APT Basilicata

APT Basilicata

Basilicata turistica

Stolfi Giulio

Giulio Stolfi è nato a Potenza il 16 gennaio 1917. Ha conseguito la maturità classica al Liceo "Luigi La Vista" di Potenza, ora "Quinto Orazio Flacco", e si è laureato in giurisprudenza all'Università Federico II di Napoli.

Avvocato, magistrato dei TT.AA.RR, ha presieduto la sezione staccata di Salerno del TAR della Campania. Consigliere di Stato si è collocato a riposo con la qualifica di presidente di sezione del consiglio medesimo.

E' stato direttore onorario della Biblioteca provinciale di Potenza, componente della Giunta Provinciale Amministrativa, presidente di varie commissioni tributarie e, consulente dell'Ufficio Legislativo del Consiglio Regionale di Basilicata, componente del Comitato di Bioetica della Azienda Ospedaliera San Carlo di Potenza.

E' stato Difensore Civico Regionale della Basilicata.

Poeta autentico, ha vinto i premi letterari: "Metaponto" (Matera), "Ortigia" (Siracusa),"Il Satùro d'Argento" (Taranto), "Il Golfo" (La Spezia).

Ha collaborato con riviste, periodici e quotidiani: "Momenti" e "Situazioni" (Torino), "L'esperienza poetica" (Bari), "Il Sud letterario" (Matera), "Lucania", "Basilicata", e "Lucania Economica" (Potenza), "Corriere del Giorno" (Taranto), "Torre Civica" (Roma).

Ha scritto racconti, critiche d'arte e saggi tra i quali: "La Lucania vista dagli scrittori lucani", "Le voci del Passato" (Lions Club di Potenza; "I colori, le immagini, il tempo" in A.A; "I pittori e il volto della città" (Ermes Potenza).

La Commissione giudicatrice del premio letterario Basilicata - XXVIII edizione del 1999 gli ha conferito il premio "Una vita per la cultura lucana".

E' presente in antologie, saggi, repertori.
 

Ha pubblicato:

  • "Giallo d'argilla e ginestre" - poesie - Torino - 1954
  • "Provincia del reame" - poesie - Padova - 1959
  • "La bandiera sul campanile" - romanzo - Ed. La scuola - Brescia - 1973, riedito nel 1975
  • "Il peso del cielo" - poesie - Laicata Editore - Manduria - 1993


Da "Giallo d'argilla e ginestre" a "Il peso del cielo" nella continuità di un percorso poetico letterario

Percorso culturale di Mario Santoro

Giulio Stolfi non è solo il decano dei poeti, come ama definirsi, con l'atteggiamento mai smesso di modestia e semplicità, o lo è nella accezione migliore del termine e soprattutto con riferimento alle sue qualità indiscutibili che lo rendono, da sempre, punto di riferimento, maestro, faro capace di irradiare luce e soprattutto uomo capace di vivere le stagioni complicate e tormentose della poesia, con intensità, con forza, con adesione vigile ed intelligente, con partecipazione responsabile, puntuale e, in taluni casi, gelosamente distaccata, al punto da costringersi anche ai silenzi, ai trattenimenti dell'anima.

Egli ha seguito i fermenti culturali del Novecento, ha pagato un tributo, come tanti, alle forme e ai modi di fare poesia, aderendo in maniera del tutto personalizzata ed originale all'ermetismo e al neorealismo, toccando la linea e le atmosfere di quella "Lucanità" intesa come costante della nostro modo di sentire, in un dato momento storico, ma anche allontanandosene prima ancora che il fenomeno cedesse al franamento, al pianto facile, all'abbandono, alle svariate forme di stereotipie. Ed ha posto le debite distanze, pur potendo il lettore apprezzare la forza valoriale e linguistica della terrestrità della sua poesia con tutti i riferimenti e gli elementi connotativi della stessa, come risulta in maniera trasparente nel volume "Giallo d'argilla e ginestre" del 1954.

Scrive a proposito Arnaldo Bocelli, all'indomani della stampa del volume: "Questa raccoltina di versi dice fin dal titolo la natura terrestre dell'ispirazione. Della sua Lucania egli ci rende soprattutto quel senso di solitudine, di mestizia che, pur nel tripudio della natura meridionale, la avvolge da sempre; sì che il suo stesso interesse alla realtà concreta, storica e sociale, del suo paese, gli si configura in immagini concise e assorte, come di tavoletta votiva".

