I dialetti Galloitalici della Basilicata


Vai ai contenuti

Menu principale:


Lettera C

Studiare > Dizionari > Potenza - "Glossario a dengua putenzese"

Raccolta di voci in vernacolo tratte da scritti di autori potentini a cura di Vincenzo Perretti e con la collaborazione di Enzo Matassini.

ca, pron. e cong., che; quedda rrobba ca vuò, quella roba che vuoi; cu tutt’ ca era alla scesa, malgrado fosse in discesa
caanìre, s. m., caca-nido, in senso letterale; queddu culacizziedd de lu caanìre, una scherzosadefinizione, riferita all’ultimo della nidiata. v. culacizze
caàre, part. pass., defecato; li uove tann caàre da la addìna, le uova appena fatte dalla gallina (am). Caaddiett è agnome di famiglia
cabbedda, s. f., gabella, tassa; con lo stesso termine, l’affittanza o concessione di una proprietà agraria, contro il pagamento di ‘gabelle’; in senso generico sta per: campagna, fondo agricolo
cacaglià, vb., tartagliare, balbettare; anche ‘ncacaglià
cacaglie, agg., balbuziente; anche cacagliuse
cacamuniglia, s. f., decalcomania
caccatrigine, s. f., Pimpinella peregrina, una qualità di erba aromatizzante per insalate
caccavòtt’, s. m., piccola caldaia (rr). Rutigliano specifica: ‘caldaia lunga e stretta di rame’
cacchè, int., e che
càccheve, s. m., caldaia; recipiente usato dai pastori per lavorare il latte
cacchie, s. m., cappio; la stringiste nganna a use de cacchie, la stringesti al collo, come un cappio (am)
caccià, vb., cacciare via o tirare fuori (rr); ivi, lu bracciale ha caccià d’uso, ca cu nurana si fa barba ecaruso: bastava un grano (moneta dell’epoca) al bracciale per farsi tagliare barba e capelli. Sempre in Riviello, l’espressione cacciare le carte, per indicare la presentazione dei documenti necessari per matrimonio o altra pratica; ivi: vulemm’ caccia’ luvicchiariedd’, vogliamo portare in processione la vecchia statua (lignea) di San Gerardo
caccìa, v. carcìa
cacciabraccio, s. m., parte merlettata della lingeria per i neonati, come scrive Riviello
cacciafume, s. m., canna fumaria, tiraggio del camino
cadde, s. m., callo; si fa li cadd a li genocchie, sta sempre a pregare (am); li cadd ca tene int’a lachianta li mmane, i calli che ha sulla pianta delle mani (am)
cafè, s. m., caffè. Nelle case più povere si bolliva un cucchiaio a persona di orzo abbrustolito e macinato, in unaciucculatera ed era detto ‘caffè alla monacale’
caffettera, s. f., caffettiera; la voce si riferisce ai vari tipi di pentolini e più tardi di macchinette per fare il caffè, a seconda dei tempi
caforchia, s. f., buco, budello; la casa nosta è na caforchia basscia, la casa nostra è un piccolo buco (vv). Triani aggiunge il significato di: tana, caverna
càggia, s. f., acacia
caggiuola, s. f., gabbietta
cagliendà, vb., riscaldare; caglientate li mmane, riscaldati le mani (rd)
cagliosa, s. f., colpo dato con la mano, botta; è un termine raro, oggi desueto,del dialetto potentino (rd)
cagnà, vb., cambiare, sostituire; cagnenn li temp si cagna pure lu cristiane, col cambiare dei tempi, cambia anche l’uomo (am); cagnà li diett’, il cambio delle lenzuola; s’è cagnà pe’ la festa, ha cambiato l’abito per la festa. v. scagnà
cagne, s. m., cambio, sostituzione
cagnelà, vb., soffrire; t’aggia fa cagnelà int’ nu diett’, ti devo far soffrire in un letto. Part. pass., cagnelare, detto di persona stanca, abbattuta o intorpidita dal sonno (ll)
cainàre, s. m., cognato; al f., cainara
caìne, s. m., Caìno, usato come agg. dispreg. nei riguardi dei contadini; storpiano conpronuncia cainesca la litania
caiturro, agnome di famiglia, scritto anche Caidurro
calà, vb., calare, scendere, buttare; anche fig.: calene a sonn, siaddormentano; cumm se lucalene nganna, come se lo bevono (am). Sta anche per ribasso di prezzi. v. ‘ngalà
calabrese, agg., vento di mezzogiorno (rr); top. rurale, Vallone di Calabrese
calabretta, top.; era detta Calabretta la Stazione ferroviaria Calabro Lucana, oggi FAL, e l’area circostante in Corso Garibaldi
calamare, s. m., calamaio (rd)
calancone, s. m., vallone, scarpata scoscesa; dai primi anni dell’800 in poi, intorno alle mura di Potenza i ‘calanconi’ furono bonificati e si crearono muri di sostegno (il Muraglione di S. Gerardo) o scalinate (ad es., quella tra Piazza XVIII Agosto e Via del Popolo e quella a fianco del Palazzo degli Uffici)
calandra, s. f., allodola (rr). Triani ricorda che significa anche: caldo intenso, afa
calandriedd’, s. m., contadinotto (rr); ivi, col significato di vispo e allegro, come l’allodola. v. calandra. Rutigliano dà il significato fig. di: credulone, sempliciotto
caldèo, agg., termine dispregiativo usato nei confronti dei ‘bracciali’ (rr)
calenn’, p. f., calende; periodi di dodici giorni, che i contadini calcolavano nel mese di dicembre, per ricavarne presagio sul tempo, bello o cattivo, dell’anno seguente: escludendo il giorno 13 di Santa Lucia, ovvero dal primo al dodici (riferiti a gennaio-dicembre), dal quattordici al venticinque (dicembre-gennaio); ad es., le condizioni del tempo riscontrate, in media, nei giorni otto e diciotto dicembre, erano equiparate, prevedibilmente, a quelle del successivo mese di agosto
call’, s. m., cavallo, antica moneta in rame, con riferimento allo stemma napoleonico, che corrispondeva ad un dodicesimo di grano (rr)
calliebbre, s. m., detto di persona di poco conto
cambà, vb., campare, vivere
cambanare, s. f., campanaro; Rutigliano descrive il significato dei vari suoni delle campane. Lo scampanatorio, scampanio per i funerali, si differenziava in: squilla, campana piccola dal suono stridente per gli adolescenti; mezzanella, o mezzana, per gente modesta; campanone o mezzana maggioreper funerali importanti e ricorrenze particolari. Quest’ultimo, lungo e ripetuto all’alba, per un religioso
cambesante, v. campesante
cambéstre, agg., campestre
cambumilla, s. f., cammomilla
camèle, s. m., cammello; na terra addò se va anguora sova lu giumm de lu camèle, una regione dove si va ancora sulla gobba del cammello (am)
cammarà, vb., mangiare carne nei giorni di magro, mangiare di grasso; non sia mai m’avess’ càmmarà, non sia mai dovessi trasgredire il digiuno della settimana santa (rr); osce nun se po’ cammarà, oggi non si può mangiare carne. Si trova anchecammareià; te crenza ca se cammareiene quann ssegneria la cumanna, ti credi che mangiano carne quando tu lo comandi(am). v. cammaro e scammaro
cammareià, v. cammarà
cammariere, s. m., cameriere
càmmaro, s. m., pietanza a base di carne (cr). I giorni di ‘cammaro’ erano quelli in cui si poteva mangiare carne. v. cammarà e scammaro
cammelà, vb., tarlare; s’hann da cammelà int d’acqua, devono farsi i vermi nell’acqua (am); part. pass., cammelare
cammele, s. m., tarlo del legno, verme negli alimenti
cammellotte, agg., riccioluto; la ‘riccia cammellotta’ era una signora di Potenza, con la capigliatura a‘‘boccoli’
cammenà, vb., camminare; li quatt solete nu ‘ngaminene cchiù, i quattro soldi sono fuori corso.
