
Nicola Petrizzi è nato a Potenza, il 7.1.1944, dove vive e lavora presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze.
Già allievo del professor Aristide Tancredi, appassionato di arte e in modo particolare attratto dalla pittura, ha partecipato giovanissimo alle prime rassegne e mostre ( vedi “Premio Basento nel primi anni ‘60), privilegiando il paesaggio lucano in genere e poi il mondo contadino che ancora oggi rimane nodo fondamentale, se non esclusivo, dei suoi interessi pittorici.
Realizza dipinti esclusivamente ad olio, alternando alla spatola il pennello, e ponendo al centro degli stessi l’uomo generalmente “anonimo” con la universalizzazione dolorosa dei suoi problemi esistenziali.Ha partecipato a tantissime mostre e rassegne, facendo incetta di premi, sia nella regione Basilicata, sia in campo nazionale.
E’ citato in pubblicazioni specializzate; fra le altre, in “Pittori di Basilicata” e in “Poeti e pittori italiani”.Ha curato illustrazioni di alcuni libri di poesie.Le sue opere si trovano presso privati, chiese, uffici pubblici.
Hanno scritto di lui agli inizi della carriera:
“…Non posso non ricordare, qui di seguito, i veri pittori che hanno fatto o fanno la storia della vera arte pittorica potentina… Nicola Petrizzi…” (Mario Carnevale).
“…Il bravo Petrizzi, nelle cui opere trapela la preponderanza del paesaggio lucano con un vigoroso realismo che trascura la precisione del particolare dando vita ad una semplificazione della forma e ad una tonalità, ottenuta spesso da leggere pennellate di colore…” ( Il Tempo).
“… Nicola Petrizzi si è fatto apprezzare per il suo lirismo paesaggistico lucano…” (Il Mattino)
“…Il giovane Petrizzi non consente dubbi. Si tratta di un pittore di sicura maturità la cui tavolozza basata sui grigi e sulle terre, il cui impasto e la cui pennellata fluida evocano risonanze malinconiche…” (Il Tempo).
“…Si riconosce nei suoi quadri uno stile particolare che ne caratterizza le opere che, nella loro semplicità, sono piene di una luce reale, per cui nella sua pittura osservazioni ve ne sono fin troppe ed è ciò che ,fa pensare al successo…” (Michele Giocoli).

Percorso culturale di Mario Santoro
Mai come in questo caso si può parlare di pittura della continuità sulla linea del mondo contadino, se è vero che dai lontani anni ’60 e cioè dall’inizio dell’attività artistica di Nicola Petrizzi, come risulta da attestazioni di merito apparse su quotidiani come “Il Tempo” e “Il Mattino”, la sua fedeltà alla terra lucana è rimasta immutata anche se la tensione emotiva che accompagna le sue opere, le tonalità e i colori, vanno assumendo connotazioni diversificate e sembrano allontanarsi dal bianco e dal nero anche troppo marcati e allusivi.
Emozioni violente, accompagnate da catene di immagini in sovrapposizione, sensazioni di attrazione, con accelerazioni ritmiche e quasi fibrillazioni, rimandi immediati, per impatti situazionali allargati, diacronie di tempo dilatate nella immobilità e nella staticità con il sotteso implicito dinamismo, silenzi pensosi e carichi di sfumature, visioni, tendenti al mito, oltre i marcati segni-simboli, coralità pulsanti nella valanga dei discorsi possibili eppure taciuti, elementi ritornanti nella riproposizione ossessiva e variegata, memorie profonde e segnate, richiami molteplici nella colleganza dei significati, senso dello sbigottimento in un clima di magia e di incantevole rarefatta teatralità, sono solo alcuni riferimenti della pittura di Nicola Petrizzi; riferimenti che sbalzano nell’immediatezza del primo impatto e che tornano a riproporsi con sfumature ed allargamenti degli aspetti macroscopici del mondo contadino che funge, evidentemente e inequivocabilmente, da filo conduttore.

