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Sole Nicola


Nicola Sole - a cura di Giovanni Caserta

a cura di Giovanni Caserta

Il più acclamato poeta del Risorgimento lucano fu senza dubbio Nicola Sole, che meritò due lezioni universitarie di Francesco De Sanctis. Era nato a Senise il 30 marzo1821, da famiglia borghese. Rimasto orfano del padre, fu affidato allo zio sacerdote Giuseppe Antonio Sole, che si occupò della sua formazione. Fu perciò inviato nel seminario di Tursi, ove rimase dal 1831 al 1835. Dal 1836 al 1840 fece pratica di medicina, prima a San Chirico Rapàro, poi a San Giorgio Lucano. Nel 1840 si trasferì a Napoli, ove, abbandonati gli studi di medicina, si iscrisse a giurisprudenza. Nel frattempo seguiva la sua vocazione letteraria, frequentando i salotti, i giornali e i cenacoli cittadini. In quegli anni, a Napoli, era dominante il neoguelfismo giobertiano, che vedeva in papa Pio IX il possibile artefice della unità d'Italia, sia pure sotto forma di federazione, presieduta dallo stesso Pio IX. Si trattava di idee moderate, che ben si coniugavano con la personalità e l'educazione ricevuta dal giovane Sole.

Laureatosi e trasferitosi a Potenza, cominciò la sua attività di avvocato, contemporaneamente partecipando al movimento liberal-patriottico, di cui ferveva in quegli anni la città. Scoppiati i moti del 1848, Sole esaltò il re Ferdinando II e la Costituzione. Fu come tutti contrariato dal repentino voltafaccia del re, che, a maggio dello stesso anno, già ritirava la Costituzione. Intanto pubblicava la prima raccolta di versi, significativamente intitolata L'arpa lucana, fremente di ardori patriottici.

Scoppiata la reazione, anche Nicola Sole fu colpito dai provvedimenti repressivi del re. Condannato, fu latitante, come tanti altri, dal 1849 al 1852. Poi, nel 1853, su pressione del fratello sacerdote, si costituì, ottenendo il perdono e l'assoluzione. Tale comportamento, come è facile capire, gli alienò non poche simpatie fra gli amici di una volta.

Ritiratosi a Senise, vi passò mesi di isolamento e solitudine, molto leggendo e scrivendo. Desiderava rientrare a Napoli, per riprendere i suoi contatti con la capitale e i suoi ambienti intellettuali. Ottenuto il passaporto per il "passaggio" a Napoli, lasciò Senise, legandosi in amicizia con Giuseppe Verdi; ma fu relazione di poco tempo, perché ben presto Verdi tornò a Busseto. Nel 1857, tra il 16 e il 17 dicembre, si verificava un disastroso terremoto; nel 1858 Sole pubblicava una nuova raccolta di versi, intitolata, sull'esempio del Leopardi, Canti. La pubblicazione avveniva con il sostegno della monarchia. Il Sole annunziava che il ricavato delle vendite sarebbe stato devoluto a favore dei terremotati. Nello stesso 1858, grato ai Borboni, componeva la Cantata per le nozze del duca di Calabria con Maria Sofia di Baviera (musica di Saverio Mercadante, nativo di Altamura). Fu un altro passo sbagliato. Il giorno dopo, sui muri di Napoli, si poteva leggere che "il Sole di Basilicata si era oscurato". Amareggiato, si ritirava malato a Senise, ove moriva l'11 dicembre 1859, alla vigilia della spedizione dei Mille e, quindi, qualche mese prima della realizzazione dell'unità d'Italia, che era stato uno dei suoi più autentici sogni, segretamente nutrito, anche dopo il 1848.

Fu infatti cattolico-liberale, vicino a Gioberti e Manzoni; ma i suoi modelli letterari furono altri e numerosi, tutti di gusto più squisitamente romantico. Le sue liriche o sono dedicate o portano, a mo' di epigrafe, versi di Berchet, Foscolo, Lamartine, Byron e molto Leopardi. C'erano, fra i suoi modelli, anche Alfieri e Dante.

