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Rispoli Carolina

a cura di Giovanni Caserta

Quando Carolina Rispoli fece il suo ingresso in letteratura, aveva appena diciassette anni compiuti. Era nata a Melfi il 19 maggio 1893. La sua prima esperienza letteraria fu una novella, Lotta elettorale, pubblicata sulla rivista "Vita femminile italiana", anno V, fascicolo V. Uscì con lo pseudonimo di Aurora Fiore e con una prefazione di Sofia Bisi Albini, che nella giovinetta vedeva una nuova Grazia Deledda.

Incoraggiata da quel successo letterario, Carolina Rispoli pubblicava, cinque anni dopo, il 1916, un ampio romanzo che portava il titolo di Ragazze da marito (Milano, Quintieri), in cui si narrava della condizione di cinque sorelle, che, emblematicamente rappresentando la condizione femminile in un paese del Sud, Melfi, suona denunzia e accusa circa la condizione di inferiorità che la donna aveva in una società in cui non c'era posto se non per l'uomo. Il romanzo, in tal modo, nato in provincia e dalla fantasia di una ragazza di paese, acquistava una risonanza notevole nel contemporaneo dibattito femminista. Il libro, peraltro, pur tra lungaggini e alcuni tributi pagati a luoghi comuni, si faceva apprezzare per la novità e il coraggio della denunzia, oltre che per la lingua fluida e facile.

Nel 1922, il 26 aprile, Carolina Rispoli faceva un felice matrimonio, che risolveva anche la sua condizione di donna "da marito". Lo sposo era Raffaele Ciasca, nato a Rionero in Vùlture nel 1888, giovane di alta cultura e dalle brillanti prospettive, tanto più meritevole, perché di origini umili. Divenuto professore universitario, fu costretto a continui trasferimenti tra Messina, Cagliari, Genova e Roma.

Letteralmente affascinata dalla figura del marito, Carolina Rispoli cambiò il suo registro di narratrice, innalzando un monumento all'uomo amato, colto ma semplice, spesso lontano dal suo paese, ma sempre legato alle proprie radici, superiore intellettualmente alla sua donna, ma sempre rispettoso della sua dignità. I romanzi successivi della Rispoli, infatti, ruoteranno intorno alla figura di un gentile professore deluso, per cattiveria di altra donna, nel suo amore schietto per l'amica di questa (Il nostro destino, Milano Unitas 1923), o si muoveranno intorno alla figura di Alessandro, ragioniere vissuto a Firenze, che a Firenze preferisce la quiete della sua città di origine, Melfi, cui rimane, in un tutt'uno con una donna del luogo, avvinghiato come l'edera al tronco (Il tronco e l'edera, Milano, Cèschina, 1926).

Con La terra degli asfodèli (Milano, Cèschina, 1933), la scena si sposta a Cagliari, ove una giovane donna arrivata da Melfi, Maria, sposa un giovane professore universitario, che insegna nella stessa Università in cui insegna lo zio della ragazza. Si tratta di un matrimonio su cui vigila la fede religiosa e la quieta accettazione di tutto ciò che la vita in comune comporta. Con La torre che non crolla (Milano, Cèschina, 1938), ultimo romanzo della Rispoli, si passa a Genova. Il protagonista, che ha interrotto una relazione amorosa con una donna del luogo, capricciosa e volitiva, si rifugia a Melfi, suo paese natale, dove sposa una donna tutta buona, umile e paziente. E' un matrimonio felice e sereno, che però, purtroppo, viene turbato dal terremoto che sulla cittadina si abbatte nel 1930. La giovane donna muore sotto le macerie; ma il suo bambino sopravvive. Quella nuova vita indica la continuità col passato, come la torre normanna che non è crollata. Il giovane marito, ritrovata la fede religiosa, ha una ragione in più per vivere e rimanere nel suo paese.

La torre che non crolla fu l'ultimo romanzo della Rispoli, che ormai aveva esaurito tutto il suo cammino spirituale e letterario di donna del Mezzogiorno, acquietatasi accanto ad un marito famoso e comprensivo, che ai suoi occhi rimase semplice, nonostante i grandi successi di politico e studioso. Fu infatti senatore del collegio di Melfi dal 1948 al 1958; fu presidente del Consiglio superiore della Pubblica Istruzione; infine, fu fondatore delle Deputazione di Storia Patria della Lucania e suo primo presidente. Sarebbe morto nel 1975. Due anni dopo, nel 1977, a tanto marito Carolina Rispoli dedicava un saggio, che era, in forma ragionata, la stessa celebrazione, che, indirettamente e allusivamente, ne aveva fatto in vari romanzi. Pubblicava, infatti, La giovinezza di Raffaele Ciasca tra Giustino Fortunato e Gaetano Salvemini. Era la conferma di una certa "costanza" di interessi e di sentimenti intorno a cui, da cinquant'anni, giravano la fantasia e il cuore della scrittrice, che appare, perciò, piuttosto ripetitiva, spesso sopraffatta da intenzioni pedagogiche e moralistiche, non lontana da inutili rigonfiamenti e superfetazioni del racconto, che spesso indugia tra digressioni non necessarie, o si arena in stagnanti acque paesane. Di molte pagine si potrebbe fare a meno. Del resto, che la mano sua fosse stanca già nel 1938, lo dice il fatto che, dopo quell'anno, scrisse ben poco e solo di saggistica. Oltre La giovinezza di Raffaele Ciasca, restano, infatti, Gerardiello (Roma, Sales, 1946), racconto della vita di San Gerardo Maiella e Uomini oscuri del Mezzogiorno nel Risorgimento (Roma, 1962). Il meglio, a guardar bene, si trova sempre e solo in Ragazze da marito, mentre, sul piano ideologico, appare definitivo, e quindi il più completo, La torre che non crolla. Intatta, naturalmente, rimane la serietà dell'impegno e delle intenzioni di una donna che seppe ritagliarsi un posto nel mondo letterario del primo Novecento, nonostante le difficoltà ambientali in cui era costretta ad operare.

Carolina Rispoli è morta, quasi centenaria, il 6 dicembre 1991.

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