cammenara, s. f., passeggiata
cammeniedde, agg., camminatore
cammera, s. f., camera, stanza
cammesce, s. m., camice (ll)
càmmira, s. f., camera, stanza (rr). scritto anche càmmera . v. cannacàmera
cammìscia, s. f., camicia, (rr). Riviello precisa che la cammiscia di tela era usata in estate.
cammisola, s. f., camiciola di tela pesante, panciotto, in cerrito prima, in panno bordiglione poi, invernale (rr)
campa, s. f., bruco
campament’, s. m., Accampamento, top. del sito che solo dai primi anni del ‘900 fu denominato Epitaffio
campana, s. f., gioco di ragazzi: disegnato per terra un rettangolo diviso inriquadri, uno dopo l’altro i partecipanti devono percorre, saltellando con un solo piede e senza toccare le righe di contorno, il circuito numerato dei riquadri. Variante di tale gioco è detto castiedd’.
campanar’ , s. m., un tipo di conchiglia a spirale (rr)
campaneddùzz’, s. m., campanellino. Riviello scrive campaniedduzz, ricordando che i campanellini in ottone erano disposti in gran numero sul bordo del tamburello
campaniedd’, s. m., campanello (rr); anche campanedda
campesànte, s. m., camposanto, cimitero. Anche cambesante
canala, s. f., grondaia; s’è appilà la canala, si è ostruita la grondaia
canaledda, s. f., cannello, zampillo, getto (rr); ivi, fare la canaledda, bere a zampillo dal fiasco, tenendolo sollevato in alto con una sola mano (rr). v. cape canala
canarie, agg., di colore giallo (rr)
canarie, s. m., canarino. Canario è agnome di famiglia
canceddara, s. f., chiusura con paletti di legno e di frasche (a mò di recinto) di piccolo spazio usato per mangiatoia di pecore e capre (ll)
canchere,s. m.,cardine; nel passato era scritto cancharo (sec. XVI)
cancr’, s. m., cancro; Sant Rocc mii, fagn’ nasc’ nu cancr(rr). v. cangre
candra, s. f., cantaro, grosso orciuolo; vine a la candra e che ne mette mette (vv); Galasso scrive: lu vine cu la cantra. A Potenza si intende per candra una grossa caraffa (anche di legno) con manico, da 5, 10 e 15 litri, per trasferire il vino dalla botte alla mescita. Termine desueto è candara, che si trova nel XVI sec. v. cantere
cane, s. m., piedistallo in legno per falegnameria, con varie scanalature per poggiarvi, a diverse altezze, il manufatto da lavorare; è detto anche: ‘garzone’, ‘fattorino’ o ‘servitore’
canestra, s. f., canestro (cr). Langone scrive che canestredda sta per ‘piccolo canestro da dolciumi’
cangelliere, s. m., cancelliere
cangiarro, s. m., un tipo di pugnale, da cui Cangiarro, agnome di famiglia
cangiedd’, s. m., cancello. Tre cangiedd è top. rurale, oggi zona inurbata nel Rione Santa Maria
cangre, s. m., cancro
caniglia, s. f., crusca
canigliara, s. f., pastone di crusca per gli animali (am)
caninocaruso, s. m., qualità di uva nerapotentina (rr)
cann’, s. f., canna. Riviello cita la croce di canna, che si metteva sulle botti nuove, insieme alla fiura di San Gerardo, per buon augurio
canna, s. f., gola, avidità (rr)
canna, s. f., misura di lunghezza, pari a mt. 2,65
cannacàmera, s. f., grande recipiente cilindrico di vimini o canne, per conservare granaglie, come spiega Riviello. Peraltro, in edilizia, si usavano le canne intrecciate e legate dalla calce, per fabbricare tramezzi o divisori. Scritto anche canna cammira (rr)
cannarile, v. cannarone
cannaròne, s. m., gargarozzo, gola; alluccamme a cannarone, gridiamo a gola spiegata (vv)
cannaruozze, v. cannarone
cannarute, agg., goloso, mangione
cannàvola, s. f., golosità;me farrìa la cannavola, mi farebbe gola (rd)
cannèla, s. f., candela
cannellière, s. m., candeliere, candelabro; t’aggio mise n’cannelliere, ti ho messo in mostra, ti ho sistemato nel migliore dei modi (rr)
cannellìne, s. m., piccolo confetto; avesseme pane, ca giamme acchienncannelline, contentiamoci del pane, invece di andare a cercare confetti. Il ‘cannellino’ è anche una qualità di fagioli
cannètt’, s. m., cannetto, pezzo di canna che si adattava alla bocca della fiasca (rr). v. canaledda
cannètto, s. m., tabacchiera con erba santa, ovvero tabacco (rr)
cannièdd’, s. m., pezzi di canna usati dal mietitore per proteggere l’indice, il medio, l’anulare ed il mignolo della mano sinistra; il pollice era protetto da cuoio. (rr). Sta anche per: cannello da botte o tino (rr). v. cannett’
cannucce, p. f., fascina di canne secche che le donne portavano sul capo (cr)
cannuòle, p. f., cappelli femminili acconciati a trucioli innanzi alle orecchie (rr)
canosce, vb., conoscere; si trova anche accanosc’ ecanusc’, da cui il part. pass. canusciù (vv). Un modo di dire: piacer a canosc’, piacere di conoscerti. v. scanusce
cant’, avv., accanto; de cant, accanto, vicino (am)
càntaro, s. m., unità di misura di peso, pari a cento rotoli. v. rotole
càntere, s. m., orciuolo grande (rr). Triani aggiunge che, nelle cantine, era usato per travasare il vino e che era detto càntere anche il vaso da notte. v. candra
cantière, s. m., lungo trave di legno; erano detti così i pali usati per sostenere i lampioni per illuminare la Piazza in occasione di festività
cantogna, s. f., cantone di muro (rr). v. puntone
cantuniere, s. m., addetto al controllo e manutenzione delle strade; significa anche mobile d’angolo, angoliera
canuccèdda, s. f., piccola cagna. Riviello usa il termine con il significato di ‘giovane donna sfacciata’
canuscenza, s. f., conoscenza (rt)
canz’, s. m., posto, luogo. Dai motti in potentino: mess’a lu canz di li ruccul’, per dire escluso, messo da parte, come si usava persistemare le focacce nel forno, rispetto alle panelle di pane; al contrario, viene a piglià canz menz a noi, vieni a prendere posto in mezzo a noi (am). Dai versi di Rocco Brindisi: la terra ballava, e u ciel, mis a u canz di rucchel, aspettava ca na figliola arrazzend lu pigliass a ballà
canzona, s. f., canzone; emm da cagnà canzona, dobbiamo cambiare sistema (am)
capabbadde, avv., da sopra a sotto, all’ingiù, in fondo; ruzzulenn a capabbadd’, rotolando verso giù. In Danzi: hamm piglià lu capo a badd’, è tradotto roviniamo per una china pericolosa