Nella sua formazione non mancavano tuttavia gli autori classici, greci e latini, quali Tirteo e Pindaro. Tra i classici italiani era Petrarca. La sua poesia, perciò, oscillava tra posizioni di facile patriottismo e molti ricalchi da altri autori, con vezzi che avevano il sapore dell'Arcadia (cui, del resto, fu iscritto con il nome di Leandro Abidense). Vari, perciò, furono i metri da lui usati, tutti conosciuti alla tradizione: dalla ballata al sonetto, dalla canzone al madrigale, dall'inno alla romanza. Spesso si trattava di liriche di occasione e improvvisate. Nessuna meraviglia, perciò, se di lui, ripetendo il giudizio del De Sanctis, si continua a dire che fu, per l'appunto, poeta di improvvisazione e di occasione. Occasionali, infatti, furono anche le liriche patriottiche, legate a contingenti eventi, che il giorno dopo potevano dirsi superati, scritti com'erano - si legge nella prefazione dello stesso poeta all' Arpa Lucana - "la più parte rapidamente e nella continuata successione de' miracolosi avvenimenti". Occasionali furono, naturalmente, le liriche dedicate al "filo elettrico", alla tratta degli schiavi negri, a questa e quella donna, al fiore del cimitero e all'usignolo, "per le nozze" e "in morte" di questo e di quello.

Come tutti i poeti d'occasione ed improvvisatori, Nicola Sole ebbe una produzione sovrabbondante, in cui veramente difficile è trovare momenti di raccolta pensosità. Bisogna procedere tra molte soste e con grande cautela. Ci si accorgerà, allora, insieme con il De Sanctis, che il meglio va raccolto dalle corde dell'arpa lucana, quando si tocca della natia valle o dei natii monti o dello Ionio, sepolcro eterno di antiche glorie. Per il resto, si può ammirare la sincerità; ma la sincerità se è premessa necessaria alla poesia, non basta, da sola, a far poesia.

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Nicola Sole - a cura di Mario Santoro

Nicola Sole nacque a Senise nel 1821.

Morto il padre fu affidato alle cure di uno zio arciprete. Studiò nel seminario di Anglona, a Tursi, poi fu a San Chirico Raparo a far pratica di “Salassi”.

Nel 1940 fu a Napoli per completare gli studi di medicina che abbandonò in favore della Giurisprudenza e si laureò nel 1845.

Esercitò la professione di avvocato a Potenza e nel 1848 fu coinvolto nel processo contro don Emilio Maffei.

Latitante per qualche tempo, si consegnò alle autorità e conobbe la prigione.

Liberato se ne tornò a Senise ma nel 1857 fu ancora a Napoli per due anni. Nel 1859, gravemente ammalato di tubercolosi, rientrò a Senise dove morì subito dopo, all’età di 38 anni.
 

Di lui ricordiamo:

  • “L’arpa lucana”
  • “Canti”


Il poeta patriota

Percorso culturale di Mario Santoro

Generalmente arte e vita si intrecciano ed è difficile parlare della poesia di un autore slegandola dalla sua esistenza e dagli accadimenti della stessa. In Nicola Sole, a maggior ragione, ci pare che questo non sia possibile, essendo i fatti storici e politici strettamente collegati con la produzione poetica.

Nacque nel 1821 a Senise e fu educato, morto assai presto il padre, da uno zio arciprete.

Fu mandato a studiare al seminario di Anglona a Tursi, poi fu a San Chirico Raparo dove conobbe Carmela Barletta della quale si innamorò.

All’età di diciannove anni fu mandato a Napoli per completare gli studi di medicina ma il giovane Nicola, o Niccola come soleva vezzosamente firmarsi, li abbandonò per dedicarsi con profitto, alla Giurisprudenza, studi che completò nel 1945.

Si trasferì a Potenza e nel capoluogo lucano esercitò la professione di avvocato.

Nel 1948 pubblicò la raccolta di poesie “L’arpa lucana”, sull’eco dei moti risorgimentali, con poesie dichiaratamente patriottiche che gli valsero il coinvolgimento nel processo contro don Emilio Maffei che era accusato di far parte della “Giovine Italia”.

Si diede alla latitanza, poi si consegnò alle autorità e fu incarcerato per qualche tempo. Finalmente libero se ne tornò nella sua Senise dove rimase per alcuni anni dedicandosi esclusivamente allo studio.

Nel 1857 fu nuovamente a Napoli e quando il terremoto colpì la Basilicata egli scrisse il salmo “Pel tremuoto in Lucania” e si diede da fare per raccogliere fondi, mentre vedeva la luce un’edizione dei “Canti” che gli assicurò notorietà e una certa eco anche in campo nazionale, anche perché tornava a Napoli Giuseppe Verdi che aveva conosciuto anni prima e musicava “La preghiera del poeta” un piccolo componimento di Sole.

