I dialetti Galloitalici della Basilicata


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Galloitalico in Basilicata: ragioni storiche

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A cura di Tonino Cuccaro

La classificazione del Rohlfs, confermata da Lausberg, Pfister, Radtke, Varvaro e altri dialettologi, del dialetto di un’ampia area del potentino e dell’entroterra del golfo di Policastro richiede un’indagine storica per capire gli eventi che determinarono una colonizzazione di queste aree da parte di popolazioni provenienti dall’Italia nord-occidentale.

Mons. A.R. Mennonna ne I Dialetti Galloitalici della Lucania sostiene “che siano state colonie di piemontesi abitanti delle Langhe del Monferrato a stabilirsi nel quadrilatero (Potenza-Pignola-Tito-Picerno, n.d.a.) mentre gruppi di liguri con questi confinanti si siano stabiliti a Trecchina, in modo che gli uni e gli altri avessero trovato quaggiù press’a poco le stesse condizioni orografiche e climatiche delle terre che lasciavano”.

Per l’area galloitalica di Trecchina, Rivello (S. Costantino) e Nemoli la spiegazione può risiedere nella medesima causa siciliana. E’ M. Pfister a sostenere che i contatti feudali tra le contee di Paternò, Bufera e Policastro confermano la supposizione del Rohlfs che la colonizzazione di immigrati lombardi in Sicilia e nel Golfo di Policastro deve essersi realizzata nella prima metà del sec. XII.

Rohlfs, seguendo le tracce linguistiche, individua un fenomeno coloniale galloitalico intorno a Potenza e a Trecchina, pur in assenza di memoria alcuna, né documentale né tanto meno di tradizione orale.Egli ipotizza che Potenza, già centro romano e sede vescovile almeno dal VI secolo, posizionata più a valle rispetto alla città attuale, sarebbe stata distrutta da Federico II e, quindi, riedificata più a monte da coloni settentrionali. Secondo il Varvaro tale ricostruzione storica risulta errata. In analogia con la colonizzazione valdese di Guardia Piemontese (Calabria), Rohlfs vede nella motivazione religiosa la causa coloniale nel potentino, caratterizzato da maggioretolleranza per le forme scismatiche rispetto alle aree di provenienza (Italia nord-occidentale). Alcuni storici, come G. Salinardi di Ruoti, vorrebbero le deportazioni di prigionieri lombardi nei centri della Basilicata sotto Federico II quale veicolo del galloitalico. Peraltro i deportati vennero dislocati in tutto il regno normanno e non solo in Basilicata, dove ne giunsero solo un esiguo numero, che s’insediarono in numerosi centri lucani e non solo delle aree galloitaliche.

A parere del Varvaro la causa va ricercata, con maggiore fondatezza, nella crisi angioina del XIII secolo che, secondo le osservazioni confermate da storici come Tommaso Pedio, esplose con violenza nel 1268, in particolare a Potenza e in numerosi centri vicini. Forte dovette essere la sollevazione ghibellina da parte della borghesia locale a difesa della sovranità normanna. Durissima la repressione angioina che causò stragi e fenomeni migratori dai centri colpiti e abbandonati. Secondo quanto risulta dalle cedole tributarie, nel 1277 Potenza contava 485 fuochi. La risposta di Carlo I non risparmiò centri come Vaglio (che, sempre nel 1277, contava 35 fuochi), Ruoti (27 fuochi) e Trivigno (21 fuochi); Tito (321 fuochi) confiscata a Gentile e restituita a Jacoba, figlia di Riccardo de Fiolo. Picerno (98 fuochi) andò a Eustace de Juveniaco, Cancellara (42 fuochi) a Pierre de Beaumont, Pignola (38 fuochi) a Renaud de Puy. Avigliano, tassata per soli 16 fuochi, diventerà presto il nuovo centro di riferimento nella zona. Da notare che Tito è protagonista di un incremento demografico considerevole quanto improvviso, rispetto al secolo XI, preceduta soltanto da Melfi (1150), Venosa (548) e Potenza.

Nel periodo successivo si assiste a una progressiva scomparsa di centri abitati come S. Sofia a nord-ovest di Potenza, Agromonte eMontemarcone a nord, Aurosiello e Casalaspro a nord-est, Castellaro, Perolla e S. Andrea a sud-ovest, mentre Satriano scomparirà intorno al 1420.

Non senza stupore, lo storico Dino D’Angella, nella sua Storia della Basilicata rileva che “la popolazione della Basilicata ai primi tempi angioini, e precisamente nell’anno 1268, era distribuita in 150 comuni; nel 1445 i comuni erano 96, nel 1505 si conteranno 97 centri abitati… nel 1561 essi saranno appena 98”.

La crisi angioina, aggravata dal forte terremoto che colpì Potenza e numerosi centri dell’area nel 1273, portònumerose stragi tra la popolazione con cali demografici, abbandoni e desolazioni di vasta portata. Alcuni centri assorbirono gli scampati dei vicini abitati distrutti.

L’esigenza di un ripopolamento delle zone pesantemente colpite poté determinareun massiccio flusso migratorio dal nord, con una provenienza riconducibile all’area monferrina e all’entroterra ligure, essendo anche la casa Angioina legata a quella Aleramica. I coloni, più che ripopolare i centri annientati, si strinsero attorno a quelli sopravvissuti.