capace, agg., capace; è usato col significato di convinto: falle fa capace, convincili. v. capasce
capaddòzie, s. m., caporione, detto di persona presuntuosa
capammonte, avv., verso l’alto, in su
capàno, s. m., giubba (rr); dalla descrizione di Riviello: di panno di monaco, con mostre ed arabeschi di velluto al collaro, ai gomiti ed alle maniche, con bottoni bruniti dai quali pendevano, per abbellimento, trine di lana sfioccate in punta
capannare, s. m., venditore ambulante dell’agro potentino; l’indicazione è di Riviello, per distinguere i mercanti locali da quelli dei comuni vicini
capasce, agg. e avv., capace; è capasce ca vene a chiuove, è possibile (è probabile) che venga a piovere. v. capace
capasott’, avv., sotto sopra
capattàs, s. m., capo, comandante
cape, vb., contenere, entrare; nu gn’ capen’ ind’ li pann lor, non entrano nei loro panni (tb)
cape, s. m., testa; sta anche per: capo, comandante
cape, s. m., sommità,parte superiore; da cape mbere, da sopra a sotto (vv); pe le vie decape, per le strade di sopra; l’Italia de cape, l’Italia settentrionale; ne fascemm la pruvista a ccape tempe, ci facciamo la provvista a tempo debito. v.‘ncape e ‘ngape
cape a badde, v. capabbadde
cape canala, s. m., canale principale di un sistema idrico o di scolo; fig.: scorpacciata; stasera emm da facape canala, stasera dobbiamo bere (o mangiare) senza limiti(am)
cape cape, s. m., capo in testa, primo comandante (ma)
cape cifre, s. m., capo ufficio, capo servizio; nella metafora t’hann da calà ind lu càccheve, addù so’ li capecifre c’attizzene, si legge l’imprecazione, ti devono mettere nella caldaia dove ci sono i capi diavoli (i luciferi) che attizzano le fiamme (am). v. cifre
capecodd’, s. m., capocollo, una specie di salame
cape e cape, avv., testa a testa
cape e croscie, gioco infantile. Riviello scrive: cape e crosc’
capefuoe, s. m., capofuoco, alare
capéra, s. f., pettinatrice, parrucchiera che lavorava nelle case delle clienti. Capera è agnome di famiglia
caperann’, s. m., Capodanno (rr); si trova anche capuranne
capesciola, s. f., fettuccia di tessuto. Si rinviene già nel ‘500: tre frange de capesciola
capetàla, s. f., capitale (della nazione)
capetiedde, s. m., piccolo pezzo; scrocca ssati ddoi capetiedd de savecicchie, sgancia, stacca questi altri due capi di salsiccia (am)
capetùmmole, s. m., capitombolo. In altri dial. luc.: cazzelatrumbe
capicchie, s. m., capezzolo
capìtile, s. m., capitolo, patto (rr). Riviello cita la carta di li capitili, ossia dei capitoli matrimonali o beni dotali stabiliti prima delle nozze, che era un vero e proprio atto notarile
capitùne, s. m., capitone (rr)
capodicasa, s. m., il proprietario della prima casa di un vicolo o strada. Anche agnome di famiglia
capòne, s. m., cappone, pollo maschio castrato (rr)
cappedare, s. m., fabbricante e venditore di cappelli
cappiedd’, s. m., cappello (rr). Riviello cita il cappiedd’ pizzutu e spiega: ‘cappello pizzuto a forma di cono smussato in punta, con falde strette, senza gala di nastri e di fettucce, di feltro durissimo. Era usato da bracciali e briganti; a Lagonegro (PZ) vi era la produzione di questo copricapo. Un gioco di ragazzi era detto sott’ cappiedd’ o sott’ coppela. Galasso scrive: inda lu cappiedd, ovvero un pensiero tenuto dentro e non espresso
cappucce, s. m., tipo di cavolo
capuzzedda, s. f., testina di agnello o capretto
capuzzòne, s. m., caporione (cr)
caraccia, s. f., fusto di arboscello selvatico o nocello, Corylus avellana, come spiega Riviello
carangiedde, s. m., caldaia di medio formato, di rame. Riviello scrive: carengiedd’ e carenciedd’
caràta, s. f., carato; in senso fig.: quota individuale per sostenere i propri rappresentanti politici; mannà a Roma a queddi crestiane ca vann cu la carata nosta (am)
carcà, vb., calcare, spingere; cu lu cappiedd carcare ndrete, con il cappello spinto indietro, ossia a fronte alta
carcàgne, s. m., calcagno (rd)
carcàra, s. f., fornace per cuocere la pietra e trasformarla in calce; na carcara de pippa, una caricata di tabacco da pipa
carcassa, s. f., fuoco artificiale (rr)
carcìa, s. f., cispa, secrezione degli occhi; d’uocchie chiene de carcìa. Marsico scrive caccìa
cardarella, s. f., secchio del muratore
cardèdda, s. f., pianta spontanea spinosa con fiori azzurrini, Sonchus oleraceus; Riviello annota che le giovani, in occasione di processioni, si divertivano a mirare ecolpire la larga e liscia chierca (dei monaci, ndr), con fiori di cardone o di pungente cardedda. Un detto popolare: gì cu la cardedda addrete, andare con un pungolo alle spalle (am). Le foglie giovani della piantina sono commestibili: na cardedda noi n’avemme damagnà, ci dobbiamo mangiare una cardedda (ga)
cardungedda, s. f., arbusto spinoso da cucinare, Hyoscyamus niger; scritto pure: carongedda
carè, vb., cadere; fuori li sparene, qui vènene a carè, fuori di Potenza sono persone poco stimate, e proprio a noi devono capitare (ma); è carù malate, si è ammalato. Dai versi di Rocco Brindisi: la nev carìa, durmenn. Part. pass.: carù e carutt’
careà, vb., caricare; anche caricarsi, prendersi carico; a chi s’ hanna careà, a chi si devono addebitare (am)
caréna, s. f., catena
carenza, s. f., cadenza; nusciù t’arressponn a carenza, nessuno ti risponde a tono (am)
carestuse, agg., detto di colui che pratica prezzi alti
caretà, s. f., carità, pietà (cr)
carna, s. f., carne
carnale, s. m., il corpo, escluse le ossa, scrive Verrastro; giett dong dong int d’acqua cumm’ a ‘nucarnale, andai a finire in acqua lungo lungo come un peso morto. E’ usato anche come agg.; frà carnale, consanguineo
carnevale, s. m., grosso pupazzo di neve nei giochi dei ragazzi (rr). v. carnuale
carnuale, s. m., Carnevale (rr); ivi, Carnvale mio, chien’ d’uogl’, sta sera maccaron’ e craifuogl’, Carnevale mio pieno di grasso, stasera maccheroni e domani verdura
carocchia, s. f., buffetto, colpo dato con le nocche delle dita; è una voce di uso recente che deriva dal dial. napol.