Ma le sue condizioni di salute gli impedirono di cogliere appieno i frutti del successo e della fama che sembravano arridergli ed egli dovette rientrare a Senise dove morì di tubercolosi nel 1959 a soli 38 anni di età.

La sua opera poetica importante resta “L’arpa lucana” che risulta piuttosto originale nella impostazione: si tratta di un immaginario e ideale dialogo tra il poeta e l’arpa, metafora di suono, di canto, di voce primigenia del popolo lucano. Essa, incapace di sopportare oltre le miserie del suo popolo, oppresso e reso schiavo da secoli, si allontana rifugiandosi sui monti dove non può essere trovata.

L’arpa da sempre ha rappresentato l’aspirazione alla libertà, il simbolo intorno al quale i lucani si sono ritrovati, prima di cadere in una nuova schiavitù per poi risollevarsi e ricadere in un’alternanza continua e impressionante.

Alla fine l’arpa si lascia prendere dai Viggianesi per raccontare ed esaltare altrove i temi della libertà e dell’autonomia.

Si tratta di una linea di percorso, come si può cogliere, sottile, delicata e simbolica che sarà ripresa anche da molti altri autori in prosa, come ad esempio da Ignazio Silone, nel Novecento, che parlerà di una tromba misteriosa e strana che scompare per apparire in momenti assai particolari.

Se questò è il motivo conduttore, occorre dire che la poesia è figlia del suo tempo e presenta qualche sovrabbondanza di termini e di aggettivazioni e qualche ridondanza che la rendono non sempre originale ma più spesso formale fino a rischiare di ingrigire anche le immagini che talvolta appaiono belle ed efficaci.

Per fortuna, però, vi sono momenti in cui questo non avviene ed allora permane una felicità espressiva e comunicativa che piace, e commuove finanche, perché si può cogliere la spontaneità, l’autenticità, la forza propositiva, l’intensità emotiva.

Non a caso Pasquale Totaro Ziella scrive: ”’L’arpa lucana’ è la prima composizione in cui Sole riesce a dar vita ad una genuina tensione poetica, ed in cui, in gran parte, si attua il superamento della subordinazione della letteratura ai modelli della tradizione: il verso non è mai ispirato a scelte squisitamente formali, di gusto, le immagini non sono più fini a se stesse, ma lo stile è espressione organica di un forte sentimento patriottico e dà luogo a situazioni dense di emozione e passione civile".

E’ facile trovare nel volume in questione richiami soprattutto manzoniani, assonanze con altri poeti dell’Ottocento e finanche echi petrarcheschi. Si tratta di vicinanze anche scontate, pur nel rigoroso sforzo di conservare l’originalità e l’autenticità. Nella composizione “La Guerra”, che si può definire davvero impegnata sul piano politico, risulta finanche troppo evidente la vicinanza con i grandi nomi del primo Ottocento, e pare quasi, nella modulazione incalzante, nel ritmo, nella forza, di continuare a leggere Manzoni:

“Dai monti, dai piani, dai mari venite,
figliuoli d’Italia; la guerra v’aspetta;
in sella montate: le lance brandite;
correte nei ranghi: gridate vendetta:
Coraggio, coraggio! La guerra è la vita;
la pace de’ servi mai vita non fu:
l’Europa commossa fra l’armi v’invita:
vi scorra nei petti novella virtù”. 

Ugualmente l’influenza del grande Manzoni è presente nell’ottava X dove c’è il richiamo alle donne d’Italia con un certo accoramento e un generale clima addolcito, con un modo di procedere sicuramente più monotono e lento se non più arioso:

“Le vostre pietose dolenti canzoni
sian premio de’ forti che spenti restar”. 

Il rischio di cadere nel retorico è sempre presente e risulta evidente nel canto “All’Italia”, soprattutto nella parte conclusiva come sottolinea ancora Pasquale Totato Ziella: ”Alla fine Sole cade addirittura nel farsesco, smarrisce totalmente la misura dimostrata all’inizio del canto, e dà vita ad un mondo di titani di cartapesta, filtrati attraverso un concettuoso repertorio di reminiscenze religiose che immiserisce il dettato ed il linguaggio e porge il fianco alla facile vena. Né è in grado di risollevare il tono del componimento il conclusivo appello a favore dei patrioti polacchi, dettato com’è più dall’impressione superficiale suscitata nel poeta dalla rivolta popolare in Polonia che da una reale partecipazione alle ragioni della lotta di quel popolo”.

