I dialetti Galloitalici della Basilicata


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Le parlate lucane: arcaicità e isolamento.

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A cura di Tonino Cuccaro

G. Rohlfs e H. Lausberg, nel secolo passato, scoprivano la singolare arcaicità dei dialetti lucani. Per arcaicità gli studiosi intendono la scarsa attitudine all’evoluzione mostrata dalle parlate regionali, particolarmente di talune aree, che, grazie alla conservazione giungono fino a noi con pochi segni di cambiamento rispetto alle origini. La stessa individuazione del Galloitalico, che non sfugge a tale regola, si fonda sulla modesta meridionalizzazione subita nel tempo. Studiosi insigni e appassionati hanno definito la Basilicata una zona eccentrica dell’Italia Meridionale e i suoi dialetti i più remoti e arcaici del sud Italia.

La resistenza alle possibili forme di contaminazione linguistica, che fatalmente insidiano le caratteristiche originali, secondo la linguistica e la storiografia tradizionale, è da attribuire all’isolamento ed alla carenza di comunicazioni, che la Lucania avrebbe sofferto nei secoli scorsi, a partire dall’epoca romana. Classico è l’esempio della Sardegna, naturalmente isolata e lontana dal continente, i cui dialetti risultano essere i più arcaici e meglio conservati, pur se con qualche segnale in controtendenza. Ma gli studiosi svizzeri Jaberg e Jud, nelDer Sprachatlas als Farschungsinstrument, affermano di aver rilevato che “i centri abitati più isolati e più piccoli non sempre sono i più conservativi” e J. Lang, inSprache in Raum, osserva che “ciò che a noi appare essere su una carta geofisica isolato o laterale può essere stato storicamente centrale...Il concetto vale per una determinata comunità linguistica in un periodo più preciso della propria storia”. M. Bartoli considera l’isolamento una diretta espressione della scarsa densità delle comunicazioni. Un’analisi più attenta e ponderata, secondo il Prof. A. Varvaro, suggerisce una valutazione dell’isolamento rapportato non esclusivamente ai riferimenti geografici ed agli standard di comunicazione con il mondo esterno. Essa va essenzialmente collegata alle realtà culturali e tradizionali delle comunità nonché alle loro attitudini e capacità di spostamento sul territorio e di accoglienza, accettazione e integrazione al proprio interno di gruppi in movimento.

La situazione delle vie di comunicazione e dei collegamenti in Basilicata, quale si presentò agli occhi della commissione Zanardelli nel 1902, spesso viene proiettata su gran parte della storia regionale nei due millenni. Un isolamento che all’alba del XX secolo appariva terrificante, tanto da far rilevare che “... la popolazione... non ha in molti luoghi i mezzi civili di muoversi, per le sue condizioni di viabilità... Sono ventuno i comuni senza alcuna strada rotabile, la maggior parte nel circondario di Lagonegro... e loro servono di strada i letti dei torrenti...”. Questo era lo stato viario e dei collegamenti nel 1902 e lo stesso primo ministro Zanardelli notava come la Basilicata fosse sconosciuta in gran parte agli stessi suoi abitanti, rendendoli quasi stranieri gli uni agli altri.

In un simile scenario la conservazione linguistica trovava il suo humus ideale. Non a caso i centri del lagonegrese, grazie ad un singolare isolamento, dispongono di forme dialettali più arcaiche e meglio conservate.

Tuttavia va detto che lo stato pietoso delle comunicazioni all’interno della regione, rilevato all’inizio del ‘900, era tale già da un pò di tempo, giacché esse risultavano disastrose anche in epoca murattiana, circa un secolo addietro, allorché Potenza era raggiungibile attraverso quattro possibili itinerari: da Napoli, guadando il fiume Sele a dorso di bufalo, da Laurenzana, da Taranto e da Melfi; a Matera si giungeva, provenendo da Napoli, via Avellino-Ariano-Valle dell’Ofanto-Gravina.

La condizione stradale regionale, però, non doveva essere stata sempre tale.

