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Basilicata turistica

Riccardo da Venosa

a cura di Giovanni Caserta

Nel 1854 il Du Méril scopriva un codice del Cinquecento, in cui si poteva leggere uno strano poemetto in distici elegiaci - Libellus de Paulino et Polla - di un tal Riccardo da Venosa. Cominciarono attente ricerche che, sulla base dei dati ricavabili dal testo, portarono ad individuare, in quel libellus, una forma di commedia, scritta e, poi, letta alla presenza dell'imperatore Federico II. Si era, dunque, nel XIII secolo. Ulteriori studi portarono a definire l'anno probabile della recitazione, forse il 1231, forse il 1232, dopo che l'imperatore aveva emanato le Constitutiones melfitane ed aveva bisogno di un necessario periodo di riposo, essendo, peraltro, appena tornato dalla Terrasanta. Si assodò anche che Riccardo da Venosa era un giudice ad contractus, che, venusinae gentis alumnus, era al servizio della corte di Federico e che forse, se non era già morto, pagò per questa sua funzione, allorquando, nel 1266, arrivato Carlo I d'Angiò, si dette luogo ad un vero e proprio sterminio di uomini e città che avevano sostenuto il partito svevo. Potenza fu tra le città letteralmente distrutte.

Il libellus appartiene al genere della "commedia elegiaca", genere medievale che, in forma dialogata, sostituiva il teatro ma non era teatro, perché mancava la rappresentazione. A differenza tuttavia della "commedia elegiaca", generalmente rivolta ad affrontare temi erotici, sia pure in forma comica, con imitazione prevalente di Ovidio, e con personaggi mitologici, l'opera di Riccardo da Venosa affronta temi della vita quotidiana, rappresentata nei suoi aspetti grotteschi, buffi e furbi. Modello è soprattutto Orazio, che a Venosa, peraltro, era nume tutelare.

Riccardo da Venosa, volendo divertire il suo imperatore, da finissimo intellettuale, scanzonato e dissacratore, secondo lo spirito di modernità che circolava nella corte di Federico II, tratta della vecchia popolana Polla, che, sdentata e vacillante, vuole sposare Paolino, vecchio anche lui e ormai sessualmente inadatto al matrimonio.

Paolino aveva da giovane desiderato la mano di Polla; ma questa l'aveva sempre rifiutato. Ora le parti sono coraggiosamente invertite. Polla si rivolge ad una sorta di iudex ad contractus matrimoniale, Fulcone, che è controfigura comica e autoironica di Riccardo. Le argomentazioni per vincere le ritrosie di Paolino sono tratte da tutte le motivazioni correnti in tal caso. Una donna ci vuole in casa, soprattutto quando si è vecchi… Paolina ha una buona dote ed è donna operosa…. Qualche soddisfazione sessuale non è da escludere… La commedia, naturalmente, per esser tale, è a lieto fine, perché il matrimonio si celebra, ma non senza qualche danno per Fulcone, finito in una maleodorante fogna a cielo aperto, che, evidentemente, come si legge anche in Boccaccio, a quell'epoca era fatto ricorrente. Accorrono cani e popolani, che ridono e scherniscono il povero giudice, il quale solo dopo un processo riesce a liberarsi dell'accusa di essere un ladro di notte. Insomma, scritto in latino medievale, che però non disconosce le regole del latino classico, il libellus finisce con l'accompagnare il lettore nel mondo della provincia meridionale, in un paese di periferia, tutto contadino e feudale, in un momento di transizione dal medievale al moderno, rimasto senza sviluppo, a seguito dell'arrivo degli Angiò e quindi del guelfismo, contrapposto al disinvolto e promettente ghibellinismo svevo. Il racconto è tutto all'insegna del brio e, per dir così, a briglie sciolte, che tutto sovverte il bel mondo antico e, con esso, i luoghi comuni, e spesso ipocriti, della religione, onestà, fedeltà, moderazione, disprezzo del denaro (che invece è avvertito come la nuova divinità). La dissacrazione colpisce anche Orazio, spesso deriso nel suo perbenismo e nel suo bel tono. Il suo mondo contadino, per esempio, rappresentato da un buon padre e dal saggio Ofello, diventa tutto volgus profanum, anticipatore del Morgante di Pulci o, ancor di più, fratello dei pìcari spagnoli o precursore di Bertoldo e Bertoldino, tanto che qualcuno, per lo spirito di novità che il libellus presenta, ne posticiperebbe volentieri la data e lo vedrebbe tra gli scritti del Rinascimento. Ma si dimentica che l'età federiciana fu un tentativo di sovvertire il Medioevo, sicché già di fatto prefigurò una rinascita che però, a differenza che nell'Italia centro-settentrionale, nel Mezzogiorno non ci fu.

Notevoli sono le affinità del libellus con il contemporaneo e più famoso Contrasto di Cielo d'Alcamo.

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