APT Basilicata

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Basilicata turistica

Tagliavini Osvaldo

Osvaldo Tagliavini, nato a Vaglio di Basilicata, giornalista ed esperto in micologia, è direttore responsabile delle riviste Lucanikà, Bacheca e Professione Agricoltore.

Socio fondatore del Gruppo di Potenza dell'Associazione Micologica "G. Bresaola", è membro del Comitato Scientifico Nazionale e di quello regionale.

E' docente e coordinatore dei Corsi per Micologi organizzati dalla Regione Basilicata ed autore di numerosi articoli e pubblicazioni.

Ha pubblicato:

  • Codici e Silenzi, Antonio Captano Editrice, 1990;
  • Mefitis, Edizioni Cronache Lucane, 1993;
  • Atlante dei funghi commestibili della Basilicata, Consiglio Regionale della Basilicata, 2000


Oltre la poesia

Percorso culturale di Maria Verrastro

Osvaldo Tagliavini, nato a Vaglio di Basilicata, pubblica nel 1990 la sua prima raccolta di poesie dal titolo "Codici e silenzi", divisa in cinque sezioni ordinate non cronologicamente ma in maniera logica.

La spinta emotiva di tale raccolta è da ricercare -come afferma Reina nella prefazione- nell'esame sereno del proprio essere nel mondo; "…nell'inventario della propria infanzia ed adolescenza con i pochi affetti sicuri; nelle esperienze formanti della vita e nell'approdo entro i confini della poesia, cui si chiede di riannodare al silenzio la pretesa umana di risolvere l'angoscia dell'io".

Quella di Tagliavini è una lirica ermetica: i suoi versi sono spezzettati, frammentati. Una poesia, quindi, tipicamente ungarettiana, in cui il ricorso al verso interrotto o troncato rispetto a quello tradizionale è dettato dall'esigenza di cogliere l'attenzione del lettore sulla parola "pura" ed "essenziale", che scatena infinite riflessioni ed associazioni .

Una poesia, come sottolinea il Panella nel suo intervento critico, fatta di cose semplici ed essenziali, discreta e silenziosa, caratterizzata da una forma limpida, suggestiva, comunicativa e libera da ogni regola convenzionale. In tal modo l'autore fa emergere l'essenza profonda dell'uomo, cogliendo l'autenticità e l'essenzialità della vita contro l'alienazione e l'inautenticità del vivere quotidiano.

Nella silloge l'autore parla della sua terra (nella lirica Lucania) e del suo paese, Vaglio, (in Serra e Madonna di Rossano), dove, poco più a nord, si trova il tempio sacro risalente al IV° sec. a.C., dedicato alla Dea Mefitis ed evidenzia adesione sentita e sofferta.

Nonostante il forte attaccamento alle proprie radici, la poesia di Tagliavini oltrepassa i confini lucani e diventa universale.

In proposito il critico Zucchini così si esprime: "Il percorso esistenziale è doloroso e taciturno, le sofferenze dell'anima sono aspre come è aspra la terra del poeta, le pene sono millenarie ed accompagnano la vita di tutti gli uomini".

Le sofferenze del poeta rappresentano le sofferenze del popolo lucano e di tutto il mondo; l'aridità del paesaggio indica l'esistenza desolata dell'uomo. L'insieme dei sentimenti è sempre affidato al linguaggio che si muove, secondo Mario Santoro tra ermetismo, neorealismo e lontananze novecentesche rese attuali e presenti.

Scrive il critico: "Se 'calanchi' e 'mezzaporta' possono rientrare in un certo filone del neorealismo, come 'bivacco' e 'controra', ci sono termini che scuotono l'anima del lettore. Pensiamo a 'strobili e zinzala', 'sonagliere', 'scalini calcinati', 'tafani', sambuco', sibili e scriccioli', 'crisalidi', 'calendule', 'piste e crocevia', ma anche 'cieli fantasma', 'triangoli del subconscio', 'camaleonti di vento', 'desideri d'ombra', 'uova di pettirosso', e 'codi di sirene'".

E il linguaggio sembra bene amalgamarsi con i contenuti costituendo una sorta di insieme armonioso e inscindibile.

Non a caso per Santino Bonsera i temi ricorrenti nella poesia di Tagliavini sono quelli della memoria storica, della ricerca delle radici della sua terra e della nostalgia per un mondo perduto.

Il percorso geografico nel paesaggio lucano simboleggia quello interiore di ciascun uomo, quasi un voler ritornare alle origini e al grembo materno. E a Bonsera sembra far eco Luigi Reina che allarga la prospettiva quando afferma che " gli affetti, le cose, i segni animati e inanimati, i simboli e la materia viva sollecitano rendiconti e riflessioni chiedendo alla parola poetica lo strumento per l'enucleazione di una serie di elementi, quasi storie primordiali di aggregazione psicologica e sentimentale tra il sé e l'autre, utili a ridefinire sulle poche certezze plausibili la propria coesistenza di uomo".

Nella successiva raccolta poetica dal titolo "Mefitis", pubblicata nel 1993, il poeta rende omaggio alla Dea della sua terra.

Nella prefazione al volume il D'Episcopo osserva che, attraverso quest'opera interamente dedicata al culto della Dea Mefitis, l'autore intende compiere una ricerca sulla proprie origini storiche, culturali e antropologiche. Il santuario, situato a Rossano di Vaglio, rappresenta il simbolo e la testimonianza di una Lucania antica, da imporre ai frenetici sussulti dell'era contemporanea, nella quale si cerca un modello di continuità tra passato e presente.

