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Scotellaro Rocco


Rocco Scotellaro - a cura di Giovanni Caserta

a cura di Giovanni Caserta

Nato a Tricarico il 19 aprile 1923, morto a Portici il 15 dicembre 1953, scomparve prima che la sua raccolta di versi - E' fatto giorno, Milano, Mondadori - vedesse la luce e ottenesse il premio Viareggio 1954. Nacque un vero e proprio "caso letterario" in pieno clima di neorealismo, perché quello che fino ad allora era successo nella prosa, parve arrivare anche nella lirica. Infatti, contro una tradizione secolare, appena rotta dal Leopardi e dal Pascoli, che primi portarono gli oggetti umili nella poesia, Scotellaro trasferiva nei suoi versi un mondo rimasto fino ad allora estraneo. Si vuol dire del mondo contadino, dei cafoni, dei "fabbricatori", ma anche degli asini, delle capre e dei muli. Vi irrompevano anche le grandi problematiche sociali, come gli scioperi, l'occupazione delle terre e gli assalti al municipio. La poesia tendeva a farsi comizio e perciò, come dice Rafael Alberti, scendeva nella calle, cioè nella strada, secondo la tradizione delle recitationes in pubblico, quali furono conosciute nel mondo greco, ma anche nel mondo socialista e in quello ispanico e ispano-americano. Non è raro, infatti, trovare, in Rocco Scotellaro, movenze che possono ricondurre, oltre che a Rafael Alberti, anche a Garcia Lorca e ad Evtusenko.

Socialista, sindaco, Rocco Scotellaro visse la politica da poeta e della poesia fece, nel senso più nobile, uno strumento politico, cioè di riscatto e libertà. Ciò comportò, a volte, atteggiamenti pedagogici e persino demagogici; ma nulla, ancor oggi, si può togliere all'empito e alla sincerità. Della quale sincerità, da cui era assente ogni intenzione machiavellica o semplice furbizia, fu documento l'ingiusta accusa di concussione, da cui uscì assolto, ma che gli costò una detenzione di circa due mesi, a Matera, e la decisione di abbandonare la carica di sindaco e la politica attiva a soli 27 anni. Fattosi "uva puttanella", cioè umile cantore della sua terra e umile chicco desideroso di offrire la sua esperienza al mondo, ovvero il suo succo al tino del mosto, moriva d'infarto, a soli trent'anni.

Alla raccolta E' fatto giorno, curata con garbo e finezza da Carlo Levi, seguirono Margherite e rosolacci, raccolta di versi sparsi o inediti (Milano, Mondatori, 1974), a cura di F. Vitelli, ed E' fatto giorno, nuova edizione, a cura ancora di F. Vitelli (Milano, Mondadori,1982), che proponeva la stesura autografa dell'opera, cioè anteriore e quindi non purgata dagli interventi editoriali di Carlo Levi, da cui, però, com'era da aspettarsi, finiva col trarsi un'immagine poetica assai diversa e certamente lutulenta e approssimata del poeta.

Sull'onda del "caso" scoppiato nel 1954, e del conseguente successo, non mancarono frettolose pubblicazioni di inediti, ancorché frammentari, dispersi e incompleti, quali L'uva puttanella (Bari, Laterza, 1955), tentativo di romanzo autobiografico, e Contadini del Sud (Bari, Laterza, 1954), raccolta di cinque vite contadine raccontate dagli stessi protagonisti, seguendo un questionario preparato dall'autore, anch'essa tutta in fase di elaborazione. Né alcuna importanza, sul piano degli esiti poetici, ebbero altri inediti, comparsi via via. Si vuol dire di Franco Fortini, La poesia di Scotellaro (Matera, Basilicata, 1974), Uno si distrae al bivio (Matera, Basilicata, 1974) e Giovani soli (Matera, Basilicata, 1984). Si tratta di testi che possono avere importanza solo se letti in rapporto all'edizione leviana di E' fatto giorno, che segna il momento più alto della poesia scotellariana, e solo se li si esamina come contributi per meglio intendere un testimone vivo e combattivo degli anni e delle lotte per la ricostruzione nel Mezzogiorno, per opera del quale la poesia si faceva corale ed epica, sostituendo il noi all'io, o approdando ad una sorta di naturalismo panico in cui cose, animali e uomini sembravano uniti nella stessa sete di giustizia e uguaglianza.

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Rocco Scotellaro - a cura di Mario Santoro

Rocco Scotellaro nacque a Tricarico (Mt) il 19.4.1923.

Studiò nel collegio di Sicignano degli Alburni e poi a Cava dei Tirreni, quindi a Matera, a Potenza e a Trento. Nel 1942 si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza a Roma ed ebbe un posto come istitutore in un collegio a Tivoli. Nello stesso anno, per la morte del padre, rientrò a Tricarico e cambiò università, prima a Napoli, poi a Bari.

Nel 1944 fondò la sezione del partito socialista di Tricarico e nel 1946, a 23 anni, fu sindaco. Sempre nello stesso anno conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi Doria.

Visse in prima persona la svolta del 1948. Accusato di peculato fu incarcerato nel 1950 e poi riconosciuto innocente.