Nel potentino non sembra casuale la distribuzione dei flussi coloniali. Seguendo le evidenti tracce linguistiche galloitaliche, come suggerisce il Varvaro, il ripopolamento fu convogliato verso quei centri che rappresentavano i punti nevralgici del sistema viario e delle comunicazioni: Potenza, indiscusso nodo centrale della regione, quindi Pignola sulla via di Saponara, Trivigno su quella del Basento, Vaglio e Cancellara in direzione Montepeloso-Matera, Picerno sulla via per Auletta, Tito verso Satriano-Brienza, Avigliano sulla direttrice Lagopesole-Melfi, Ruoti a baluardo dell’accesso attraverso Montocchio. Una distribuzione strategica, con il chiaro intento di presidiare le principali (praticamente tutte) vie di accesso al capoluogo.

Pur senza riscontro documentale, la ricostruzione e la lettura storica dell’epoca angioina, in particolare dopo la crisi degli anni 60-70 del XIII secolo e del periodo seguente, sembrano fornire sufficienti indizi per sostenere un fenomeno migratorio di popolazioni galloitaliche a riparazione del grave deficit demografico venutosi a determinare in numerosi centri abitati. L’intuizione del prof. Varvaro, nel buio della storia, rappresenta un’importante illuminazione, suffragata dall’analisi storica della dinamica demografica.

Se appaiono condivisibili il movente e la dinamica dei flussi di coloni provenienti dal nord, la collocazione temporale del fenomeno, che il Varvaro fa risalire alla prima metà del sec. XIV, non sembra altrettanto scontata, almeno per due ragioni:

* come conciliare l’esplosione demografica di Tito che nel 1277 contava ben 321 fuochi, non facile da spiegare nemmeno con l’assorbimento dei centri scomparsi nelle vicinanze (Castellaro, Perolla e S. Andrea), a causa della modesta portata di quegli abitati. E’ un segno evidente che, almeno verso Tito, la colonizzazione galloitalica poté avere inizio prima del XIV secolo.
* Eustachio da Matera, letterato e giudice federiciano in Venosa, nel 1270 parlando della distruzione angioina di Potenza, con i versi del suo Planctus Italiae, così descrive il capoluogo “Fornita di monti e di prati a perdita d’occhio/coltiva campi fecondi di greggi ed armenti./Austera di stirpe lombarda e potente di coloni/rifulge più ricca dei suoi vicini”. Dunque, Eustachio da Matera definisce Potenza “di stirpe lombarda” già nel 1270. Anche qui traspare già il fenomeno coloniale, poichéper “lombarda” deve intendersi la provenienza generica da un’ampia area del nord Italia, comprendente la Lombardia, parte del Piemonte, della Liguria e dell’Emilia.

Una situazione apparentemente analoga si riscontra in alcuni centri siciliani, compresi tra le province di Messina (San Fratello, Novara di Sicilia), Enna (Nicosia, Sperlinga) e Caltanissetta (Aidone, Piazza Armerina). In Sicilia si tratta di vere e proprie colonie cresciute su modesti insediamenti già esistenti, come Novara di Sicilia, sviluppatasi attorno al monastero di S. Maria della Noara o Nugara. In qualche epoca deve essersi verificata una migrazione di coloni settentrionali verso talune aree della Sicilia, della Calabria, della Basilicata e, probabilmente, anche della Campania. Assicura il Prof. Edgar Radtke che, studiando i dialetti campani, ha recentemente riscontrato almeno tre centri del Cilento di chiara matrice galloitalica (Tortorella, Casaletto e Fortino).

Esistono nella storia siciliana tracce evidenti che conducono all’insediamento di coloni settentrionali (genericamente detti lombardi) negli attuali centri galloitalici. I trasferimenti sarebbero avvenuti, verosimilmente, nei sec. XI-XII durante la dominazione Normanno-Sveva. I Normanni, imparentati con la casa Aleramica del Monferrato, favorivano la colonizzazione per contrastare la forte presenza araba nell’isola e per dare spazio alle popolazioni del nord in crisi economica. I nuovi coloni venivano accolti con agevolazioni tributarie e vantaggi vari. L’analisi linguistica conduce verso una zona d’origine compresa tra il Monferrato e l’entroterra ligure. Le tracce della colonizzazione vengono confermate anche dalla letteratura siciliana. Elio Vittorini, nella sua “Conversazione in Sicilia”, parla del nonno come di un gran lombardo, figura che riassume gli aspetti somatici e caratteriali del nord Italia. Posso garantire che simili appellativi sono tuttora riscontrabili anche nell’area galloitalica potentina (a Tito “lumbardu”).



BIBLIOGRAFIA:
A. Varvaro La parola nel tempo – Lingua, storia e società Ed. Il Mulino, Bologna 1984
G. RohlfsGalloitalienische Sprachkolonien in der Basilikata Congedo Editore, Galatina 1988
A.R. MennonnaI Dialetti Galloitalici della Lucania Congedo Editore, 1987
T. Pedio in G. FortunatoBadie, feudi e baroni della Valle di Vitalba
T. Pedio Centri scomparsi della Basilicata
D. D’AngellaStoria della Basilicata Ed. E. Liantonio, Matera 1983, vol. I, pag. 239
M.T. Imbriani Appunti di letteratura Lucana
I Quaderni, Consiglio Regionale Basilicata, n° 3-2000, pagg. 9-10.

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