carrà, v. carrià
carrare, s. m., stradella, tratturo
carre, s. m., carro, immagine di San Gerardo, fatta a trasparenza e illuminata da lampioncini di carta, che veniva portata a spalle dai bracciali (rr)
carreggià, vb., trasportare con carri, voce obsoleta del XVI sec.; quillo che carriggiao, quello che trasportavo; cargiar lo grano, portare il grano. v. carrà e carrià
carrera, s. f., carriera, andatura veloce; s’hadda gì de pass e no’ de carrera (am)
carrera, s. f., tratturo, stradella di campagna; è voce desueta, come il top. Carrera vecchia, oggi Angilla vecchia
carrià, vb., trasportare. v. carrà e carreggià
carriatura, s. f., termine desueto, sta per trasporto con carri o carriole;
la carriatura d’arena per la frabica, il trasporto di sabbia permuratori (sec. XVI); ivi, carruaggio per indicare il trasporto con carro o portantina
carriniedd’, s. m., piccolo carlino, fresco di zecca come scrive Riviello
carrìno, s. m., carlino, moneta d’argento del dominio spagnolo pari a dieci grani (rr). Trentacarrine, agnome
carruzziere, s. m., colui che guida carozzella o carrozza, da non confondere con il trainiere; di recente, sta per: riparatore della carozzeria di automobili
carte, s. f., carta, foglio, moneta cartacea, carta da gioco. Tra i giochi di carte, i più comuni erano: alla corte, ossia la scopa, alle freselle, calavresella, al mediatore, briscola, al 28, al mambrone, la tomola e al mercadante
cartedda , s. f., cartella delle tasse. In Danzi: tassa sui farinacei che si esigeva nei mulini e nei forni
carteddare, s. m., esattore, agente delle tasse (cr)
carteddata, s. f., tipico dolce natalizio pugliese (cr). La desinenza –ata invece che –ara, indica che trattasi di termine di uso recente, ovvero del potentino ‘moderno’. v. scruppedd’
carùsa, s. f., tosatura degli animali, in particolare delle pecore (rr)
carusedda, s. f., un tipo di grano duro, fior fiore di grano per il molino (rr)
carusiedde, s. m., un tipo di erba, finocchietto. Riviello cita la colazione fatta con: soffritto, o baccalà con carosiell’ o finocchispigati. Di questa pianta aromatica si usavano le foglie nel periodo di fioritura; una volta spigata, si usavano i semi.
carusiedde, s. m., salvadanaio. v. angeliedd’
carùso, s. m., taglio dei capelli a zero. Caruso è agnome di due differenti famiglie potentine
carùtta, s. f., caduta (vv)
casament’, s. m., casa, dimora; addu fai casament?, dove abiti? (am)
casartine, agg., casertano
cascavadde, s. m., caciocavallo; si differenzia dal ‘pruvulone’ perché ha il collo e la testa, e, mediamente, pesa di meno. Sono messi a stagionare in coppia, a cavallo di un bastone, legati per la testa. In Rutigliano si trova: cascecavadde. Cascavadd è agnome di famiglia
cascaveglie, s. m., prugno, Prunus domestica
casce, s. m., formaggio; anche casc’ e cascio
casce e uove, s. m., pietanza tipica di Pasqua, fatta con carne scelta di agnello o capretto in casseruola, condita confoglie di finocchietto (v. carusiedde), uova sbattute e formaggio pecorino
cascemodd, s. m., formaggio fresco di pasta molle, di pronto consumo come mozzarelle, provole (rr). E’ anche un agnome
cascerecotta, s. m., cacio ricotta, ricotta dura e salata, da grattare per condimento
cascetta, s. f., cassetta; riferito anche al sedile del cocchiere (ma); la cascetiedda del’alme de lu pruatorie, la cassetta delle elemosine (am)
cascia, s. f., cassa. La cascia era anche un particolare dell’abbigliamento femminile: la parte rigida del busto femminilefatta di giunchi e bacchettine di ossa di balena, ricoperto poi con stoffa (rr); lo stesso termine per feretro: cassciada morto (vv)
casciabbanga, s. f., grossa cassa; più comun. sta per: mobilia ingombrante di scarso valore (ll)
cascilare, s. m., locale per la lavorazione del formaggio; caciolaio, per curare le pezze di formaggio (rr)
cascio, v. casce
cascione, s. m., cassone, in gen. per conservare cereali; ivi, cassone per conservare la biancheria: lungo 8 palmi, alto 2 palmi e mezzo, largo 2 palmi, in legno di noce con intagli di ornato all’orlo del coperchio (rr)
casculà, vb., cadere, precipitare; avessa casculà cumme lu mure, dovesse cadere come il muro (vv). Pica scrive: casculeia giorne e giorne, ciondola (aspetta) per giorni e giorni; casculeia inda lu diett du nu spetale, pena nel letto di un ospedale
case, v. casce
casimirr, s. m., cachemire (rr); in realtà si trattava di una particolare lana di capra nostrana
casteà, vb., castigare, punire (rd)
castellana, s. f., castello di lumi intorno alla bara (rr), ovvero una specie di telaio, circondato da ceri, su cui si collocava il feretro in chiesa
castiedd’, s. m., castello, da cui due top.: il primo per indicare il Rione detto San Luca, più tardi Addone; il secondo per la località a metà della via N. Vaccaro
castiedd’, s. m.,l’armatura in legno sulla quale, per la festa di San Gerardo,si montavano i fuochi più rumorosi (rr)
castiedd’, v. campana
catàfere, s. m., cadavere
cataletto, s. m.,portantina; anche: feretro, bara; gne mancass lu cataletto (rd)
catamone, s. m., persona lenta, pesante
cata pera, v. pere
catapuozze, s. m., girino di rana (ll)
catapuzia, s. f., erba selvatica con effetto lassativo. Nelle note ai sonetti di Danzi (ediz.1912) è scritto: Euphorbia Lathyris di Linneo; in altri dial. merid., è detta ‘cacapuzia’
catarra, s. f., chitarra. Un motto popolare recita: la vecchia quenn’è vecchia la peddas’arrepecchia e la catarra nu ‘nzona cchiù. Varianti dello stesso: La vecchia quann’è vecchia chi diavule te ne vuò fa; la trippas’arrupezza e la chitarra nun sona chiù; la vecchia quann’è vecchia se vere a lu cammine, la trippa s’arrepecchia e.. Evidente, in tutte e tre,il riferimento alla sfera sessuale della donna
catarrone, s. m.,contrabasso
cattère, inter.,caspita, capperi,
catuozze, s. m., carbonaia; inta lu bosch nnant li catuozz, nel bosco, vicino le carbonaie (am). In altri dial. luc. catuozzo è il carbonaio
cauce, v. cavce
cauràrare, v. cavurarare
cauzùne, s. m.,calzone; scritto anche cavzune per intendere raviolo
cauzunètt’, v. cavzunett’
cavadd’, s. m., cavallo. Da un detto popolare: u cavadd’ de carrozza a matina de nott’, lugiorn’ trott trott, la sera a nnotte. Scritto anche: cavadde. v. accavadde e accavaddà
cavadda, s. f., punizione scolastica: il ragazzo da punire era tenuto sulle spalle di un compagno più grande, mentre il maestro lo fustigava (rr)
cavadd donghe, gioco da ragazzi: di quelli estratti a sorte nella prima squadra (tre-quattro elementi) il primo si piega in avanti, poggiato ad un muro, e gli altri gli si accodano piegati e agganciati tra loro, per formare un ‘cavallo lungo’, sul quale altrettanti ‘avversari’saltano, in modo che tutti possano prendervi posto. Montati tutti sopra e reggendosi con le sole gambe, devono tenere le braccia in alto cercando di resistere in equilibrio e, nel contempo, dare scossoni al ‘cavallo’ per farlo crollare
