I dialetti Galloitalici della Basilicata


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Il Galloitalico in Basilicata: da ROHLFS alla GRECO

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A cura di Tonino Cuccaro

Il Galloitalico è la lingua parlata in una vasta area della nostra regione, nel Potentino, compresa tra i comuni di Picerno, Tito, Potenza, Pignola, Vaglio ed, in misura minore, Cancellara, Trivigno, Ruoti, Avigliano. Ai primi 5 va aggiunto Trecchina, autentica isola linguistica galloitalica.

Il primo a fornire questa classificazione interessante ed originale fu l‘insigne dialettologo Gerhard Rohlfs. Questi, nato nel 1892 a Berlino, laureatosi nel 1919 presso l’università di Berlino e scomparso nel 1986 a Bonn, fu docente di Filologia romanza presso le università di Tubinga e Monaco di B. La sua grande passione, però fu la dialettologia italiana, a cui dedicò gran parte dei suoi studi e delle sue profonde ricerche. Le sue pubblicazioni più importanti sono: il “Dizionario Dialettale delle Tre Calabrie” (1932-1939), gli “Scavi linguistici in Magna Grecia” (1933) la “Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti” (1949-1954), il “Dizionario etimologico della grecità dell’Italia Meridionale” (1930). Ad esse vanno aggiunti gli studi effettuati sulle “Colonie Galloitaliche in Basilicata”, sulle “Colonie Galloitaliche sul Golfo di Policastro”e sui “Dialetti e Grecità del Cilento”, di recente (1988) riproposte in un’unica opera “Studi Linguistici sulla Lucania e sul Cilento” dall’Università di Basilicata(Traduz. a cura di Elda Morlicchio -Congedo Editore).

Il Rohlfs, già nel sud Italia nel 1925, rimane colpito da quest’area del Potentino, così ben circoscritta, dove i dialetti parlati non hanno nulla a che vedere con gli altri dialetti lucani e meridionali. Egli individua subito una radice linguistica tipica di alcune zone dell’Italia settentrionale, in particolare del Piemonte padano (Novara, Alessandria) e dell’entroterra Ligure, quindi di chiara origine provenzale. A dire il vero, in precedenza, più di qualche studioso osservò tali differenze, talvolta fin troppo evidenti, raffrontando i dialettidel potentino e di Trecchina con quelli autentici lucani, ma nessuno ebbe mai l’audacia di paragonarli con quelli di alcuni comprensori settentrionali (galloitalici, appunto). Rohlfs, grazie alle numerose e ripetute indagini condotte nell’Italia Meridionale (Puglia, Calabria, Basilicata, Campania, Sicilia) e nel resto d’Italia per contribuire alla realizzazione dell’Atlante dei dialetti d’Italia e della Svizzera italiana (AIS), ebbe modo di fare raffronti tra i dialetti parlati in certe zone della nostra regione e quelli settentrionali (piemontese, ligure) nonché quelli di altre colonie di risaputa origine galloitalica (in Sicilia e in Calabria). Dunque, non ebbe dubbi sull’origine etnica e linguistica di queste popolazioni la cui lingua è troppo simile, talvolta identica a quelle galloitaliche siciliane e settentrionali.

Originale ci sembra il metodo d’indagine messo a punto dal Rohlfs per delimitare l’area del Potentino interessata al fenomeno linguistico galloitalico: “...Il viaggiatore che, in uno scompartimento di III classe nel tragitto da Napoli a Taranto, presti attenzione alla conversazione dei contadini che salgono ad ogni stazione, si renderà subito conto che nel primo tratto – se si trascurano variazioni nell’intonazione e differenze locali minime – la base linguistica è sorprendentemente unitaria. Ma subito dopo la profonda valle del platano, dalla stazione di Picerno in poi il quadro cambia. Improvvisamente arrivano all’orecchio del viaggiatore forme foniche che non si adattano assolutamente alla situazione osservata fino a quel momento... E così si continua anche dopo che il treno ha superato le stazioni di Tito e Potenza. Soltanto a partire da Trivigno queste caratteristiche scompaiono e, mentre il treno tra le brulle e selvagge montagne della valle del Basento si dirige verso il golfo di Taranto, ricompare improvvisamente la situazione linguistica che, appena due ore prima, era scomparsa così improvvisamente e in modo così inspiegabile...”.

Spetta quindi al Rohlfs il merito di aver individuato per primo l’origine linguistica di queste popolazioni. L’interrogativo che ne consegue è ineludibile: l’origine linguistica galloitalica in Basilicata a quale fenomeno etnico si associa? Secondo Rohlfs l’esodo di queste colonie galloitaliche potrebbe aver avuto inizio con le difficoltà economiche e le persecuzioni contro gli eretici cominciate nel XII secolo nel nord Italia: intere comunità emigravano verso il Sud in cerca di fortuna e di una maggiore tolleranza religiosa. Quindi l’esodo verso le terre del potentino e del golfo di Policastro sarebbe partito da ampie zone del Piemonte, della Liguria, in parte anche dalla Lombardia. Tuttavia nessuna fonte storica avvalora tale ipotesi, sia pure realistica. Peraltro occorre precisare che per le colonie galloitaliche della Sicilia (San Fratello e Novara di Sicilia in provincia di Messina, Nicosia e Sperlinga in provincia di Enna, Aidone e PiazzaArmerina in provincia di Caltanissetta) l’esodo dalle province settentrionali di Novara, Asti e Alessandria è storicamente provato e risaputo.

