APT Basilicata

APT Basilicata

Basilicata turistica

Nolè Beatrice

Beatrice Nolè è nata ad Avigliano nel 1953.

Sociologa e dirigente presso la A.S.L. num.2 di Potenza, ha svolto numerosi incarichi come coordinatrice di progetti a favore della famiglia, delle donne e degli adolescenti in difficoltà.

Numerose le monografie e i saggi pubblicati e tanti i riconoscimenti.

Ha partecipato a numerosi premi di poesia, risultando vincitrice al premio di poesia di Porto Empedocle.

Da alcuni anni tiene corsi di scrittura creativa.

 

Ha pubblicato:

  • "Vicoli e Vaniglia (prosa) - Edizioni ERMES - Potenza - 2000

Inoltre ha scritto:

  • "Il rendimento scolastico nelle Scuole Elementari di Avigliano" -Monografia stampata a cura del comune di Avigliano - 1980;
  • "Il vino nella cultura popolare aviglianese" - Basilicata Editrice - 1984;
  • "Malati, medici ed empirici in Basilicata tra '800 e 900'" in "Impegno Ospedaliero - Sezione Scientifica" Edizioni Internazionali - 1987;
  • Un quartiere ghetto nella nuova Potenza" - Basilicata Editrice - 1987;
  • "Medicina nelle campagne. Autonomia terapeutica del contadino e atteggiamenti verso il medico" - Basilicata Editrice - 1987;
  • "America, America, America! L'impatto urbano dell'immigrazione meridionale negli USA" - Basilicata Editrice - 1987;
  • "Nuzialità, fecondità, natalità e aborto in Italia e in Basilicata" - Calice Editore - 1989;
  • "Matrimonio, prostituzione, illegittimi" - Calice Editore - 1991


L'Opera di Beatrice Nolè

Percorso culturale di Mario Santoro 

L'autrice apre il suo cassetto di ricordi infantili e si occupa anche del disagio psichico.

Beatrice Nolè, nata ad Avigliano nel 1953, pubblica nel 2000 il suo primo libro di narrativa "Vicoli e vaniglia". E' un testo denso di ricordi, in cui sono racchiusi tutti gli odori, i sapori e i colori della sua infanzia.

Rossella Aurilio, che ha curato la prefazione, sottolinea che "attraverso odori, sapori, colori e suoni, la protagonista rivisita le tappe più significative della sua crescita".

Ed aggiunge saggiamente: "Come comunemente accade in ogni storia, queste tappe non sono rappresentate soltanto da eventi oggettivamente importanti, ma da piccoli e talvolta insignificanti indizi: frammenti di oggetti impressi per sempre nella memoria associati a qualche importante decisione o una particolare luce che custodisce, come uno scrigno, la significatività di una relazione"

Il testo capta subito l'interesse del lettore, non solo per il tema trattato, ma anche per l'uso di uno stile autentico, essenziale e leggero. I messaggi che possono essere colti sono anch'essi autentici: l'affermazione dell'Io e dell' identità di ciascun individuo, la consapevolezza della propria cultura di appartenenza.

"Solo grazie alla certezza delle nostre radici -continua ancora Aurelio- possiamo crescere con un'identità solida, accettare di diventare adulti e "normalmente" invecchiare".

E' un ambiente arcaico ed immobile, quello descritto dall'autrice, ma capace di trasmettere affetti, emozioni e valori.

Margherita, la protagonista principale del racconto, ha imparato a crescere, subendo il fascino e l'influenza di molte figure parentali che si incontrano nel racconto, come la madre, lo zio Battista, il fratello Tommaso e il padre.

Beatrice Nolè ha saputo egregiamente coniugare il passato col presente, l'antico con il moderno, assorbendo tutto quello che le servirà per costruire una identità solida.

La linea del percorso si apre con i sapori che sono tanto più dolci e cari perché appartengono all'infanzia e quindi possono essere nuovamente gustati con il velo trasparente del tempo trascorso e con la semplicità dei cibi che impregnavano tutti gli ambienti, interni ed esterni, .

Ma i sapori avvolgono e impregnano anche le persone.

E così c'è la figura di Rosa, donna senza età perché senza figli, fiera nel suo portamento e nel suo incedere ma semplice nel suo essere così particolare con il fascino del velo del mistero e della vaghezza.

Con pochi tocchi l'autrice ci consegna un personaggio a tutto tondo e tale da apparire già familiare: viso olivastro, zigomi alti, occhi grandi e tondi, naso corto e narici larghe.

E' un personaggio umile che si guadagna da vivere lavorando sodo ed esercitando il mestiere forse più umile e più antico che è quello del contadino.

La semplicità della sua esistenza è evidenziata nel racconto da uno stile piano e leggero, godibile e sincero, semplice ed a tratti con uso di sintassi schematica e priva quasi del tutto di parti dialogate e quindi attraverso una narrazione oggettiva della scrittrice, ovviamente rigorosamente in terza persona.

E se la sua vita è stata silenziosa, altrettanto senza alcun rumore è il suo passaggio finale: "E il silenzio scese a proteggere gli ultimi giorni che servirono a Rosa per congedarsi da quel mondo che aveva attraversato con dignità e leggerezza".