cavaruola, s. f., tavoletta incisa per cavare la pasta di casa, come, ad es., gli strascinari (rr)
cavatiedd’, s. m., pasta di casa cavata a mano, in piccoli pezzi
cavazz’, s. m., gozzo degli uccelli; in senso lato, anche di uomini: gne scenn lu cavazz e me fascìa calà lu cavazz, entrambe espressioni di fastidio (am). Cavazzuto è agnome di famiglia
càvece, s. f., calce; con scrittura e pronunzia similari, si traduce anche: calcio cavece, s. m., calcio; anche cauce. v. cavesce
cavecenare, s. m., addetto alla ‘calcara’; è anche agnome di famiglia. v. carcara
cavecerogna, s. f., insieme di calcinacci, pezzi di intonaco da buttare; anche scalcina
cavegl’, s. m., capello (rr)
càvele, s. m., cavolo
cavelett’, s. m., broccolo
càvera, s. f., carica; ca la cavera ha d’arrevà, che deve arrivare il momento opportuno, come è spiegato nelle note ai versi di Danzi; ivi, in altro sonetto (prima edizione) è scritto cavere
càvere, s. m., caldo, afa (ma)
cavere, agg., caldo
càvesa, s. f., causa, motivo
càvesce, s. m., calcio (rt). v. cavece
cavette, s. f., gavetta, recipiente per il rancio dei militari. v. ferlocca
càveza, s. f., calza; fà la caveza, fare unlavoro a maglia
cavezà, vb., calzare; cu li mane cavezare, con le mani inguantate (am); cavezare a piere pe nterra, scalzo (cr). In senso fig.: vestire, soddisfare; s’avienne cavezàDuchi e Regnant, si dovevano vestire Duchi e Regnanti (rd). Anche cavzà
cavezaciucc’, s. m., maniscalco
cavezetta, s. f., calzetta (rr)
cavocche, s. m., capoccia, guardiano di animali (am)
cavurarare, s. m., calderaio; anche caurarare
cavurare, s. m., caldaia bassa e larga in rame (rr)
cavurarone, s. m., caldaia di grosso formato in rame (rr)
cavzà, v. cavezà
cavzune, v. cauzune
cavzunett’, s. m., calzonetto estivo, di tela o lino doppio tessuto in casa (rr); anche cauzunett’
cazmarr’, s. m., pietanza di interiora di agnello e capretto legati con le loro budella (rr). v. gnummeriedd’
cazz’, s. m., organo genitale m.; è usato nel linguaggio scurrile con diversi significati: chi cazz’ fai, che cosa fai; m’ hai rott’ u cazz’, mi hai rotto le scatole; ‘sti cazz’ nun gn’anna ess’, queste cose non devono succedere; nunsemm’ stà cazz’ de dievarla, non siamo stati capaci di levarla. Lo stesso termine ‘ingentilito’: i stagge anguora cu li dazz pe su fatt, io sto ancora con i nervi per questo fatto; se ne so giù pe li dazz lore, se ne sono andati per i fatti loro. v. dazz’
cazzone, agg., stupido; si trova anche cazzunale
‘ccellenza, v. accellenza
‘ccest’ s. m., cesto (rr); Rutigliano scrive: ceste
‘ccetta, s. m., accetta, scure (rr); Danzi scrive: affilareve li ccett , affilatevi le accette
cecaglione, agg., detto di persona molto miope. E’ anche agnome di famiglia
cecara (a la), avv., alla cieca
cecare, agg., cieco; a volte, in senso scherzoso, cecaglione
cecòria, s. f., cicoria. Cicuorie è agnome di famiglia
ceddare, s. m., cellaro, cantina, basso (ma)
cegnà, v. cignà
celìtecà, vb. intr., celiare, pettegolare, infastidire (rt)
celiteche, agg., ciacchierone, fastidiosamente loquace; cu quedd tembrament celitiche catene, con quel temperamento da attaccabrighe
celm’, s. m., perno, sostegno, ovvero trave centrale del tetto (rr); ivi, è scritto anche celmo. Il termine è citato per raffigurare il marito o il padre, come il bastone a sostegno della famiglia
cementà, vb., infastidire, insultare (cr). v. accementà
cementatore, s. m., disturbatore (cr)
céndra, s. f., cresta del gallo (rt); ivi, anche fig., sta per: punta acuminata (rt)
centanàre, num. ord., centinaio
cent’ piezze, s. f., la parte meno pregiata della trippa di vitello (ll)
centrella, s. f., chiodo a testa larga per tacco e bordo della suola di scarpa
centròne, s. m., chiodo; in senso fig.: stupido
cera, v. ciera
cera cetrina, s. f., cera gialla delle api (rr)
cerasa, s. f., ciliegia (rr)
cerasedda, s. f., peperoncino, Capsicum annuum; un tipo di peperoncino piccante, a formadi cerasa (ciliega ). Riviello scrive: cirasedda
cerassòle, v. accerassole e ciera a sole
cerberà, vb., celebrare; quann cerberene la messa, quando celebrano la messa (am)
cerca, s. f., questua
cerchie e cerchiett’, due giochi da ragazzi: nel primo si correva conducendo, con apposito bastoncino affusolato o un lungo ferro con la punta ricurva ad ‘u’, un grande cerchio di legno. v. martellina. Il secondo, tipicamente femminile, era giocato da una coppia: ogni ragazza aveva un cerchietto di legno e due bastoncini che servivano a lanciare in aria, contemporaneamente, i detti cerchietti, in modo che ognuna potesse riprendere al volo quello dell’altra
cere, vb., soccombere, cedere, rassegnarsi (rd, vv)
cerella, s. f., cirella, un tipo di vinello locale. v. cirella e sottapera
cérghie, s. m., cerchio
ceringule, s. f., il pezzo della pasta lavorata in casa, lungo e cilindrico, che viene tagliato in tocchetti per farne cavatelli, orecchiette o similari
cerne, vb., setacciare. v. ciern’
cernegghià, vb., cernere; anche fig., nel senso di raschiare il fondo (vv). v. ciern
cernécchie, s. m., crivello; si trova anche cernegghie
cerogene, s. m., cero, riferito alla candela da bugìa
cerrìglie, s. m., ristorante primitivo della fiera. Riviello lo descrive nel dettaglio: capanne di cannucce verdi, coperte con racane, o rozze tende. Rutigliano spiega che nell’uso corrente, cirriglio significava anche gruppetto di persone che parlano o discutono animatamente
cerrito, s. m., panno ruvido e resistente, di colore monacale, con cui si confezionava il cappotto, la paparina e la cammisola (rr). Il cappotto era un soprabito esclusivo della borghesia; la paparina era una pecie di cuffia, ricamata, messa sotto il cappello; la cammisola era senza colletto
certe, avv., certamente, senza dubbio
certe, pron. ind., taluno, alcuno (rd); anche certarune
cerviedd’, s. m., cervello;i me n’allumaie chi tenia ind li cerviedd, mi accorsi delle sue intenzioni; quedd ca gn’ha fatt magnà lu cerviedd’, quello che ci ha fatto lambiccare il cervello (am).v. mattone e merodde
cerza, s. f., quercia
cescìna, v. sciascina
cess’, s. m., latrina
cess cess, avv., modo di dire, piano piano; hagge pers tanta sonn, emo’ me sta venenn cess cess, tanta la stracquezza, ho perso tanto sonno e adesso mi sta venendo piano piano, tanta è la stanchezza (am)
cetrule, s. m., cetriolo; lu cetrule,gira e vota, e nun sai a chi va ‘ntesta, il cetriolo, volta e gira, non sai a chi va in testa (ga). Il senso, sottinteso nella frase, è più volgare e comunque significa che è sempre il povero a pagare per tutti; anche ciutrule
cevà, vb., cibare, imboccare; int’ a settant’ann de vita n’ha ccevà bocc, in settant’anni di vita ha fatto mangiare gente. Scritto anche ccevà e civà
cèveze, s. m., gelso; scritto anche ceuze. Dai versi di Rocco Brindisi: sova u liett d’ li sposi carienn cèvz, lu piett d’ la sposa menava ceras.