Si può parlare, quindi, a ben ragione, di pittura della continuità con riferimento ad un mondo che viene ripetutamente proposto, sul filo della memoria nella sua integrità e nei suoi aspetti significativi, con l’offerta, ora individuale, ora collettiva. Si può cogliere il continuo ripiegamento dei personaggi su se stessi, senza ipotesi di fragorose esplosioni o ribellioni, senza quasi l’idea della speranza e come in una visone di chiusura totale ai mille trepiti, coi virtualismi in sovrabbondanza, del pensiero post-moderno, nel quale pure siamo calati.
Dominano, al centro come alla periferia, la sofferenza, nella sua autenticità, il dolore, nella sua insopportabilità, la rassegnata accettazione della crudeltà e dell’ineluttabilità del destino, nella comunanza globale, che forse un poco consola, e che, nella osservazione-esplorazione attenta e profonda, sostiene l’artista, con la implicita ed irresistibile partecipazione al senso del corale e del drammatico che annulla la parola, cancella i possibili sbocchi di luce, proibisce gli scherzi del colore, toglie il respiro e lascia, tuttavia, incantati, in una sorta di stato di ipnosi continuo e permanente.
Forte di questi elementi e di certe sottolineature, marcate e vibranti, e capace di realizzare una fitta rete di emozionalità, l’arte pittorica di Nicola Petrizzi non sembra neppure sfiorare la mappa variegata dei movimenti contemporanei italiani e stranieri e mantiene, prudente e cosciente, la distanza non solo dalle forme di “Arte concettuale”, dall’”Appening”, dall’ ”Iperrealismo”, dalla “Land Art” dal “Fluxus”, ma anche dalla “Pittura descrittiva, dall’”Arte Ambientale”, dal “Post-Modern” e dalla “Transavanguardia”. Rimane, per scelta consapevole ed esperienza ultradecennale, coerentemente legata al dato reale che emerge, con tutta la vigoria espressiva, con il tratto deciso del pennello o della spatola, con l’evidenziazione di certi elementi significativi connotati anche in termini di tonalità, mostrando una progressione, sottile ma evidente, e quasi un’evoluzione nell’approccio e nella definizione che testimonia una sorta di ammorbidimento del pessimismo che allontana toni cupi e tetri e che si affida, qua e là, al colore che lo rende, per così dire, sopportabile.

La pittura si impone e giganteggia con i segni estremi della chiarezza impressiva ed espressiva, con l’evidenza delle figure, prevalentemente umane, l’organizzazione degli sfondi, che costituiscono un insieme amalgamato ed omogeneo, con la forza plastica e viva dei riferimenti ed è capace di penetrare nell’anima dell’osservatore, scavando solchi profondi ed aprendo scenari straordinari nel sub conscio, col rimando immediato a lontananze evocanti situazioni tendenti a sfumare nella mitizzazione.
E se già nel lontano passato Mario Carnevale parla dell’arte pittorica di Petrizzi come “vera” e Michele Giocoli riconosce ai quadri “uno stile particolare”, val la pena annotare quanto scrive Antonietta Acierno Pellettieri per la quale i “Frammenti cromatici “ sono “tenuti insieme da un oscuro profilo che impedisce alle figure di frantumarsi in tessere aride e terrose” e mette in evidenza il fatto che le figure siano senza volto, “appoggiate le une alle altre, con la curva delle spalle oppressa da un peso invisibile; vicine, eppure straniate e lontane in una incapacità di comunicazione, in un’afasia di emozioni che le danna ad una solitudine esistenziale senza orizzonti, senza sfondo prospettico”.
Si tratta di un vigoroso realismo nella marcata presenza dei simboli, uguali e ripetuti eppure sempre diversi, nella pensosità delle situazioni ritratte, nella tensione emotiva evidente, nella dilatazione del dolore umano e nella generalizzazione dello stesso, nella pienezza espressiva degli atteggiamenti, nella capacità di compattare secoli di immobilismo storico fino al richiamo di primordialità ancestrali, senza il pianto facile o la lamentazione scontata, ma con l’orgoglio della difesa del pudore, la gelosia dell’appartenenza ad un mondo nel quale prevale e domina la privazione, il sacrificio, la lotta per l’esistenza e per la sopravvivenza e campeggia il lavoro che sfinisce, sfibra, spossa, e che supera tutti i limiti e le scansioni temporali e finisce per permanere, permeando di sé le persone, anche nelle situazioni di pausa o di riposo, quasi un ottundimento del corpo e dell’anima o una maledizione biblica.