Il "tu" colloquiale usato dal poeta esprime confidenza e dialogo, tanto che Mefitis ci appare più nella sua veste umana che divina.

Scrive D'Episcopo: "Compagna di luce e di silenzio, la Dea si fa umanissima confidente delle parole del poeta, il quale, sollecitato dalla forza di una presenza sovrannaturale e insieme naturalissima, cerca e trova il tono giusto di un colloquio classicamente misurato, ma comunque carico di sensi e sovrasensi, tipici del suo monologo dialogare". Il poeta si sente, quindi, protetto e inondato da questa luce, che stimola alla scrittura e al dialogo intimo.

E ancora Santoro sottolinea il filo di una straordinaria ricerca anche di tipo antropologico, gli smarrimenti vigili nel lontanissimo passato, i primigeni riferimenti ad ancestralità con richiamo a 'briglie remote', ad 'archi e scanni di vitalbe', alle 'polle nascoste nel cuore', alla 'cornamusa in bivacchi di sortilegi', al 'tempo/ che s'apre bianco di grazia', all'affacciarsi delle ore 'su carri di stelle', al 'lento pianto dei canneti', al 'delirio' che 'querula l'animo e il corpo', alla 'voce/ che remiga senza soste'.

Ma il discorso di Santoro può essere arricchito da altre espressioni assai significative: "il labirinto delle mie identificazioni"; la "parola" che basterà "a sciogliermi nel bianco dell'alba", le "chiome di lacrime votive", il "fruscìo d'erba/ e i passi/dentro la rugiada", "il grido senza meta del lupo", "l'ombra/ che sempre ci precede", la " notte/ oltre il sagrato" e così via.

Pure Tagliavini non è solamente un poeta, ma anche amante ed esperto in micologia è sua la pubblicazione edita dal Consiglio Regionale della Basilicata sui funghi commestibili della nostra regione. Socio fondatore dell'Associazione micologica "G. Bresadola" di Potenza, Tagliavini è membro del Comitato scientifico nazionale e regionale, docente e coordinatore dei corsi per Micologi, autore di numerosi articoli e pubblicazioni sulla flora fungina lucana, attualmente sta lavorando ad un nuovo atlante sui funghi non commestibili.

L'opera "Atlante dei funghi commestibili della Basilicata" coniuga le esigenze di divulgazione dell'argomento col rigore scientifico, offrendo ai lettori un quadro sorprendentemente affascinante della flora micologica lucana.

Il volume apre con la presentazione del Presidente del Consiglio della Basilicata, mentre la prefazione è curata da Govi, docente di micologia presso l'Università di Bologna.

"Un viaggio appassionato -sottolinea Govi- che inizia dal Vulture, raggiunge il Lagonegrese e si conclude nel Metapontino". La prima parte dell'opera si occupa della classificazione e della distribuzione dei funghi nelle varie zone; la seconda consta di schede descrittive di ogni singola specie, seguita da un'appendice che riporta la legislazione regionale aggiornata sulla raccolta dei funghi.

L'autore censisce centinaia di miceti e ne presenta l'ascrivibilità a generi, specie, varietà e forme diversi in un lavoro che ha dell'incredibile per l'analisi dei particolari, per l'osservazione dei dettagli fino all'inverosimile, per il confronto sempre operato, per la ricerca continua di scientificità, di impegno sul piano visivo, olfattivo, tattile e mentale che risulta davvero gravoso se non addirittura massacrante.

"Ma la cosa che sorprende soprattutto è la disinvoltura del viaggio che Tagliavini ci fa compiere in questo mondo sconosciuto" sottolinea Santoro " guidandoci con perizia, conducendoci per mano quando occorre, ricordandoci di non abbandonarci eccessivamente, spingendoci talvolta, aprendoci varchi e sentieri, segnando zone di confine, indicando limiti, fornendo paragoni, appoggiandosi al linguaggio digitale ma anche e soprattutto a quello analogico. La ricerca assume il senso della magia, dell'incanto, del recupero sul piano spazio-temporale con percorsi antichi ed abbandonati, del mistero da dipanare facilmente come l'ovatta che si arrende alle dita esperte; tutto avviene semplicemente, come se ci accingessimo a compiere l'operazione più naturale di questo mondo. Accade così che anche lo scettico e l'ottuso, per configurare solo due possibili connotazioni, si trovino a suo agio tra le 'Tricolomataceae, le Russulaceae, le Boletaceae, le Agricaceae, le Gomphidiaceae, le Amanitaceae, oppure si muovano con disinvoltura su specie particolari dei singoli generi. Recuperano magari il Boletus - per esempio quello della sezione Edules- e analizza l'aereus, l'edulis, il pinophilus, il reticularus, scoprendo (meraviglia delle meraviglie) che si tratta di 'funghi ricercatissimi per il profumo, le dimensioni e il sapore".

Ma Tagliavini è già alle prese con altri lavori di ricerca e continua, contemporaneamente, il suo cammino poetico mai interrotto, senza smettere, ovviamente, di essere il giornalista attento, puntuale, preciso, rigoroso, rapido e impressivo, rispettoso della verità da raccontare con il massimo della obiettività possibile.

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