cevodda, s. f., cipolla; in senso fig., detto delle deformazioni dei piedi
cevuddara, v. ciuveddara
che, v. chi
chi, pron., chi, che cosa; ma tu chi si, ma tu chi sei; chi vulire truvà, chi vuò, che volete trovare, cosa vuoi; nunn’agge chi gne fa, non ho cosa fargli; nunn’agge niende a chi gne fa, non ho alcun rapporto
chiaa, s. f., piaga; cchi sort de chiae noi tenemm sov’a li ccarne, che sorta di piaghe abbiamo sulla carne (am); li chiae so li tasse, le piaghe sono le tasse (vv)
chiacchiera, s. f., discorso, parole. Riviello spiega che venire a chiacchiere significa litigare (rr)
chianca, s. f., macelleria (rr). v. bucciaria
chiancare, s. m., marmista, scalpellino. E’ una voce desueta: li cancharj pe la fenestra, i marmisti per riparare la finestra (sec. XVI)
chiancaredda, s. f., piccola lastra di pietra o marmo, da cui il top. Chianchetta. In senso fig., hai pers’ li chiancaredd’, hai perso la ragione
chianchiere, s, m., macellaio (rr). Triani scrive chianghiere
chiane, agg., piano, pianeggiante. Da Verrastro: somme nterra chiane, siamo proprio a terra, ovvero siamo ridotti male
chianédda, s. f., pianella, scarpa da casa (rd). Chianedda è agnome di famiglia
chianefort’, s. m., pianoforte
chiange, v. b., piangere, lamentarsi; vive nun te po’ verè, e mmorte te va chiangenne, da vivo ti evita, da morto ti piange (am); quedd è uno ca chiange e fotte, quello è un tipo che finge di star male e invecesta bene (per non far capire i fatti suoi)
chiangelùse, agg., piagnucoloso
chiàngula, s. f., trappola fatta con asse di legno o una pietra piatta; cumm li soresce sott lachiangula, come i topi sotto la trappola (am)
chianta, s. f., pianta
chiantà, vb., piantare
chiantalere, s. m., miseria; aggio truvà stu chiantalere, ho trovato un così profondo stato di miseria e di depressione, come è spiegato in Danzi
chiantamare, s. m., pianto amaro, detto di persona lagnosa
chiantana, s. f., piantina da mettere a dimora (ll)
chiantature, s. m.,foraterra, pezzo di legno appuntito per fare un buco in terra, ove situare semi o piantine. Langone scrive chiantaruol’
chiante, s. m., pianto; anche chiande
chiantima, s. f., piantine da trapiantare(ll)
chiantone, s. m., piantone, assistente di ufficiale giudiziario, messo comunale
chiantudd’, s. m., lamentazione;—cu lu chiantudd ‘mbonta ‘mbonta, detto di un individuo che ha sempre da brontolare (am)
chianuozze, s. f., pialletto da falegname; anche chianuozzele
chiapp’, s. m., cappio, nodo scorsoio (rr). In Marsico: cacchie e in Rutigliano: chiappe
chiappa, s. f., natica
chiappa, s. f., parte o pezzo; na chiappa di puparulo, ossia un pezzo di peperone. Si trova anche chiappe che sta per coppia
chiappìne, s. m., discolo, impertinente (cr)
chiaranzana, s. f., chiarantana, ballo di origine popolare (rd). Fare la chiaranzana o chiarantana significa perdere tempo, rigirarsi senza combinare nulla
chiatrà, vb., gelare; part. pass.: chiatrare. v. aggiardà
chiatre, s. m., freddo intenso, gelata; nu chiatrore de ferr, un forte gelo (am)
chiatriedd’, s. m., ghiacciolo (ll)
chiava, s. f., chiave
chiavà, vb., mettere, porre; oltre al noto significato di atto sessuale, è ricorrente nel dial. potentino: chiavarve a la murgiana de li chiuppe, mettetevi all’ombra dei pioppi; mochiava subbete lu carengiedd’, prepara subito la caldaia; quann hann chiavà lu Criste‘ngroscia, quando hanno messo Cristo in croce; ca te si chiavà duocc ngape?, che ti sei messo in testa ? (am)
chiavatura, s. f., serratura; è un termine desueto: la ponitura de la chiavatura a la porta, la messa in opera della serratura alla porta; una chiavatura de cascia con lo secreto (sec. XVI). v. mascatura
chiazza, s. f., piazza. Riviello scrive Chiazza sempre maiuscolo, proprio per ricordare che fino al 1840 di piazze ce n’era una sola, quella del Sedile
chiazzarulèse, s. m., abitante della Piazza (rr)
chiazzodda, s. f., piazzetta
chieà, vb., piegare; me so’ chieà a bbeve, mi sono messo a bere (am); se l’è chieà a librette, se l’è annotato bene, nel senso di memorizzare scortesie o ingiustizie ricevute per ricordarsene al momento opportuno
chiega, s. f., piega; nella pronunzia, la ‘g’ è aspirata
chiena, s. f., piena del fiume; a la iumara quann cala la chiena, il fiume quando arriva la piena (am)
chiene, agg., pieno (rr)
chiènele, s. f., frittura di pastella (rr). Riviello scrive anche chienile
chièria, s. f., chierica (rr)
chièsia, s. f., chiesa (vv); crammatì aggeda ascì nante a la chiesia, domani mattina devo andare davanti alla chiesa: detto dei bracciali che cercavano lavoro per la giornata, nel luogo tradizionale di raduno dei disoccupati (rr). Da un detto popolare: Nun pozz’ gì alla chiesia ca sò zoppe, em’abbìa chiane chiane alla cantina
chigghione, s. m., coglione; so chigghione o cocole tonne?, sono coglioni o coccole tonde? (rd). v. cocola
chiggionga, pron., chiunque
chiòcca, s. f., testa; hann pers li chiocch, hanno persa la testa (am). Cfr. DEI, ‘chiòcca’, e MM, ‘chiocche’
chiodde, vb., chiudere; part. pass.: chiose. Nel potentino ‘moderno’ il vb. è chiure. Agnome di famiglia è Chiodd chiodd. Si trova anche ’nchiodd‘
chiomm’, avv., in alto, a piombo; lu sole è arruà a chiomm, il sole è a piombo (am); unuchiomm, tutto d’un colpo. Si trova anche chiumm