E se Giuseppe Liuccio sottolinea il paesaggio aspro e cupo raccontato da Stolfi, "ritratto nei toni e nei colori della morte", Ettore Catalano evidenzia la visibilità della lezione impegnata del neorealismo , "ma anche una sorta di riflessione più cupamente angosciata, drammatizzata dalla consapevolezza di un irrigidimento testimoniale della poesia, costretta a prendere atto, a descrivere, a soffrire l'intesa oggettiva di un mutamento che non le tocca più progettare o preparare".

Val la pena citare qualche verso:

"Paesi della mia terra,
caparbiamente piantati
sugli aspri monti a sfidare
l'urto rabbioso del vento,…"

"Paesi sui monti" da "Giallo d'argilla e ginestre"

 

Sul tratturo del larice rosso
si è risvegliato l'inverno…
…E stiamo soli, tu ed io,
dietro i vetri appannati,
a inventarci una strada
ai paesi del sole" 

 

Dietro i vetri" da "Giallo d'argilla e ginestre"

 

"Giallo d'argilla e ginestre,
la morte giù nel canneto
ricama veli da sposa" 

 

Enigma da "Giallo d'argilla e ginestre"

E ci piace riportare la ben nota poesia "Lucania", che certamente segna il tempo, con il rischio e il pericolo di proiettare indietro l'autore o di catalogarlo, ma anche con la certezza che nessuno, che abbia un minimo di confidenza con la poesia, possa davvero cadere in questa trappola.

"E' amara l'acqua dei nostri fiumi:
troppe lacrime abbiamo versato,
Se ci mangia la frana i magri campi
e ci spia la malaria dai canneti,
più ci attacchiamo a questa terra dura
senza canti e leggende, terra chiusa
tra la roccia e i dirupi, noi che amiamo
l'ulivo che piantiamo nell'argilla
e il grano stento, conteso alla gramigna
e alla palude. 

 

Lucania da "Giallo d'argilla e ginestre"

In proposito Franco Vitelli sottolinea la condizione di dolore"storico" e tuttavia pone in evidenza la costruzione sapiente e controllata del verso, la capacità di esprimere un'azione di denuncia senza enfasi e fremiti traboccanti"

In esso compare, come sottolinea Luigi Reina nel suo volume critico "Il filo d'Arianna", "più di un ammiccamento neorealistico, tuttavia di quella tensione di ben diversa natura che consumerà nella bodiniana <Esperienza Poetica> le sotterranee fascinazioni ermetiche su una linea di intrigante gusto figurativo di varia ascendenza che ritrovava persone, luoghi, colori ed umori della regione con un <gusto> per il particolare il quale ben poco aveva da spartire, al di là delle più comode formule definitorie, con il <tipico> o con il <singolare> delle estetiche neorealistiche.

Appare evidente, dunque, fin da allora una sorta di tensione che consentiva all'autore di travalicare il neorealismo stesso (mai rinnegato e non ci sarebbero motivi), perché sono presenti figurazioni elegiache, allusività delicate, immagini impressionistiche, evasività sfumanti nei sogni, attimi di evocatività, religiosità pensosa e istintiva mentre la stessa terrestrità si ammanta di valenze surreali e assai di rado cede il passo alla pura materialità".

Stolfi si caratterizza, fin dall'inizio, per la sua non ingabbiabile libertà, capace di fuggire da filoni astrattamente definiti e di sfuggire a regole precettistiche rigide, come del resto accade ai buoni scrittori e poeti, al di là di quanto sembra sostenere una certa parte della critica o una certa critica di parte.

E la riprova del suo non allineamento, per scelta consapevole, viene dalla sua seconda raccolta di poesie che risale al 1959, "Provincia del Reame", nella quale appare evidente la partecipazione del poeta alla tradizione, al gioco sottile della memoria individuale e collettiva, anche attraverso il verso votato all'io soggettivo, ad un richiamo costante al contrasto realtà - immaginazione, con qualche riproposizione del meglio del crepuscolarismo e con una chiara tendenza alla mitizzazione ed all'utilizzo dei simboli e dei segni della sofferenza e dell'ansia continua e inarrestabile dell'uomo.

