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Pallottino Antonio

Pallottino Antonio è nato a Rionero in Vulture l'8 febbraio del 1943. Laureato a Milano in Storia e Filosofia, come docente delle medesime discipline ha prestato la sua opera presso il Liceo Classico di Rionero.

Ha vinto numerosi premi letterari, ha fondato la compagnia teatrale GRUPPO 8 e, attualmente, collabora a riviste locali e nazionali. E' autore di diverse recensioni letterarie.

Ha pubblicato:

  • "L'Acetosa sollevò il capo", Casa Editrice Lacaita, anno 1997;
  • "Dei tuoi colori mi decompongo", Casa Editrice Lacaita, anno 2000.


Il percorso poetico-letterario di Antonio Pallottino

Percorso culturale di Maria Verrastro 

Antonio Pallottino, nato a Rionero in Vulture nel 1943, pubblica nel 1997 la sua prima raccolta di poesie dal titolo L'acetosa sollevò il capo, dedicata all'eccidio avvenuto nel suo paese natio il 24 settembre del 1943.

Nella premessa l'autore spiega i motivi che l'hanno indotto a cimentarsi su questo argomento: egli sente il dovere morale di raccontare come si svolsero i fatti tragici avvenuti in Rionero e di rammentare alle future generazioni che non bisogna dimenticare, poichè solo sul passato è possibile costruire il presente e il futuro.

Il quadro storico di riferimento che fa da sfondo a tutta l'opera è quello della Resistenza. Siamo in piena occupazione tedesca e in tutto il Paese il popolo dà prova di grande eroismo, resistendo al nemico che, prima di ritirarsi, saccheggia, distrugge, uccide.

Anche a Rionero furono trucidati diciotto giovani innocenti e il poeta li ricorda ad uno ad uno, chiamandoli col proprio nome e cognome.

Pallottino descrive così l'arrivo del nemico:

"Da nord.
Sopraggiunsero da nord.
Malaugurevoli.
Nei passi inaspettati un tumulto
Sibilò così cupo di presagi
Da impensierire il Cielo.
Piombarono col volo crudo di un rapace.
Piombarono sulle pietre illivite.
Negli strilli storditi dei bimbi.
Piombarono sulle spie angosciose dei vetri
Sugli usci sbiancati.
Rivoltarono sapori ispessiti
E i robusti profumi
Dei pudori furono profanati..." 

Il paesaggio sembra quasi presagire la strage che accadrà: "…brusco il risveglio dell'acetosa il capo sollevò"; "Quel settembre alitava di tralicci prossimi a cadere"; "Il Cielo si impensierì". Anche la natura partecipa al dolore dell'uomo.

Il critico letterario, Luigi D'Amato, nella prefazione così scrive: "E' la terra stessa, la natura che soffre attraverso le ferite profonde dell'umanità. Un panismo inconscio unisce in comune sentire uomini e cose, natura e umanità".

Per D'Amato l'autore ricorre all'uso della sinestesia e dell'ossimoro, mettendo insieme elementi contrastanti, come l'idillio e il dramma, che coesistono perfettamente fra di loro. Lo stile diventa sempre più evocativo, drammatico, incisivo ed epico.

Tutta la raccolta è accompagnata dalle litografie di Giovanni Brenna, in cui abbondano visi pietrificati dal dolore, corpi nudi ed ammassati, con la rappresentazione di scene di morte che evocano il dolore universale.

A distanza di tre anni Pallottino pubblica la seconda opera di poesie dal titolo Dei Tuoi colori mi decompongo, in cui si può cogliere tutto lo spessore culturale e poetico dell'autore.

La raccolta, divisa in tre parti, comprende ben quaranta liriche. La prima parte si apre con la poesia "Solitudine", risalente al periodo giovanile, nella quale viene descritta una natura idilliaca in cui il poeta, silenzioso e solitario, ritrova la sua pace tra le zolle, gli alberi, le stelle.

Nei versi giovanili di "Solitudine" si intravede un'atmosfera radiosa e solare, un rapporto semplice e limpido con la natura.

Nella seconda parte dell'antologia, "Chiaroscuro", la poesia cambia bruscamente colore e l'animo del poeta si fa meno tranquillo; si agitano in lui "bui irritati", "acquai allarmati" e vi sono "anime sospese nel vuoto".

Le immagini che si incontrano sono surreali e l'autore sembra quasi sfuggire alla realtà.

Nella prefazione al volume, D'Amato, così scrive: "Nei componimenti di Chiaroscuro le immagini sembrano sancire la voglia di sfuggire alla presa d'atto della realtà. Quasi a voler impedire all'io di interferire nella immediatezza del magma formale ed espressivo e rimanere al dato del momento frazionale della percezione pura e semplice del mistero".

Il critico sottolinea il carattere metafisico della poesia che si muove al di fuori del tempo e dello spazio, tanto che l'autore non ricorre all'uso della punteggiatura proprio perché tutto il suo magma interiore straripa fuori in maniera rapida ed incessante, passando così dalla dimensione soggettiva di "Primo Vere" a quella oggettiva di "Chiaroscuro".

La natura non rappresenta più un rifugio per il poeta, ma appare in tutta la sua forza negativa. In tutte le liriche lo scenario è cupo e pieno di presagi, quasi apocalittico, si avverte tutto il travaglio e la decomposizione interiore dell'uomo.

La terza parte della raccolta segna il passaggio definitivo verso la crisi dell'essere e della poesia, intesa quest'ultima tradizionalmente come espressione semantica in grado di rappresentare una realtà dai contorni definiti.

Per dirla con le parole di D'Amato "…la voce del poeta non è più la voce dell'io ma la voce di una realtà che si propone nel suo straniarsi dalle coordinate dell'essere. Crisi della poesia, dunque, ma come crisi dell'umano che vi è dietro, di tutto ciò che era finora contemplazione di certezze e valori".

In "Albero cavo" e "Come di te mi replichi" si registra la decomposizione dell'io, cui si accompagna parallelamente la frammentazione della sintassi, quasi che l'autore voglia denunciare la fondamentale "impossibilità di una grammatica dell'io e della natura".

"Albero cavo: ecco cosa sono
dacchè sul crudele strumento del tuo canto
col tuo maligno il mio soffio sostenesti
orco avaro vampiro alle perle
dei tuoi stessi istanti" 

 

"Che aliti acri
Che assedi di respiri marciti
e come di cortecce moribonde ti consumi e in me
di appassiti risvegli ti replichi
e di tanta minerale mutazione
di un crepitare
di sali
così crudo mi moltiplichi" 

L'autore, tuttavia, non può e non vuole accettare questa dissociazione, per cui nell'ultima parte che si apre con "Occhio di bottiglia" cerca di recuperare la capacità del linguaggio, di esprimere l'autenticità della parola, al di fuori di ogni convenzionalità.

"E' forse questo il tentativo -così si esprime D'Amato- di surrogare un oggetto, una realtà che ormai si è ritirata e si è ridotta a detrito disaggregato ed informe".

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