Successivamente altri studiosi hanno indagato sul fenomeno galloitalico nelle nostre terre. Vale la pena ricordare Mons. A.R. Mennonna, che nel 1987 pubblica “I dialetti galloitalici della Lucania”. Egli si sofferma sulla letteratura popolare di Potenza, Picerno, Tito, Pignola e Trecchina, traendone un dizionario significativo anche se non completo ed esaustivo. Rilevanti risultano anche gli studi sul galloitalico nel potentino effettuati dalla Dr.ssa Maria Bertinotti Potenza nel 1973 e dalla Dr.ssa Silvana Mazzone Potenza nel 1974, in occasione delle rispettive tesi di laurea.

Nel 1983 il Prof. Alberto Varvaro scrive “Sulla nozione di area isolata: il caso della Lucania”. Varvaro ha il meritodi circoscrivere l’area di provenienza di queste colonie galloitaliche al Monferrato: lo stesso Rohlfs nel 1985 gli farà eco accogliendo tale tesi.

L. Orrico nel 1985 pubblica “Il dialetto trecchinese”.

Nel 1989 il Prof. Mario Romeo pubblica “Lu monne scappa – lirici greci in dialetto picernese”.

Tuttavia lo studio più profondo, scientifico ed esaustivo in materia di galloitalico in Basilicata è sicuramente il “Dizionario dei dialetti di Picerno e Tito”, pubblicato nel 1991 dalla Prof.ssa Maria Teresa Greco, per le Edizioni Scientifiche Italiane. La Greco, docente di lettere classiche e titese di nascita, esordì con la sua tesi di laurea nel 1959 sul “Dialetto di Picerno” e profuse, successivamente, molte energie nella ricerca linguistica, culturale ed antropologica sulle due comunità di Picerno e Tito. Un lavoro paziente e meticoloso, realizzato intessendo nei due centri una rete di informazioni, di confronti, di coinvolgimenti e di complicità. Senza mettere in discussione le conclusioni degli altri studiosi sul fenomeno galloitalico in Basilicata, primo il Rohlfs, M.T. Greco si preoccupa di realizzare uno strumento quanto più possibile completo, preciso ed esauriente, che possa costituire la base per uno studio non solo linguistico, ma soprattutto culturalesulle popolazioni di Picerno e di Tito.

Lei stessa afferma “... Il mio interesse per questi dialetti è nato negli anni ’50 dall’incontro con una cultura che, allora, appariva integra e coerente nel suo sistema di valori. Il Dizionario si propone di conservare, attraverso la testimonianza della lingua, la cultura, in senso antropologico, di queste due comunità...”.

Va detto che M.T. Greco è riuscita benissimo nel suo intento, grazie all’immenso materiale, alle numerose testimonianze raccolte e all’impostazione scientifica data al suo Dizionario, le cui voci, magistralmente rappresentate anche sotto il profilo grafico e fonetico, forniscono tutti i riferimenti possibili, dall’Atlante AIS alle frasi idiomatiche a cui gli stessi vocaboli si legano di sovente. Attraverso un’analisi comparata della lingua parlatadalle due comunità, e addirittura all’interno delle stesse, riesce a classificare anche i sottogruppi galloitalici: la differenza tra il dialetto di Picerno-centro e la campagna picernese, o quella tra la popolazione titese residente nella zona del Convento, della piazza e della parte bassa del paese (mbè d’ la terra) trova riscontro nella facilità con cui gli abitanti riconoscono la provenienza dei loro concittadini semplicemente dalla pronuncia del medesimo dialetto.

L’autrice, insomma, é andata ben oltre le sue stesse aspettative: non solo ha dato un valido contributo alla conservazione della lingua, ma ha fatto da volano per un rilancio dell’interesse, dello studio, della conoscenza e della divulgazione della cultura galloitalica. Chiunque oggi tenti un approccio al galloitalico, mosso da semplice curiosità o da motivazioni di studio ed approfondimento, dispone di uno strumento di indagine e di orientamento invitante e completo.

Un’attenzione particolare spetta al galloitalico parlato a Tito, poiché lo stesso Rohlfs sostieneche sia quello che meglio ha conservato i tratti arcaici. E ciò a dispetto di quella integrazione antropologica seguita alla distruzione dell’antica Satriano (1420-1430) che vide la popolazione riversarsi in parte verso Pietrafesa (oggi Satriano di Lucania) e in parte verso l’abitato di Tito!

Non può sfuggire all’A.P.T. Basilicata ed alle organizzazioni turistiche e culturali localiquesto prezioso elemento di ricchezza antropologica, linguistica e tradizionale di una parte cospicua del territorio e della popolazione regionale. Nell’ottica di una individuazione sempre più profonda e di una promozione delle risorse che appartengono all’offerta turistica regionale ed ai sistemi turistici locali, la cultura, la lingua e le tradizioni delle comunità galloitaliche lucane, benché ad oggi sia sconosciuta l’origine storica del fenomeno, possono rappresentare un valore aggiunto da custodire e utilizzare.

Si può inoltre lanciare ai giovani linguisti una sfida per una ricerca che faccia nuova e definitiva luce sul fenomeno galloitalico in Basilicata. Senz’altro il Rohlfs ne ha individuato la matrice linguistica settentrionale. Sicuramente il Prof. Varvaro ha circoscritto giustamente al Monferrato tale matrice. Manca però la conferma sull’evento storico. Forse saràutile spostare l’asse delle ricerche verso le zone e le comunità che hanno dato origine ai dialetti galloitalici, al fine di effettuare un confronto ed una comparazione sia in chiave linguistica sia della toponomastica, dell’anagrafica (araldica), degli usi e delle tradizioni.

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