APT Basilicata

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Basilicata turistica

Quinto Orazio Flacco

a cura di Giovanni Caserta

Quinto Orazio Flacco si disse sempre incerto se definirsi pugliese o lucano. Venosa, infatti, era ed è ai confini tra la Puglia e la Lucania-Basilicata, sicché ad arare i suoi campi erano e sono sia i pugliesi sia i lucani. Essendo terra di frontiera era colonia militare con grande presenza di soldati. Orazio vi era nato l'8 dicembre del 65. Suo padre era uno schiavo liberato, cioè un liberto, quindi di umile estrazione sociale. Aveva un piccolo fondo da coltivare. Anzi era pauper macro agello ("povero di un magro campicello"). Si dice che, per integrare il suo reddito, facesse anche il salumiere. Della madre non si hanno notizie, forse perché morta quando il poeta era ancora troppo piccolo e sostituita dalla nutrice, forse perché pervasiva era la figura del padre, di cui si tessono tutti gli elogi possibili. Sembrò, tuttavia, che sin dalla nascita gli dèi avessero segnato il destino di quel bambino, povero e forse orfano. Sfuggito infatti alla sua nutrice - racconta quel bambino fattosi adulto -, alle falde del Vulture si addormentò tra vipere e orsi. Ma fantastiche colombe vigilarono su di lui, tra la meraviglia degli abitanti dell'alta Acerenza, della ricca piana di Forenza e della ariosa Banzi.

In età scolare il fanciullo frequentò la scuola privata del maestro Flavio, frequentata anche dai figli dei centurioni romani, ricchi e presuntuosi. Perché il ragazzo non soffrisse di alcun complesso di inferiorità e avesse una formazione adeguata, il padre, da saggio contadino, si trasferì a Roma, dove fece l'agente delle tasse. Il ragazzo, a Roma, studiò sotto la guida del severo Orbilio, ma ancor di più sotto la guida spirituale e morale di quel padre, che gli consigliava obbedienza ai suoi insegnanti, diligenza nell'applicazione, rispetto del motto degli antichi, che mai mentì. E gli antichi erano i lucani lasciati a Venosa, come Ofello e Davo, che erano saggi senza essere filosofi e senza aver studiato, perché non avevano perduto il natio buon senso.

Quel ragazzo, dunque, non avendo nobili natali, si fece tutto da solo, tra immensi sacrifici. Perciò, da umile fattosi potente (ex umili potens), ebbe sempre a disprezzo i fatui e i vanitosi, i superbi e i presuntuosi, insomma coloro che, arrivati in alto per un colpo di fortuna, o per imbrogli o furti o compromessi, si atteggiano poi a grandi uomini, guardando gli altri dall'alto in basso, naso adunco. Non così faceva Mecenate, che pure era nobile cavaliere, e che, anche per questo, si ebbe l'incondizionato affetto di Orazio.

La fortuna viene e va - diceva Orazio. Che si è mai sulla terra? Ogni cosa finisce con la morte, nell'Ade. Lì son destinati a finire tutti, ricchi e poveri, perché la morte tutti livella. Nell'urna della Morte si agitano tutti i nomi. Non serve inebriarsi di sé, perché, se si dovesse cadere, la caduta è più rovinosa. Conviene vivere giorno per giorno, utilizzando al meglio il tempo, tra piaceri razionali e moderati. Tutto va fatto con misura. Seguendo la via del "giusto mezzo", si raggiunge la indispensabile tranquillità d'animo; e se si è stati integri di vita e di costumi, nulla può far paura, nemmeno il lupo che si incontra nella selva sabina. Erano pensieri degni di un cristiano, che piacquero nei secoli e arrivarono fino a Dante, Parini e Manzoni, passando per il cristianesimo. Anche per questo qualcuno pensò che il padre di Orazio fosse un ebreo.

Vera o falsa che sia questa ipotesi, è certo che Orazio ritenne che, senza quel padre, mai sarebbe stato quello che fu. E nel padre, indipendentemente dal fatto che fosse o meno ebreo, vide il portatore di un mondo che stava morendo e che Augusto voleva riportare in vita, valorizzando la provincia e la campagna, gli antichi costumi e la famiglia, la religione dei padri e la loro parsimonia. In tal senso, la Lucania-Basilicata era il cuore antico di Orazio; ed era il futuro verso cui tendeva il programma di Augusto, cui il poeta aderì. Perciò, tra i rumori di Roma, egli pensò alla fresca fontana di Banzi e ad Acerenza, all'ape "matina" e alle colombe che volavano sul Vùlture, al cinghiale lucano e alla contadina perusta solibus, cioè bruciata dal sole. Che se poi voleva esempi di vita convulsa e falsa, poteva far riferimento al paesaggio pugliese, che aveva l'Ofanto violento e l'Adriatico insidioso, la siccità e la sete, l'aglio puzzolente dei mietitori e la malaria, o la strega che gli predisse che un giorno sarebbe morto ad opera di uno scocciatore, che chiedeva raccomandazioni indecenti quanto impossibili.

La Lucania-Basilicata, contrapposta alla siticulosa Apulia, fu, dunque, il paese del sogno, la terra del ricordo e della nostalgia, che lo sorresse per tutta la vita, fino alla morte, avvenuta il 27 novembre dell'anno 8 a. C., all'età di cinquantasette anni. Si tratta della cosiddetta "lucanità" di Orazio, di cui molto si è discusso. Ne parlarono i lucani Giustino Fortunato e Nicola Festa. Questi, grecista, bizantinista e docente presso "La Sapienza" di Roma, scrisse che, se il ritorno alle proprie origini fu un vezzo dei poeti del tempo d'Augusto, "in Orazio quegli accenni furono più frequenti e meno fugaci, e sembrano attestare un affetto sincero, per quanto calmo, devozione incancellabile, alla terra madre, ai paesi in cui egli crebbe e da cui ricevette le sue prime ispirazioni". Ma ne parlò anche Fraenkel, che lucano non era, e ne parlò Pascoli, che, commentando l'ode dello smarrimento di Orazio sulle falde del Vùlture, e poi trovato dormiente tra fabulosae palumbae, ebbe la sensazione di quasi sentire "la voce de' buoni montanari (lucani), ammirati al racconto forse della nutrice".

Opere di Orazio, tutte molto note, sono gli Epodi, le Odi (4 libri), le Satire (2 libri) e le Epistole (2 libri).

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