In epoca romana vi passavano importanti vie di comunicazione come la via Appia (Melfi-Venosa), la Popilia (Padula-Rotonda-Morano Calabro), la Jonica (Taranto-Calabria), la Paestum-Policastro-Sapri collegata con la Popilia verso Lagonegro e la Rotonda-Laino Cirella. Potenza, già all’epoca centro nodale della regione, era collegata con la via Appia attraverso l’Erculea (Lagopesole-Rionero-Melfi) e la Oppido-Banzi-Spinazzola, con la Popilia (Vietri-Auletta o Marsiconuovo-Paterno-Saponara-Sarconi-Rotonda). Nel basso medioevo, nonostante profondi mutamenti, il sistema viario offriva ancora sufficienti garanzie ai collegamenti. Successivamente, la difesa dalle invasioni e dalle paludi malariche portò all’arroccamento sulle alture di numerosi centri abitati, con una riduzione della potenzialità viaria principale, dando luogo a numerosi sentieri di montagna. Nel periodo normanno risultano ancora percorribili le arterie principali, come testimoniano i continui spostamenti di Federico II dalla Sicilia al Nord del regno. Con l’avvento degli Angioini, delle grandi vie rimasero attive l’Appia e la Jonica. Lo storico T. Pedio rileva che vi era una particolare attenzione del re, in quel periodo, per la viabilità pubblica. Potenza si conferma centro di un crocevia che, rispetto all’epoca romana, risulta arricchito di vie di penetrazione quali la Oppido-Montepeloso, Vaglio-Tolve-Montepeloso-Gravina-Matera, Tito-Satriano-Brienza-Padula, Saponara-Agri-Policoro, Basento-Torre di Mare-Matera. Non sembrano più utilizzate la Potenza-Vietri-Auletta, Potenza-Marsico(o Laurenzana)-Saponara-Rotonda e Oppido-Spinazzola.

Solo verso il XVIII secolo il crollo del sistema viario è pressoché totale, soprattutto per effetto dell’abbandono di importanti arterie, a causa della malaria, nella fascia jonica. Decade la stessa viabilità che s’irradia dal capoluogo. I collegamenti con Napoli si riducono a contatti finalizzati all’imposizione tributaria, con disinteresse per le comunicazioni tra i centri minori.

L’isolamento, dovuto alla carenza del sistema viario e alla distribuzione dei centri abitati, incide sicuramente sulla conservazione linguistica ma per un determinato periodo storico (dal sec. XVII al ‘900) e non in modo esclusivo.

E’ possibile individuare altre cause che possono aver contribuito alla trasmissione delle forme arcaiche fino ai nostri giorni, come sostiene il prof. Varvaro. La modesta dimensione della maggior parte dei centri abitati rappresenta un’ulteriore spiegazione del fenomeno, spostando l’attenzione dall’aspettogeografico a quello sociologico e demografico. Si tratta di una resistenza verso le intrusioni linguistiche nella piccola comunità caratterizzata da un modesto interscambio demografico con l’esterno. Questa tesi è avvalorata dalla maggiore difficoltà riscontrata nei centri più popolati e più aperti a tale interscambio. Non è un mistero che a Potenza, più che nei centri minori, risulta difficile il riscontro delle forme dialettali più arcaiche e originali ed è meno probabile la trasmissione del dialetto alle future generazioni se non sotto forma letteraria. La capacità delle comunità linguistiche di resistere agli inserimenti esterni, per la propria caratteristica di gruppi omogenei e culturalmente chiusi alle influenze circostanti, consente oggi l’incontro con forme linguistiche conservate come il galloitalico nel potentino e nell’entroterra del golfo di Policastro e come l’arberesh nei centri di colonizzazione albanese.

Oggi non esistono più l’isolamento e le barriere di protezione culturale e demografica. Conservazione e trasmissione delle forme dialettali, quindi, non sono affatto scontate.

Il lavoro di appassionati linguisti-dialettologi come Rohlfs, Lausberg, Pfister, Radtke, Varvaro ed altri ci assicura i mezzi necessari per la conservazione e la trasmissione del patrimonio linguistico. Preziosi sono, a questo scopo, anche i dizionari dialettali di Maria Teresa Greco (Picerno e Tito), di Leandro Orrico (Trecchina), di Mons. A. Rosario Mennonna (Galloitalico Lucano) e raccolte antologiche come quella del potentino Salvatore Pica, curata da V. Perretti (Amm’ fatt’ ngazzà pur a San Gerardo), Vincenzo Ferretti e Gerardo Acierno (Pignolerie) che, se opportunamente divulgati e utilizzati, possono avere la capacità di ricomporre intorno a forme dialettali univoche e precise le variegate comunità locali di oggi e di domani.


BIBLIOGRAFIA:
A. Varvaro La parola nel tempo – Lingua, storia e società Ed. Il Mulino, Bologna 1984.
K. Jaberg e J. JudDer Sprachatlas als Farschungsinstrument, Halle, 1928. J. LangSprache in Raum. P. CurtiInchiesta Zanardelli in Basilicata Torino, 1976.

Traduzioni dal Tedesco: Marcella Di Feo.

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