Ancora Giuseppe Liuccio sottolinea anche in questa seconda raccolta di poesie l'insistenza dei motivi della terra e della gente di Lucania.

"Allora il poeta ritrova la genuinità espressiva, la semplice, ma efficace dimensione delle immagini - scrive il critico - ed il suo mondo si carica di tensione lirica che trasporta e commuove".

E se lo sfondo risulta essere sempre il paesaggio, per così dire mitico, immutabile, fermo, sofferente, il poeta "innesta una problematica nuova con piglio più sicuro e con linguaggio più aderente alla realtà".

E così il poeta può scrivere:

"Antica terra del sud
il tuo cuore segreto
è una conchiglia dimenticata
nel cratere lucano
di un morto vulcano… 

e può aggiungere con certezza e con un richiamo di quasimodiana memoria:

"Conosco questi sentieri
di terra rossa
e un destino di roccia
nell'aria arsa di rovi
so… 

o può fermarsi pensoso:

"Se sono qui a ricercare
le trame puntuali dei grilli
e i temi rissosi
degli organetti
è il mio cuore che ascolto
sul ciglio dei fossi
del bianco sambuco" 

e può, di tanto in tanto affidarsi al ricordo:

"L'asino torna ancora dal vallone
con la soma di pruni
l'uomo che accompagna il bimbo scalzo
ha la giacca colore dei monti" 

e poi dichiarare con convinzione:

"Rimarrò qui
nella mia casa rossa spalancata
ai tramonti violetti del Basento" 

prima di lasciarsi andare assai poeticamente ad immagini fortemente impressive nell'animazione dei colori che sanno sottendere e nelle trepidazioni ansiose del cuore:

"Acconciati le trecce, Verdeoliva:
il plenilunio filtra ogni pensiero
azzurro e lieve e sopra i tetti grigi
si libra un'antichissima magia" 

e prim'ancora di intenerirsi:

"Dalla tua culla vuota, figlio mio,
il cavallo di gomma al tuo richiamo
galoppa per celesti praterie" 

Ma Stolfi che, per ricordare Saviane, possiede molte anime, non si ferma qui.

Infatti va ricordato il romanzo "La bandiera sul campanile", edito più volte e diffuso soprattutto come narrativa per ragazzi della scuola media.

Ambientato negli anni caldi e appassionati del Risorgimento meridionale e della Spedizione dei Mille ripropone in chiave del tutto originale pagine belle della nostra regione e della città di Potenza con situazioni e personaggi straordinari e raccontati con finezza, eleganza, chiarezza ed aderenza alla realtà. Un libro che si legge con godimento e che cattura l'attenzione del lettore, piccolo o adulto che sia, incatenandolo alle vicende che si snodano lineari e con riferimenti ordinati e tenuti sempre sotto controllo dallo scrittore onnisciente. Si tratta di un romanzo meritevole di essere ancora ristampato.

Nella terza raccolta di poesie, "Il peso del cielo" il poeta offre di sé un quadro più completo nel rifiuto delle codificazioni. Qui, come precisa ancora Reina, "vi si chiariscono ulteriormente e si arricchiscono, gli elementi distintivi di una poetica individuale concentrata nella definizione di essenze tanto più emblematiche quanto meglio riescono a significarsi di particolarità: ancora il paesaggio, la terrestrità, la desolazione, il vento, la neve, i fuochi, la dialettica natura - creature, l'amore, l'ansia della scoperta, l'autobiografia spirituale,…, ma anche il cielo, il sole, la luna, le stelle, le albe, i tramonti…"

"I miei passi soltanto sono vivi
nel silenzio inquietante della notte
aperta di colpo
in arene di biacca.
Vecchio vicolo amico
dalle macerie degli anni
per incanto riappari…
… Non vedo i gerani le viole
la menta alle finestre:
qualcuno ha sepolto
lo scialle celeste
della biondina occhineri…
…Mi veglia
un angelo affranto
ora che è liscia, affilata
la guancia della luna".

Si apre così la terza parte del "Il peso del cielo" con un linguaggio straordinariamente dolce e particolarmente evocativo e con richiami che vengono da lontano e trovano echi originali e personalissimi in qual maestro che fu Gozzano, con la sua ironia bonaria e con la propensione al sogno per il sogno.

