APT Basilicata

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Basilicata turistica

Tarchetti Igino Ugo

a cura di Giovanni Caserta

La scoperta della Lucania-Basilicata, quale regione diversa e quasi a sé, sembra aver avuto come protagonisti privilegiati i piemontesi. Prima di Carlo Levi, infatti, all'indomani dell'unità d'Italia, già Igino Ugo Tarchetti scopriva che Cristo si era fermato a Eboli e che, dopo Eboli, si apriva un "altro" mondo. E anche Igino Ugo Tarchetti veniva dal Piemonte, essendo nato a San Salvatore Monferrato, in provincia di Alessandria, nel 1841. Sarebbe morto all'età di ventotto anni, nel 1869, dopo una vita assai inquieta e travagliata, colpito dalla tubercolosi, terribile male del secolo e tipica malattia degli Scapigliati, fors'anche per la vita disordinata che gli stessi conducevano.

Igino Ugo Traghetti aveva intrapreso la carriera militare; ma era destinato, come molti dei suoi compagni, a diventare antimilitarista. Afflitto dal male della infelicità, al male pensò come essenza della vita; sentendosi gravemente malato e prossimo alla morte, alla morte pensò in forma ossessiva. Quasi per scongiurarla ed esorcizzarla, sempre la rappresentò con compiacimento e con gusto macabro ed orrido. Sue opere fondamentali furono Un osso di morto (racconto), Storia di una gamba (racconto) e tre romanzi: Paolina (1865), Una nobile follia (Drammi della vita militare, 1866) e Fosca, incompiuto, 1869. Nessun testo di storia della letteratura italiana, però, cita di Tarchetti il breve romanzo o racconto lungo - L'innamorato della montagna -, scritto nel 1868 e riproposto da Osanna, Venosa, nel 1994.

Tra il 1861 e il 1863 Tarchetti era stato nel Sud, soldato di Vittorio Emanuele II, inviato a reprimere il brigantaggio meridionale. Fu in quella circostanza, nel 1862, che gli capitò, come a Carlo Levi, di fare un viaggio da Eboli a Potenza. Anche ai suoi occhi Eboli apparve come la fine di un paese e l'inizio di un altro. "Uno strano spettacolo - scrive - si presenta allo sguardo del viaggiatore che partito da Eboli s'interna dopo poche ore…in quelle gole di montagna che si dirigono verso Potenza".

Il viaggio avveniva il giorno di San Cristoforo, cioè il 7 gennaio, in pieno inverno. Era un viaggio tra nevi che facevano ricordare la Sarmazia. Tutto era fuor della regola e della norma. La povertà e il sudiciume si toccavano con mano. "Migliaia di lazzari - scrive Tarchetti -…vivono con quattro centesimi di lumaconi al giorno, lumaconi bolliti in una broda nera, densa, viscida…Vivono spesso di un centesimo di lattuga".
 
A Picerno la carrozza fece sosta in una taverna, quasi una "posada spagnola con poche differenze. Con un po' più di miseria, e un po' meno di poesia, quei convegni di lazzari e di carrettieri sono gli stessi che si incontrano sulle vie di Valladolid, della Sierra e dell'Estremadura". Tutto era laido e untuoso. "Gli angoli della cucina rimanevano nell'oscurità: il fumo, compagno indivisibile della stanza, avvolgeva oggetti e persone in una specie di nebbia che si innalzava a masse sotto il soffitto". Nella caldaia, "dalla superficie di un liquido denso e oleoso, tempestato di bolle di grasso che parevano occhi, compariva, spariva e tornava a comparire una massa di carne nera". In quella locanda, come Carlo Levi, Tarchetti dovette dividere la stanza con un forestiero. Non solo: ma divise lo stesso letto, a capo del quale pendeva un Crocifisso, un "povero Cristo di bosso…tutto malconcio da tarli che vi si sentivano rosicchiare ancora per di dentro[…].Frammenti di neri di lucignolo…coprivano il fondo del bicchiere[…]. Ali di mosche e…reliquie di zanzare…giacevano attorno al lume impegolate di polvere e d'olio". 

L'immagine della regione, insomma, era quella di un mondo squallido. Né si coglieva, nelle parole dello scapigliato Tarchetti, il senso di pietà umana e cristiano-giudaica che è in Levi; non vi è cenno ad una improbabile civiltà contadina. Gli uomini sono lazzari. Probabilmente, se Tarchetti avesse avuto modo di sostare a lungo in uno dei paesi lucani, meglio ne avrebbe assorbito il senso e la ragione. Si portava, invece, nel ricordo, l'immagine dei lazzaroni napoletani, che, nei secoli, avevano imparato l'arte di arrangiarsi e chiedere. E vivevano felici. Sembrerebbe incredibile; ma agli occhi di Tarchetti gli uomini del Sud apparivano più felici che quelli del Nord, dove c'era ressa, fatica, senso del dovere, cultura. E c'era il male di vivere. Nel Sud, invece, sotto quei cenci, non c'era tristezza. "Come la povertà è felice, come è grande la semplicità, come è sapiente l'ignoranza!".

Per capire tutto questo, bisogna partire dalla considerazione che Tarchetti era un "malato" del corpo e dell'anima, tormentato innanzitutto dal suo pensiero. Egli viveva il dramma e il disordine della città e della prima società industriale; come Rousseau, era convinto che la scienza e l'arte non avevano contribuito a rendere più felice la vita, ma anzi l'avevano resa più tragica. La Lucania-Basilicata diventava, in questa ottica, un'oasi felice, un ulteriore esempio di felice stato di natura e, quindi, di innocenza e felicità. E' su questo sfondo che si celebra la commossa e tutta romantica storia d'amore di due giovani che trovano la felicità nella natura selvaggia intorno a Picerno. Questo spiega perché, quando la giovane Fiordalisa, gentile nome, muore, Giovanni, l'innamorato, decide di rimanere tra quelle montagne a cantare ogni notte il suo eterno amore. Si sente l'eco di Rousseau, ma anche di Bernardin de Saint Pierre e la storia d'amore intercorsa tra Paolo e Virginia. Qualcuno potrebbe ricordare anche il Florio e Biancofiore di Boccaccio. La Lucania-Basilicata, in altre parole, agli occhi di quel giovane malato, stanco della città e della società settentrionale, apparve come una novella isola Mauritius, o regno dei pastori, o oasi ritrovata nel deserto della vita. In questo già si prefigurava, almeno in parte, la quiete che vi trovò o immaginò Carlo Levi.

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