Se il giudizio del critico è, forse, eccessivo ci pare di poterlo condividere nella sostanza anche se ci sono motivi di vera poesia e di autenticità nel procedimento, di spontaneità, di forza evocatrice del verso e della parola, di partecipazione commossa dell’autore pure nelle parti, per così dire, descrittive ed artificiose che, tuttavia, si caricano di elementi valoriali, di connotazioni, di sentimenti, come accade nel carme “Al mare Jonio”:

“E’ bello il ciel, che ti fa tenda, o antico
Jonio sublime…” 

Comincia così il viaggio della mente a solcare non solo il mare nella sua spazialità ma anche le onde della temporalità in un connubio felice. Diviene facile e normale ripercorrere luoghi della Magna Grecia ( paesaggi, fiumi, boschi) o esaminare popoli, fatti e situazioni, eroi morti per la libertà e percorrere le coste da nord a sud nell’incontro del Bradano, dell’Agri, del Sinni, del Crati, fino alla “famosa Cotrone” e poi oltre le mura di Petilia e i verdi campi del Nieto.

Poi il poeta si sofferma sulla “antica Metaponto” o fa pausa ad Eraclea per notare, purtroppo, la scomparsa della gloria passata:

“Ora la spica e il lentisco occupa i seggi
di quell’auree città” 

Resta il ricordo dell’importanza di città come Taranto o Crotone, il richiamo ad Ulisse e a Calipso, a Foscolo ma più ancora a Pitagora. E dinanzi a tanta grandezza non più presente il poeta, lucano anche lui, non può non cantare:

“Sepolcro eterno, o mia Lucania, è questo
ampio mar, che veleggio, a le tue prische
marittime città. Lucano anch’io
da questo mare ti contemplo e canto
terra lucana”. 

E se egli è fieramente lucano, può con orgoglio dire che la sua regione ha avuto tutto: montagne, mare, vulcani, alberi, pianure, oliveti, grano; e conserva anche il ricordo di eroiche imprese tra Romani, Saraceni, Normanni. Ma ora la sua regione vive uno stato di profondo abbandono e di schiavitù.

In altre composizioni come “Alle donne lucane”, “Ai Siciliani”, ”La guerra”, “Ad Alfonso Lamartine” nella doppia e diversa stesura, “A Vincenzo Gioberti”, l’empito patriottico è sempre presente mentre ci sono otto romanze dai temi svariati e quattro sonetti che completano il volume.

La sezione relativa alle Romanze, pur nella diversità tematica, presenta un modo di poetare piuttosto musicale, a tratti artefatto, classicheggiante e un tantino lezioso, altre volte appare commosso e come illanguidito e ugualmente stucchevole e prevalentemente narrativo e descrittivo e con un che di popolareggiante.
 
Esattamente il contrario accade per i sonetti che evidenziano tematiche importanti ma distaccate, argomentative e forzatamente concettuali, pur mostrando una convinta partecipazione dell’autore. 

E val la pena con un richiamo ancora al carme “All’Italia”:

“O genti amiche! E’ il giorno
de la gioia universa!
Oh benvenuti intorno
a questa Donna da l’Avello emersa!
O genti amiche! Una fra voi soltanto,
quasi piagata leonessa, freme,
e rugge e piange sanguinoso pianto,
inquieta per adulta speme…” 

Va pure ricordato che nei “Canti”, Nicola Sole apporta numerose correzioni alle sue poesie già presenti ne “L’arpa Lucana” così come non si può non fare riferimento alla poesia forse più conosciuta “Il Viggianese”, molto cara al poeta e certamente gradita a Verdi al quale era stata inviata perché fosse musicata.

La poesia valse a Nicola Sole l’ingresso in Arcadia con il nome di Leandro Abidense e gli creò l’illusione di poter affermarsi in campo nazionale: cosa che gli fu negata dalle sue condizioni di salute.

Ma ci piace chiudere con alcuni versi della poesia “Il Viggianese”

“Non mi chiedete lieti concenti,
chè mesta è l’alma del Viggianese!
trovai la morte lungo i torrenti
del mio paese
Siccome un nido di rosignuoli
cui fra le rose prese il villano,
deserto e muto ne’suoi quercioli
dorme Viggiano!

Io vagabondo per varie genti,
le mie piangendo balze lucane,
andrò chiedendo co’ miei concenti
lagrime e pane!”

 

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