché tutti i versi possano compararsi al primo (non in senso cronologico), cioè a quello suggerito dagli dei, secondo un'indicazione efficace di Paul Valery.

La parabola tende a chiudersi e la poesia si fa più dolce, più intensa e raccolta con una sorta di consapevolezza che assume il tono della sicurezza di poter continuare a dialogare nei cieli infiniti dell'al di là e "nei giardini/ immortali dell'anima ".

E la certezza assume valore di giuramento se pensiamo che scaturisce dall'anima "del povero poeta ribelle" che tuttavia sa - o vuol farci credere che sia così - che se "La voragine dei giorni/ è già trascorsa" egli può intravedere "in lontananza/ un porto luminoso tra le nebbie".

E' proprio così? Chissà!. Noi confessiamo che ci piace crederlo!

Del resto proprio il poeta affermerà altrove la potenza della sua voce che può perdersi, è vero, ma solo nell'immenso o nella 'tavolozza del creato'. Ed è questa sensazione-speranza-timida consapevolezza che lo sostiene e lo incoraggia facendogli dire poi:

"Ho trascorso la vita in prigione
senza osare nulla
in questa sfortunata
vicenda mortale". 

E se a volte il poeta si concede il dialogo alto con la 'vergine dea' Calliope, con Tersicore che come una libellula allieta con la sua danza lo spirito, con Melpomene, capace di risolvere in canto anche le tragedie, con Clio che canta 'la canzone delle stelle', con Erato che è "protettrice dell'amore/ fiore della vita sui monti" ma anche ninfa silvestre e girovaga, pronta con la sua cetra a 'cantar poesia', con Talia e con Polinnia fino ad arrivare a Urania, 'ultima sorella delle nove muse', se tutto questo è vero, a noi piace immaginare il poeta come lui stesso si descrive:

"Dietro lo scrittoio
sotto la luce
che mi piove intorno
muovo le ali spezzate
nell'ultimo canto" 

Che poi non sarà l'ultimo canto, accorato e consolatorio, sia perché per un poeta un canto non è mai l'ultimo, sia perché il suo appartiene, come bene prezioso, ai lettori, ora e sempre, sia ancora perché il suo canto è libero nelle "sue lontane praterie" dove l'autore, beffando il destino maligno, finalmente può correre…

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