chioppa, s. f., sorta di anello di legno legato alle zampe anteriori di animale, per non farlo scappare; cu la chioppa e la carena a usanza canucciedde, con la chioppa e la catena, come si usa per i cani (vv). Meno usato col significato di coppia, come scrive Riviello: chioppa dicauci, coppia di calci
chiotta, s. f., giumella, quanto contenuto nel cavo delle due mani (ll). Cfr. MM, ‘chiotte’. v. ciummiedde e ciucculatera
chiov’, s. m., chiodo (rr); si trova anche chiuov. Riviello annota che chiov’ e‘cintrelle erano prodotti dai fabbri nel vicino comune di Calvello; anche chiuove
chiove, vb., piovere (rr)
chiù, avv., più; si trova anche cchiù; cchiù de lu cchiù, ancora di più (am); lu chiù de li vote, il più delle volte
chiummarole, s. m., bottone di metallo. v. scische
chiumme, s. m., piombo; è giùnterra une chiomme, è finito di peso a terra (am). Nel gioco del tressette, il giocatore che si dichiara chiumme non ha carta al palo indicato. v. chiomm’
chiuove, v. chiov’
chiuppe, s. m., pioppo
chiuvale, s. m., piviale, paramento sacro; scritto anche chiuviale
chiuveddeà, vb., piovigginare; vire chi disce su tempe, chiuveddeea, vedi che tempo fa, pioviggina
chiuviedd’, s. m., qualità di uva bianca potentina (rr)
ciaanedda, s. f., vezzosa; fascia la ciaanedda cu ssi doi vecchie (am)
cià cià, agnome di famiglia. Nel 1921 si stampava a Potenza il giornaletto satirico ‘Lu ciuccio di Cià Cià’
cialamba, s. f., piede, pedata di grosse proporzioni
ciambotta, s. f., pietanza a base di cipolle, patate, peperoni, pomidoro; in tempi recenti, anche con uova
ciamurre, s. m., cimurro (rt)
cianche, s. m., cancro; Danzi scrive: te viegna nu cianco, ti venga un cancro
ciappa, s. f., coppia di bottoncini metallici, madre e figlia, che uniscono lembi di stoffa, al posto del bottone
ciappetta, s. f., segno di scrittura; famme scrive subbete doie ciappette, fammi scrivere subito due righi (vv)
ciaraca, s. f., fandonia; il termine, in disuso, è tradotto dallo stesso Danzi
ciaramedda, s. f., zampogna, che Riviello chiama cornamusa; se i sone la ciaramedda, se io suono la zampogna (rd)
ciarla, s. f., brocca di creta con due manici (cr); la ciarla e la menza ciarla erano due figure della tarantella (rr)
ciauredda, v. ciavuredda
ciavarre, s. m., montone allo stato brado
ciavarrola, s. f., pecora senza figli
ciàvela, s. f., taccola. In senso dispreg., Marsico chiama cciavele i preti. v. curnagghia
ciavuredda, s. f., baccalà a zuppa per bagnare il pane (rr). Albano scrive: ‘ciavaredda, zuppa in umido con pomodori, prezzemolo e cipolle; anche zuppa di sole fave e cipolle
cicci, p. m., ceci, legumi (rr); più tardi, per cicci si intendono solo i granoni (mais)
cìcen’, s. m., piccolo orciuolo in terracotta per tenere fresca l’acqua d’estate (rr); Danzi scrive: cicino rrott’ e senza latte. Riviello spiega che questo tipo di vasellame proveniva generalmente dal paese di Grottole
ciceniedd’, top. rurale. Marsico scrive Cisceniedd. v. cicen’
cìcere, v. ciscere
ciciù e cicià, modo di dire; sta per: fare chiacchiere, cianciare
ciddià, vb., amoreggiare (ll); secondo altri, significa anche gironzolare
ciedde, s. m., uccello. Danzi scrive: cciedd e Riviello: ciedda o cciedda
ciéle, s. m., cielo; cagnà ciele, cambiare paese
ciera, s. f., cera; la voce è intesa anche come: aspetto, sembianza, volto; tamamma me fascìa laciera storta, tua madre mi faceva la faccia storta; tene semp la cieranterra, tiene sempre lo sguardo abbassato (am)
ciera, avv., di fronte; anche cera. v. accera
ciera a sole, modo di dire, in faccia al sole (vv); anche cerassole. v. accerassole
ciern’, vb., cernere, separare; e cum la ciern’ sta farina (rr). v. cerne
ciero, s. m., cero. Riviello riporta, riferendosi alla cottura del pane, farlo ciero, ossia mettere tutta la tavola davanti al boccale del forno per far prendere la prima aria del fuoco
cifre, s. m., lucifero. v. cape cifre
ciglià, vb., germogliare, insorgere; riferito anche al dolore o al pulsare di una ferita: me sente ciglià lu cuore cumme si namorra de furmie me lu rruseassene, mi sento palpitare il cuore come se un branco di formiche me lo rosicassero (vv). v. ciglie
ciglie, s. m., germoglio, ad es., dicipolle e patate; in senso fig.: dolore, palpitazione, anche solo prurito
cìglieca, s. m., solletico (rt)
cignà, vb., centrare, colpire in centro
cilea stommee, s. m., aperitivo si può dire oggi: se mett nu cilea stommee ind la sacca, si mette uno stuzzica stomaco in tasca(am)
cimamaredda, s. f., erba spontanea di cui sono commestibili le cime, conosciuta come Rapistrum perenne
ciminiello, s. m., anice, seme di Pimpinella anisoides, usato per aromatizzare biscotti
cìmisce, s. f., cimice
cimminiera, s. f., cacciafumo, camino (rr); ivi, anche ciumminiera
cimmitere, s. m., cimitero (rr), voce poco usata. v. campesante
cinerìle, s. m., cinerina, la cenere non del tutto spenta (ll)
cing, num., cinque
cing fronne, s. m., schiaffo; ’nu sulenn cing fronn mbaccia, un solenne ceffone in faccia (am)
cingurana, s. f., cinque grani, moneta in rame pari a venti centesimi. v. doirana, quatt’ rana, ricingh’, trerana
cinnanai, agnome di famiglia citato da Riviello: Cinnanai, Cinnanai| Ha fatt’ la festa, è carut lu mai| Si nun era pi Curtese,| Cinnanai muria impese!
