APT Basilicata

APT Basilicata

Basilicata turistica

Scarano Nicola

Nicola Scarano nacque a Calciano (Matera) ma visse ed operò prevalentemente a Potenza, in qualità di insegnante elementare.


Ha pubblicato:

  • "Gocce al mare" (poesie) - Milano - 1956;
  • "Alba sul Basento" (poesie) - Ed. Studio - Matera - 1973;
  • "Luci sul Basento" (poesie) - Edizioni Osanna - Venosa - 1986


Dalle "Gocce al mare" alle "Luci sul Basento", sulla linea del silenzio

Percorso culturale di Mario Santoro

La poesia di Nicola Scarano è adagiata su un arco di tempo assai lungo ( la prima pubblicazione risale al 1956,"Gocce al mare", l'ultima, " Luci sul Basento," al 1986 e quindi comprende trenta anni particolarmente significativi non solo per le trasformazioni politico-economico-sociali del nostro Paese e della nostra regione (ricostruzione, questione agraria, processo generalizzato di acculturazione, miracolo economico, fuga in massa verso il Nord, società delle tre M, industrializzazione e suo fallimento, diverse crisi ), ma anche per l'evoluzione della poesia nel passaggio dall'ermetismo e dal neorealismo alla poesia delle avanguardia prima e a quella post-moderna, dopo.

Ebbene la poesia di Scarano, mostra un chiaro segno di continuità nella inevitabile trasformazione sul piano linguistico-argomentativo, ma anche un vivo senso di radicamento al tessuto sociale e una attenzione particolare per quelle che si definiscono le schizomorfie dello stesso, senza cadere mai nella trappola dell'autolesionismo, del pianto inconsolabile, del ripiegamento facile e lamentoso, della denuncia contro la sorte cattiva e sfortunata, nel racconto di una terra maledetta e destinata all'abbandono o al radicamenti alla miseria.

I tre volumetti, potrebbe dirsi con una notazione che appare finanche elementare, si muovono su vari fili ideali. Uno di essi è l'acqua, simbolo di vita anche in senso metaforico, che si manifesta sotto forma "gocce al mare" con evidente indicazione, nelle gocce, di una dichiarazione di modestia dell'autore circa la sua produzione che certo è poca cosa rispetto al mare, pressoché infinito, della poesia.

Ma il filo dell'acqua resta simbolo, linea guida minima che si propone solo come uno dei tanti simboli possibili, come riferimento nella direzione dell'umiltà e della semplicità. E poi non dimentichiamo che sono gocce destinate al mare e le stesse, qualche anno dopo, si fanno fiume, assumendo connotazioni di consapevolezza nel Basento, il nostro antico Casuentum, e sono colte, guarda caso, all'alba con un carattere di personalizzazione e poste a segnare l'inizio del giorno e il senso del tempo nel suo scorrere, lento e inesorabile come il fiume, ma pur sempre collocato all'inizio del suo farsi e quindi in un'ipotesi prospettica infinita. Ed appare quasi normale che il terzo volume sia "Luci sul Basento" e testimoni una poesia matura seppur sempre progressiva e provvisoria come ha notato Francesco d'Episcopo centrando bene il senso vero della poesia di Scarano che poi dovrebbe essere il senso vero di qualunque poeta e di ogni espressione che voglia dirsi poetica.

Infatti un poeta è tale quando ha sempre qualche cosa di nuovo o di diverso da dire e dunque quando la sua poesia resta provvisoria e si pone sul piano della progressività continua perché ogni giorno che passa lancia i suoi segnali che il poeta può, sa e deve cogliere grazie alla sua affinata sensibilità e alla sua modestia ed umiltà dinanzi al sapere poetico che gli fa dire di poter sempre fare di più e meglio e costringe a ricercare e a scavare nel proprio intimo fin nelle pieghe più profonde dell'anima e fino a sventrare, qualche volta, il sub conscio.

Ma entriamo nella poesia. Il primo volume, "Gocce al mare" risente di echi e richiami che vengono da lontano pur nella assoluta indipendenza tematica e linguistica, perché Scarano è poeta colto, che ha letto i poeti e ne respira l'anima portandosi dentro un velo di malinconia e di pensoso pessimismo che appare evidente, ma non è gravoso, per una sorta di orgoglioso velo che il poeta stende saggiamente ripiegando su temi diversificati e solo a tratti, lacerato il velo del pudore, canta senza gridarlo come vorrebbe e forse sarebbe giusto fare.