E così possiamo scorrere i versi della poesia "Donna dell'emigrante" tutta costruita sempre sulla particolare modulazione del linguaggio che davvero si plasma e si piega alla volontà del poeta:

"E' un'altra sera ancora. Te lo dice
la campana"

E il rintocco della stessa pare quasi di avvertirlo nell'aria e sembra provenire non solo da lontanissime distanze spaziali ma anche, e soprattutto, temporali.

In questa terza, e per ora ultima raccolta, valore particolare assume il linguaggio che sa caricarsi di suoni, di variabilità timbriche, di musicalità, di cromature variegate, di luci, di bagliori. Esso sa rarefarsi, assume pastellature non marcate ma neppure del tutto neutre e sfumature delicate, si copre di significanti e di inferenze, provocando catene o grappoli di immagini, per rifluire, pulsare e addolcirsi, rasserenandosi.

"Il linguaggio" scrive ancora Reina "coerentemente trattato come strumento di transitività metaforica e simbolica, spesso si concretizza in segno emblematico di stagioni, di luoghi, di cose, di passioni, di furori, di ansie, di ardori, ora accendendosi fantasmagoricamente in colori, luci, bagliori, ora smorzandosi in nebbie, ombre tremori. E su tutto una riconquista facile che riconcilia con la vita e induce ancora a sognare. Perché le vestigia del tempo depositate sui luoghi e i segni dell'eterno confidati all'immanenza del cielo si conciliano nella responsabilità che l'uomo ha di testimoniare continuamente le reiterate 'prove d'appello' a lui concesse onde rinnovare negli anni un'eredità di comunione affettiva".

"Con tale bagaglio - scrive ancora Luigi Reina - Stolfi si scava una strada attraverso cui concretizzare le sollecitazioni espressive del suo io teso a investigare lo spazio e il tempo colti nel loro vario modo di offrirsi alla fruizione dell'uomo sempre sorpreso dalle cangianti rappresentazioni che l'universo umano e materiale fornisce di sé nel giuoco apparentemente invariante degli eventi che coinvolgono l'essere alle prese con l'eterno dilemma della vita".

E proprio la vita, con le sue molte manifestazioni, a volte inspiegabili, altre volte appena comprensibili, è presente nella accettazione, problematica, misteriosa, arcana, come si può cogliere da alcuni versi:

"Passavamo cantando per le strade
della nostra città. Dietro i vetri
vegliavano fanciulle appassionate" 

 

Passavamo cantando da "Il peso del cielo"

E ancora si può tentare di comprendere il senso della misteriosità della stessa:

"In quest'ora indecisa
che precede l'aurora
più precario è l'ordito della vita,
il silenzio è in agguato
guardingo come un lupo
ma sono basse le stelle
sul giro dei monti
e coglierle potresti ad una ad una
sullo slancio di un sogno"

In quest'ora da "Il peso del cielo" 

Questo è Stolfi di cui Vittoriano Esposito scrive:" Al di là delle suggestioni metaforiche, al di là delle allusioni simboliche, le quali, prese singolarmente e nel loro insieme, consentono alla pagina di disporsi sulla linea delle lirica moderna senza caricarsi di ambigue oscurità, resta sempre viva in lui l'urgenza di non mascherare i sentimenti, di non tradire la parola in quello che ha da valere e da significare per l'uomo: e non l'uomo di questa o quella terra, ma l'uomo di ogni latitudine".

E Giuliano Manacorda dichiara che il volume "Il peso del cielo" ripropone le poesie di uno dei più autentici interpreti, in poesia, del mondo lucano". E ancora Elio Andriuoli definisce Stolfi "poeta schiettamente mediterraneo, sa essere solare e tragico ad un tempo, erede com'è di antichissime civiltà, nelle quali s'innerva il nostro presente. Per questo in lui anche la nota elegiaca, che pure è alla base del suo canto, acquista più forti tinte e s'avviva di più fervida luce".

E non si smetterebbe mai con la citazione perché Stolfi è fabbro o artiere, e, pur procedendo senza acribia, è cesellatore della parola che sa opportunamente ancorarsi al passato pur nella continua propensione al futuro.

E così "ieri e oggi" confluiscono in una sincronizzazione che rende sempre dolce e carezzevole il verso ed il senso o i significati sottesi tanto da poter prendere a caso o recitare a memoria.

Magia antichissima eppure sempre nuova come il poeta che canta e che non finisce mai di stupire.

Top