Accettò un incarico di lavoro da parte di Rossi Doria nell'Osservatorio Agrario di Portici. Si interessò di ricerche sociologiche ed intraprese un'inchiesta per conto dell'editore Laterza sulle condizioni di vita dei contadini del Sud.

Morì a Portici il 15 dicembre del 1953.
 

I suoi libri sono usciti postumi:

  • "E' fatto giorno" - poesie - Mondadori - Milano - 1954
  • "Contadini del Sud" - libro inchiesta - Laterza - Bari - 1954
  • "L'uva puttanella" - romanzo - Laterza - Bari - 1955


Oltre il mondo contadino

Percorso culturale di Mario Santoro

Sia pure lentamente comincia a sfumare la forte suggestione che promana dalla sua breve biografia intensa di elementi diversificati e di situazioni particolari ed il giudizio sul piano letterario può farsi più obiettivo.

La prima produzione poetica di Rocco Scotellaro, va sotto il titolo "E' fatto giorno" e comprende poesia che abbracciano quasi un quindicennio, dal 1940 al 1953. Si tratta di un arco di tempo piuttosto ampio anche se alla base permane costante la volontà del riscatto del mondo contadino, resa ancora più forte dall'incontro nel 1946 con Carlo Levi che avrà notevole influenza su tutta l'opera successiva.

Temi rilevanti del volume sono gli usi, le abitudini, i costumi, le sofferenze del mondo contadino; essi sono raccontati in maniera immediata, spontanea e sincera e, solo successivamente, il poeta approderà alla ricerca sociologica e all'inchiesta. Non mancano, tuttavia, riferimenti complessi e allargati pur nella obbligata denuncia di uno stato di difficoltà estremo, assurdo, inconcepibile ed è presente nella modulazione e nello stile poetico una malinconia spesso evidente e anche scopertamente sentita:

"Sto in viuzze del paese a valle
E sto bevendo con gli zappatori,
non m'hanno messo il tabacco nel bicchiere,
abbiamo insieme cantato
le nenie afflitte del tempo passato
col tamburello e la zampogna" 

L'elemento della sincerità nel racconto poetico sembra essere dominante così come i richiami ai simboli segni è obbligatorio quasi a creare la base a cui riferirsi e da cui non allontanarsi. Lo stesso può dirsi quando la poesia spazia all'esterno ed oscilla tra un dato idilliaco e un dato reale e concreto fino alla inevitabile condanna, nel contrasto solo apparente, tra l'individualità e l'abbandono alla pluralità, tra il canto come monologo, o quasi, e quello corale o tendente alla coralità.

"Già non accenna l'alba
e noi siamo risospinti
per dura forza del tempo da colmare
e mettere dei gesti nell'aria ad occhi chiusi." 

Dal monologo alla pluralità delle voci, alla protesta, alla ribellione, sentita come tale:

"Siamo nel mese innanzi alla raccolta:
brutto umore all'uomo sulla piazza
appena al variare dei venti
e le donne si muovono dalla case
capitane di vendetta.
Gridano al Comune di volere
il tozzo di pane e una giornata
… E ci mettiamo a maledire insieme,
il sindaco e le rondini e le donne,
e il nostro male si fa più forte…" 

Affiora chiaramente il senso di appartenenza al mondo contadino con i suoi riti e le formule, le credenze e le certezze, la cultura e la metodologia e soprattutto con la volontà di riscatto, di cambiamento ed appare, legittimo e certamente giustificabile, una sorta di populismo vecchia maniera o ottocentesca:

"E non sempre il risultato è felice" scrive Giuseppe Amoroso "per il lungo affanno di deputazione di testa della più alta scuola otto-novecentesca ( da Carducci agli ermetici). Svolta risolutiva è concessa dal trattamento sentenzioso così custodito e alimentato dalla polemica di far ignorare purtroppo la molteplicità di tanti oggetti, mentre deforma quelli più veri. Lentamente l'inquinamento polemico vieta soluzioni positive, possibili, blocca l'orizzonte, fa uguali gli obiettivi, si rivolge su se stesso, diviene negazione totale, modo di sofferenza e di continuo rinnovata, arma di battaglia non brandita; non riesce ad aprire comunione sociale, preferisce la fuga del dolore compiaciuto".

Tutto questo è facilmente riscontrabile, per esempio, nei versi di

'Tu non ci fai dormire cuculo disperato'
"Sì, ridaremo i passi alle trazzere,
ci metteremo alle fatiche domani
che i fiumi ritorneranno gialli
sotto i calanchi
e il vento ci turbinerà
i mantelli negli armadi"

 Più spesso subentra una sorta di solitudine malinconica ed assorta nel contrasto città campagna con la tendenza al trionfo, in termini d'amore, per quest'ultima e di condanna per la prima con la condizione di annullamento, di rifiuto, di esclusione, di situazione labirintica o desertica. E val la pena ricordare qui alcuni versi della poesia 'Passaggio alla città', belli e struggenti nella dolcezza melodica e nel richiamo a una sorta di primordialità ancestrale.

"Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.
Città del lungo esilio
di silenzio in un punto bianco dei boati,
devo contare il mio tempo
con le corse dei tram,
devo disfare i miei bagagli chiusi,
regolare il mio pianto, il mio sorriso" 

Appare evidente che anche la speranza tende ad allontanarsi e tutto sembra destinato a seguire il suo inevitabile corso, sicché la consapevolezza della condizione misera del mondo contadino e la necessità di rivendicazione intesa come momento individuale e collettivo a un tempo, pare quasi debbano essere travolte da un destino di "vinti", di soccombenti, di alienati, di sottomessi.

A superare o ad attutire in parte, questa condizione c'è una sorta di catena di fraternità, una vicinanza anche fisica nel dolore e negli elementi, pochi, che accomunano i contadini nel loro silenzio eloquente che viene da lontano e nella loro incapacità di dialogo.

Per questa ragione anche il linguaggio di Rocco Scotellaro si fa rotto, spezzettato, chiasmatico a tratti, ricco di esclamazioni, interrotto, secco e risponde, dunque, al mondo che rappresenta. E, tuttavia, c'è al fondo il bisogno di narrare in maniera fredda e cronachistica e c'è un evidente richiamo al modello narrativo poetico di Pavese col il quale l'autore lucano desiderò e tentò sempre di entrare in contatto diretto e duraturo.

Basti pensare alla poesia 'Noi che facciamo?'.

"Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all'addiaccio con le pietre.
…Noi siamo figli dei padri ridotti in catene." 

Quello che prima era proposito e grido di ribellione, qui diventa rassegnazione anche quando il riferimento è autobiografico.

"… Mi uccidono, mi arrestato, morirò di fame affogato
perché vento e polvere, sotto il filo della porta ardono la gola;
nessun'altra donna mi amerà,
scoppierà la guerra,
cadrà la casa, morirà mamma e perderò gli amici." 

I motivi familiari sono sempre presenti con elementi di assoluta concretezza sia quando oggetto della poesia sono i genitori, sia quando il riferimento si allarga al vicinato e al paesaggio circostante e lentamente cedono il posto al diarismo che risulta piuttosto cupo, triste, sfiduciato e che è testimonianza della definitiva, o quasi, rinuncia alla ribellione. Compare finanche il sorriso, ma è piuttosto amaro, come nella poesia 'I Pezzenti'.

"E' bello fare i pezzenti a Natale
perché i ricchi allora sono buoni;
è bello il presepio a Natale
che tiene l'agnello
in mezzo ai leoni" 

"L'uva puttanella" è un romanzo autobiografico ed incompiuto, iniziato probabilmente nel 1950. Il disegno era ambizioso e doveva comprendere un riferimento dettagliato ad almeno sei parti: dalle dimissioni da sindaco, al ritorno al paese.

Proprio perché incompleto non presenta unità ma qua e là risulta manchevole. Appare evidente il contrasto tra il bisogno dell'autore di aderire compiutamente al mondo della sofferenza e la ricerca di vie d'uscita e di risposte adeguate. Allo stesso modo risulta chiaro l'altro contrasto tra il linguaggio lirico e quello narrativo.

Si tratta di un lavoro che non va veramente a fondo, che non scava, che non ricerca in maniera precisa e puntuale le cause vere da rimuovere, probabilmente perché, come sostiene Amoroso, "L'autore è travolto dallo scetticismo, usa l'annotazione o il racconto come verifica, al banco della realtà, dei suoi ideali, di riflessioni inclinanti naturalmente all'inquietudine, non eversiva al punto di accamparsi a sistema ideologico".

Il romanzo si apre con un richiamo al tempo della religione e della morte, segue quello della solitudine e poi della partenza.

Si può leggere allora: "Molti dicevano di volere il mio bene, anche quel padrone, e mi indicavano la via della stazione, la scorciatoia per andare prima è proprio quella che passa per la vigna; volevano il mio bene che spendessi altrove il cervello e il cuore, mentre qui servo degli ignoranti, dei rivoltosi, degli scontenti…"

Si presentano vari temi: il vigneto con l'uva puttanella, i rumori, i colori, gli elementi di vita i ricordi più diversi, anzitutto quelli del padre. Poi essi si dipanano prima di cedere il posto ad altre memorie, come quelle legate al collegio o alla guerra.

Altro lavoro di Rocco Scotellaro è "Contadini del Sud".

Si tratta di saggi o di storie individuali narrate dai protagonisti stessi. Ora a raccontare è Francesca Armento, ora è Andrea De Grazia, ora è Antonio Laurenzana, ora è Francesco Chironna, la cui storia è forse tra le più note e significative. Ma c'è anche da ricordare Cosimo Montefusco, che è aiuto bufalaro e vive nella valle del Sele e che presenta tanti interrogativi senza possibilità alcuna di risposta.

Tutte le storie presentano riferimenti alla vita della Lucania e lasciano trapelare una sorta di linea di coralità e di richiamo alla collettività che non si può identificare con la consapevolezza di classe ma che denuncia sofferenza vera, dolore sentito, sconforto autentico.

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