Figura strana e misteriosa, dunque, ma anche simpatica, calda, vicina.

Ci sono poi pagine che si attardano a descrivere gli odori e sulla scia degli stessi a restituirci momenti di vita andati e, irrimediabilmente, perduti. Su tutti gli odori buoni o i profumi sembra ergersi quello penetrante della vaniglia proveniente dalla credenza e particolarmente intenso tutte le volte che essa era aperta.

Ma gli odori si susseguono e si moltiplicano anche per spostamenti minimi, occupando precise zone di riferimento: ora c'è quello dei latticini appena fatti, ora quello acre della paglia nel magazzino di campagna, ora ancora quello della muffa e dei cartoni.

Si passa così in rassegna una serie di situazioni particolari che sono situazioni di vita vissuta.

Anche il vecchio edificio scolastico emana odore severo di libri, di saggezza antica, d'inchiostro, di carta ingiallita con la sensazione del tiepido in netto contrasto con il penetrante e pungente odore del freddo delle lenzuola d'inverno nelle case senza riscaldamenti.

La carrellata continua con il profumo del marsala, delle caramelle "povere" per i bambini, del mare nella gioia della scoperta e del primo incontro e infine dell'incenso e dei fiori nelle chiese.

Completa il percorso letterario la vasta gamma dei suoni a partire dalla sirena dell'edificio scolastico con l'annuncio della fine delle lezioni e l'inizio del conseguente schiamazzo di voci di alunni.

Poi, pian piano, da ogni parte del paese si levano altri tipi di suoni, anche quelli che con il tempo si spogliano delle caratteristiche di fastidiosità per farsi addolciti e per determinare rimpianti e nostalgie.

E così "il suono del martello e della mazza dalla bottega del fabbro, un suono ritmico e regolare, i gesti scanditi ad arte, guidati dall'esperienza e del mestiere, gesti sicuri nel buio della fucina rischiarata a tratti soltanto da lampi di fuoco".

Seguono e si alternano suoni minimi e delicati ad altri anche stridenti e forti, nonché melodie e delicati riferimenti in una disposizione apparentemente senza ordine e come suggerita dall'anima della scrittrice.

Al tic tac della sveglia segue il rumore metallico degli zoccoli dei cavalli, alle canzoni, con la magia che promana da esse e il fascino misterioso, seguono voci stonate e sguaiate delle donne che cantano e pregano nelle processioni accompagnate dalle bande rumorose ed allegre.

E così si va componendo un paese, una comunità, un pezzo di storia del passato perché accanto, dietro e dentro, i profumi, i colori, i suoni si snodano leggeri.

Si tratta di storie di vita con le loro particolarità e caratteristiche e, al tempo stesso, di personaggi e situazioni che diventano immediatamente simpatici al lettore che ha la sensazione, scavando nel proprio inconscio, di conoscerli.

E se Margherita è e resta la protagonista, apparendo qua e là e quindi senza invadenza, ma sempre significativamente, ci sono da notare ancora Rosa, Tommaso, zio Battista, zio Gerardo.

Personaggi, colori, odori, suoni consentono all'autrice di condurre il lettore "con sapiente discrezione attraverso sensazioni che risvegliano sensazioni, tra ricordi che generano ricordi, facendoci scoprire un mondo governato da regole, da leggi arcaiche ormai quasi dimenticate. Per questo mondo l'autrice non sembra chiederci rimpianto, nostalgia, ma, come dire, di trattenerlo nelle maglie della nostra contemporaneità come un collante che ci consenta di riconoscerci e di riconoscere, nel tessuto comune di esperienze pericolosamente in bilico tra cultura contadina e cultura industriale, la possibilità di un radicamento leggero nel nostro passato, senza ,cioè paranoie folcloriche o, peggio ancora, esaltazioni da archeologi della moralità tradizionale".

Non possiamo non concordare con questo lungo giudizio della Colocigno.

La Nolè, quale sociologa, è stata anche coautrice insieme con altri esperti del saggio "Storia di folli e di follie", in cui viene documentata la diffusione del disagio psichico in Basilicata.

In particolare, la ricerca si sofferma sulla malattia mentale a Potenza dopo la legge 180, che ha sancito la chiusura degli istituti manicomiali.

L'autrice mette in luce la disapplicazione della normativa, evidenziando come la centralità del territorio è stata sostituita dalla centralità del ricovero, giustificato dal controllo sociale.

"Non sono sorte strutture -continua Nolè- adatte ad accogliere i pazienti dimessi, i quali hanno varcato il cancello e lì sono rimasti attaccati perché sapevano dove andare".

Nell'articolo della Nolè vengono riportate alcune esperienze di ammalati psichici all'interno di gruppi-appartamento, la loro voglia di farcela e di abbandonare per sempre la struttura manicomiale, dove comunque avevano trascorso buona parte della loro vita.

Quella del gruppo-famiglia risulta senz'altro un'esperienza positiva che ha portato all'autonomia e all'integrazione di persone che hanno subito violenze e abbandoni.

E' ancora presente nel volume "Famiglia famiglie Persone" in uno con Adurno, Salvia, Stolfi con una riflessione approfondita e seria sul tema "Nuzialità, Fecondità, natalità e Aborto in Italia e in Basilicata".

Torna Sopra