E così tutto si muove con esasperata lentezza o resta immobile e sembra dominato da un fatalismo rigoroso e totalizzante, consegnato alle tante teste piegate, sempre disposte in maniera da nascondere i volti con le relative peculiarità, oppure affidato ai copricapi uguali, agli abiti nelle deformanti forme, alla gestualità stanca e minimale, alle sedie malfatte, ai muri rozzi, agli scalini con le mezzeporte, alle braccia gonfie e incrociate sui grembi o sulle cosce, quasi a segnare la piegatura dei corpi in avanti e delle spalle ricurve, agli attrezzi da lavoro nella primitività della fattura, a qualche bica di fieno mangiucchiata o scavata dal forcone, a qualche casa addossata nei chiaroscuri delle rozze pareti e nelle sgraziate e tozze forme, con l’insistente mancanza delle porte e della finestre.
Si delinea un percorso che vede al centro l’uomo dei campi e si può ipotizzare una triplicità intenzionale: l’uomo al lavoro; l’uomo nella condizione di riposo; gli elementi di comunione (case, attrezzi da lavoro, utensili diversi).
Non cambia la situazione di fondo, non muta il quadro di riferimento generale, nel quale sono presenti, senza essere sbandierati, i valori della tradizione, quali la solidarietà, la compresenza, la compartecipazione, la condivisione della miseria, il senso dell’uguaglianza, i rapporti affidati alla scarsa gestualità e al silenzio che domina, gravando fino a schiacciare e quasi a negare l’utilità della parola.
E’ decisamente un mondo scomparso, quello di Petrizzi, e salvato, miracolosamente, per la forza evocativa della memoria e, come tale, degno di essere raccontato; un mondo, in parte leviano, senza truculenze nei segni e con disposizione d’anima piena e totale, con adesione certa, con partecipazione sentita da parte dell’autore che mostra rispetto profondo che emerge da ogni dipinto, quasi fosse egli figlio diretto del mondo che rappresenta.

Un fatto appare certo: Petrizzi riabilita e nobilita, con la sua arte, quel mondo consegnandolo nella sua realtà, cruda e sofferente, senza operare facili momenti di antinatura o violenze gratuite e grossolane, né proponendo comode opposizioni e doppi sensi, ma rimanendo fedele al vero, filtrato attraverso la memoria che, come si diceva, a tratti, ammorbidisce gli aspetti, addolcisce l'insieme, attutisce i toni, crea atmosfere cariche di tensioni emotive, di morbide lontananze, di pensose malinconie che generano onde in riflusso nell’anima che ora si accartoccia su se stessa, ora si apre dismisura.
Per questo l’artista non cede mai al ripescaggio nell’immaginario individuale e collettivo, non aggiunge né toglie alcunché, non accentua né rimarca modulazioni, non cede alle tentazioni autolesionistiche del ricorso al difficile e al cerebrale, tipico di certe forme d’avanguardia, né abbocca allo sperimentalismo figurativo con le venature di ironia lieve o ancora alla quotidianità degli atti banali; preferisce piuttosto seguire un percorso lineare in un mondo radicato, forte, immobile, concreto e presente sebbene lontano nello spazio e nel tempo.
Non c’è mai ambiguità intenzionale di significati (l’autore è anima candida!), ma certamente intenzionale risulta la direzione univoca, insistente, ripetitiva pur nella polivalenza espressiva.
La pittura di Nicola Petrizzi si connota anche come testimonianza ma non ricorre ai particolari, privilegiando piuttosto l’insieme, i tratti macroscopici e lasciando i dettagli nascosti in una sorta di copertura anonima che consente all’osservatore la possibilità di ricercare elementi minimi, minuzie, indicazioni specifiche, particolari, sulla base della sua sensibilità.
La condizione di anonimato domina davvero nei dipinti, con un certo carico di sofferenza per chi li ammira, sia quando i personaggi rompono le zolle con rudimentali vomeri e segnalano la forza della loro fatica con il ripiegamento delle persone e l’accostamento delle stesse e con il rigonfiamento dei muscoli delle cosce e dei polpacci, sia in altre situazioni di lavoro, sia ancora nelle condizioni di riposo, sia infine in assenza dell’uomo.
E la tecnica risponde a questa esigenza. Petrizzi alterna spatola e pennello, anche sulla stessa tela: ora con tocchi decisi, se non rabbiosi e come sospinto da una sorta di furore, ora con leggerezza, ritornando più volte a ritoccare per una sorta di tendenza al perfezionismo. E privilegia solo pitture a olio, rifuggendo dall’acquerello e dalla tempera, pure sperimentata con successo in passato e, a pensarci bene, non può essere diversamente.
Crea situazioni globali nelle quali la luce in qualche modo deve essere soffusa, avvolgente, amalgamata nei toni, soffusa, ed evita sempre contrasti o effetti classici di luci ed ombre. Concorrono all’efficacia del risultato anche i colori che privilegia: ocra, giallo, marrone, o più propriamente terra bruciata, rosso nelle pennellate quasi secche o nelle spatolate improvvise con un effetto insieme decisamente bello, caldo, gradevole e tale da originare sensazioni di abbandono, di sapori antichi, di ansie attutite, di tensioni controllate, di rievocazioni a perdersi lontano come un racconto che incuriosisce, attira, cattura l’attenzione, incanta, appaga l’emisfero destro determinando accumuli si sensazioni sul filo di un’emozionalità che scatena vibrazioni e intenerisce culminando in una condizione di appagamento totale o totalizzante.