E in questo lo si potrebbe dire il poeta del silenzio, della comprensione tacita, del significato oltre le parole, delle cose sussurrate appena o dette a tratti con un flatus vocis eppure significative, forti, taglienti, amare, laceranti. E questo accade anche quando, men che fanciullo, vive la condizione di orfano con l'ultima sorella che nasceva nel lutto.

"Il casello era solo
sulla bruciante strada ferrata
cinto di vigne pregnante di uve nere.
Noi le saccheggiavamo quelle vigne". 

E già il ricordo di avventure di monelli procura gioia non vera, quasi neutra. tanto più perché il tempo dei saccheggi e delle corse all'aperto era breve e destinato a spegnersi presto, troppo presto bruciando l'infanzia e lasciando della stessa l'acre odore del fumo sicché il poeta vive lo sgretolamento fisico e morale suo e della sua famiglia:

"Poi partì marinar il grande
E Giacomo, il terzo
andò pure marinaro". 

Il poeta non può nemmeno cullare il sogno della fuga e dell'abbandono; egli deve restare costretto in una realtà che gli pesa addosso come macigno e lo annienta quasi:

"Io rimasi a incrudelire la vita nel pianto"

inseguendo nel ricordo che si ripete con puntualità e quasi con acribia una tazza di latte fumante dolce dolce che non volle e che adulto gli torna terribilmente accattivante come balsamo pur provocando ancora qualche ferita. Il poeta non può o non vuole dimenticare e lo si potrebbe etichettare come cantore della memoria.

Ed è già questo un segno forte che lo spinge a cantare ancora il pianto inconsolabile della madre perduta, con quel filo di incanto che gli resta e che preziosamente sa conservare ancora ora che è adulto ed affermato nella vita. Gli resta ancora una sorta di richiesta di perdono per essersi lasciato vincere dal sonno tentatore nell'attimo della partenza dei lei: richiesta che suona come pesante denuncia contro la fatalità e il destino.

La poesia supera spesso il livello intimistico che non rinnega per spaziare su piani descrittivi e denotativi ammantati sempre di inferenzialità e di linguaggio carico di connotazioni. E così il poeta può dire:

"M'annego d'altezza
sulla Croce del Calvario
d'Accettura
donde vedo una piana lontana,
e il paese a sinistra
con tre braccia". 

Il linguaggio risente quasi prevalentemente dei buoni autori dell'Otto Novecento ( qui anche il senso del tributo ). Ci sono echi leopardiani e carducciani e soprattutto richiami pascoliani nella musicalità del verso. Solo per esemplificare basterebbe ricordare la poesia "Natale nel borgo montano" che già nel titolo sembra ricalcare il più noto poeta o ancora la poesia "Capodanno":

"Principio del tempo di sempre
che a nuovo si veste
di scialbe speranze di ieri
che appaion future
di vaghi sospiri di frivole
inutili attese".

 
Anche i simboli semplici qui rievocati sanno di antico. E non manca la suggestione manzoniana nella modalità stilistica come nella poesia "Alluvione": 

"Oh qual sciagura abbattesi
sul sacro suolo italico
o quale strage immane
o qual tremendo duolo!"

Ma il linguaggio muta completamente corso nel secondo volume " Alba sul Basento". Pare quasi un altro mondo anche se il senso della continuità è presente, e il richiamo al momento storico sociale ugualmente. C'è il miglior neorealismo lucano, riconducibile a Sinisgalli e a Stolfi, quello che non indulge sul pianto inconsolabile pur ripiegando sui mille problemi che assillano la realtà nostra, quello che si pone come interlocutore e continuatore delle buone esperienze e delle denunce chiare ed inequivocabili e che, come già il richiamo all'alba nel titolo, è propositivo, attraverso situazioni e ritratti, miseria e abbandono, ma anche sotto sotto è proposito di riscatto e rivendicazione di primigenia civiltà con richiamo al senso inesorabile del tempo padrone e signore assoluto delle cose:

"Mi sgomenta e m'incanta
questo tempo
d'andare libero incauto/..."

Tutto il percorso poetico non sembra qui circoscritto al Basento ma presenta una apertura che non si sa se è di invito a di sfida ma più propriamente d'augurio

"Che venga l'alba nuova
a queste genti " 

e una chiusura che appare nella rabbia contenuta che è tipica del poeta ma che non è arrendevolezza, quasi una constatazione di sconfitta e di inamovibilità
 

"Qui non è ancora vera
l'alba nuova". 

Ma questa apparente contraddizione si spiega forse con l'urgenza del poeta di verificare il cambio di una situazione di secolare schiavitù. Tra i due poli la poesia si fa dolce, quasi che il tempo abbia attutito le sofferenze e si sia aperto alle prospettive e ai sogni:

" Vorrei che tu
tenendomi per mano
mi camminassi al fianco
silenziosa
per non disincantare
il magico concerto
dei miei sogni..." 

e altrove

"Un desiderio antico
strugge
lo stormire delle foglie
a sera". 

E non mancano i colori mai troppo accesi, sempre pastellati e sfumati o come a perdersi nell'immenso chiarore dell'alba. Il linguaggio è già intelligente giuoco d'incastro della parola capace di per sé di assurgere a significanze profonde con musicalità e ritmi giusti e propri che aprono la strada al terzo volume che si può porre come ideale continuazione del secondo.

In realtà non c'è stacco netto e i temi e i fili conduttori sono ripresi laddove il poeta li aveva lasciati forse per consentirsi il ripensamento e la riflessione e uno scavo interiore maggiore.

In "Luci sul Basento", il terzo volume di poesie, il linguaggio risulta estremamente levigato e ripensato, vario nei suoi molteplici registri, a tratti tagliente, sempre immediato, vigile e non indulge mai nel compiacimento ma resta essenziale, rapido, impressivo nella inferenzialità che domina incontrastata e nelle connotazioni che rendono la poesia, carica di sottintesi, disambiguabile nelle numerose possibilità interpretative offerte al lettore restituendo giustizia al poeta. Siamo alla poesia di un certo livello e lo possiamo dire con compiacimento perché l'autore gestisce e domina la sua vena che appare chiara per sua precisa volontà anche quando

"Naviga tra nebulose incerte
la cometa
che costruimmo insieme
in quelle sere"
anche quando
" Tu non hai voce.
L'hai consumata in gridi
silenziosi
L'hai perduta in un giro
di bufere." 

Anche il riferimento tematico si amplifica e ci sono ripiegamenti, silenzi che appaiono sconfinati nella loro profondità e capaci di aprire varchi e cerchi concentrici a raggiera nella sicurezza che tende ad isolare il poeta ma non a chiuderlo in se stesso. Egli apre sentieri e penetra senza perdersi negli intrichi dell'anima acquisendo sicurezze buone ma non spavalderie. Scrive:

"Non strade maestre
sentieri....
Allora senti che sei
che ogni numero è prima
unità" 

e poi

"...Ripercorrerò sentieri muti
rievocando fasci di speranze
e scioglierò grumi di ansie" 

Sentieri dunque, non strade, ma sicuri nel loro inerpicarsi prima di perdersi oltre la linea degli orizzonti in un percorso, tortuoso ma infinito, nell'immaginario del poeta e del lettore.

E tornano la natura nella sua varietà, gli amori nelle varie forme, la famiglia, il fiume e la luna, il senso impalpabile del tempo sempre e, al centro, l'uomo con la sua necessità di rendere conto dopo aver frugato febbrilmente la vita dalla culla e dai vagiti nel rifiuto di scavare la terra dei morti. E l'elenco può continuare con dettagli e particolari che affiorano, con le ricorse nel tempo sul filo della memoria e le voglie mai smesse che costituiscono aperture straordinarie. Il poeta può spaziare: possiede appieno e con consapevolezza i mezzi espressivi, ne conosce le finezze e può liberamente muoversi tra amicizia e solitudine, tra astrazione e concretezza, tra realtà e sogno per arpionare tematiche legate alla sofferenza con gli autunni reali e metaforici che incalzano e notti che sopravanzano e respiri, e palpiti, e ancora sentimenti variegati e amori. Ma sempre torna insistente l'alba (contiamo ben sette riferimenti) con i suoi intramontabili sogni e le promesse roride, con le speranze chiare nel giorno che avanza, i desideri acuti e le proposte con la consegna.

Back to Top