cint’, s. m., manufatto votivo di candele nelle grandi feste religiose d’estate (all’origine erano cento ceri su telai di varie forme). Le candele erano decorate con nastri variopinti, immagini sacre e fiori (rr). v. gigl’
ciocca, avv., ciò che; ciocca s’ha da fa, quello che si deve fare (rd)
ciombe, s. m., cionco, paralitico. Marsico scrive: cciombe, mentre più tardi Pica traduce ciumbaria in ‘immobilità’
cioncà, vb., bere oltre misura, tracannare (rr)
cipro, s. m., cipria (rr)
cirella, s. f., una qualità di vino locale, che Riviello chiama vinello acido. v. cerella e sottapera
cìscere, s. m., cece. Ciscere e fave era nomato un venditore di ceci e fave abbrustolite, alias zì Accale; anche cicere
cistiedd, s. m., cestello, paniere (rr). Rutigliano scrive: cistiedde (cr)
citt’, agg., zitto, silenzioso (rr)
ciucc’, s. m., asino. Da un motto popolare: la femmena nun si piglia lu ciucc pecchèstrazza li denzuole, ovvero detto della donna che sposerebbe chiunque. Danzi definisce il popolo lu ciuccio de Sciarrill, ovvero l’asino buono e paziente
ciucciuetta, s. f., civetta
ciucculatera, s. f., recipiente di terracotta, rame e più tardi anche in alluminio, per preparare il caffè o altro; tenìa na ciucculatera ca t’enghìa na chiotta, con riferimento all’organo sessuale femminile. v. chiotta
ciùcculu, s. m., ceppo (rr). Trascritto anche: ciucculo, ciucchele e ciuccule (cr)
ciufèca, s. f.,prodotto di pessima qualità, come una tazza di caffè mal fatto
ciuliedd’, s. m., orciuoletto (rr)
ciummiedde, s. f., scodella, ciotola; più in generale, ‘giumélla’ sta per quanto è contenuto nel cavo delle due mani unite. Langone usa il termine chiotta. Ciummedda è agnome di famiglia. v. chiotta
ciunnella, agnome di famiglia
ciuole, s. m., orciuolo, generalmente di creta con manico (rt); scritto anche ‘cciuole
ciuote, agg., sciocco, stupido (rr); anche ciuoto, ciutarro; al f., ciuota, ciutarra
ciutarrìa, s. f., stupidaggine
ciutrule,v. cetrule
ciuveddara, s. f., cipollata, minestra di fave con cipolla. Danzi scrive: cevuddara
ciuvuddìne, s. f., cipollina; era anche il nome (agnome) di un personaggio nella tradizionale Sfilata dei Turchi
cive cive, modo di dire; pure a noi ne fa lu cive cive, anche a noi viene l’appetito. v. cevà
clu, prop. art., con il, insieme a; li vagliò clu peclatiedde, i ragazzi con il piccilatiedd’ (vv)
coccecocce, modo di dire; se ne vanne cu li bone cocce cocce, se ne vanno con le buone, mogi mogi; m’aggia vutta arreterà cuocce cuocce, ho dovuto ritirarmi buono buono (am)
cocola, s. f., coccola; nel contesto dello scritto, però Danzi si riferisce al frutto del ginepro, ed in senso fig. allude a piccolo testicolo. v. chigghione
còdda, s. f., sacco per conservare le varie specie di frumento (rr). Nelle case più povere, la provvista di grano era conservata in una grossa codda, che conteneva fino a 3-4 quintali. Ivi, anche codd’
còdde, s. m., collo; gn’ aggia torc’ lu codd’, gli devo torcere il collo. Coddtort’ è agnome di famiglia
cogghia, s. f., coppia, paio. Le ‘cocchie’ erano funi, due su ogni lato del basto dell’animale, per tenere fermo ed equilibrato il carico. Usato anche per indicare, genericamente, qualcosa; ‘nu para decogghie te li digge, ti dico un paio di cose
colatammuro, s. m., qualità di uva potentina, bianca e nera (rr)
colin colin, modo di dire dei ragazzi, nel mentre si rincorrevano per raggiungere il traguardo
com’, v. cum’
còmmelece, agg., complice; quedda monaca e tant’ ati commelece, quella monaca e tanti altri complici(am)
commete, agg., comodo, confortevole
commete, s. m., comodità, vantaggio; hann fatt lu commete lore, hanno il comodo loro (am). v. cummuretà
conga, s, f., recipiente concavo
consultore, agg., consigliere, consulente (rt)
cont’, s. m., conto, resoconto; a fine anno si fascienn’ li cont, a fine anno si facevano i conti
contradanza, s. f., contraddanza, ovvero il ballo tra due o più coppie contrapposte di contadini (rr )
copp’, s. m., coppetto. Pica racconta che le ‘masciare’ facevano li copp, ovvero ai malati di bronchite o polmonite applicavano, sotto un bicchiere rovesciato,ovatta imbevuta di spirito che si lasciava a bruciare
còppa, s. f., coppetta, usata per tirare il sangue
coppela, s. f., coppola. Riviello specifica uno dei vari tipi: berretto di castoro, largo di sopra a guisa di frittara e con visiera di cuoio verniciato, portato soprattutto dagli artigiani (rr). Ivi: sott’ coppela, giuoco di azzardo. In senso fig. li coppele sono la gente comune; quann currene li coppele, quando la gente viene in aiuto (rd). M. Albano scrive coppel’ ecappiedd, per indicare i segni distintivi delle classi sociali
coppolaprevete, s. f., un tipo di felce, Equisetum maximum
cora, s. f., coda; in Riviello, col significato anche di: nuvola nera che porta tempesta. Albano scrive: ngim a’ na cora de scalone, in cima ad una tesa di scalini. In senso ironico, la cora deMunzignore era lo strascico della tonaca usato nelle processioni o celebrazioni solenni
cora de sorece, s. f., detta anche ‘gattuccio’, sega da falegname a forma triangolare, che termina a punta sottile
corbe, s. m., staffa di legno, modellata ad arco e parte integrante del basto dei quadrupedi; aveva diversi fori cui appendere utensili o cordame d’uso
corda, s. f., corda; il termine è usato solo per la corda dell’orologio ed il filo del telefono o telegrafo. v. zoca
còria, s. f., cotenna di maiale (rr). In Marsico: piezz de dard e ventresche,crone e nniedd ndrecciàre de savecicchie e pezzent, corie, regghie, zapple e mmuss salare. v. voci singole
corla, s. f., collera, pena; de corla nun se muore, di collera non si muore (rd); a la fina fatta, nevulemme piglià còrla pe’ quess, alla fin fine, ci vogliamo arrabbiare per questo (am)
corla, s. f., schiena, spina dorsale. v. curluzze
corre, vb., correre; col significato anche di andare avanti, proseguire: nun po’ cchiù corr nnant daccuscì, non può più andare avanti così (am)
corse, s. m., corso. Cane corso: così Danzi definiva, in senso dispreg., i deputati del Parlamento italiano,come è spiegato nelle note ai suoi versi
còrta, s. f., corte giudiziaria
cortiglie, v. curtiglia
coscha, s. f., scorreggia; gné fascè la coscha lu vadd, il gallo gli fece una scorreggia (rd). Leggi cosc-ka
costduzione, s. m., costituzione (rd)
coste, s. m., costo, prezzo;emme da verè de fallu saglie a quedd, a coste ca emm da gìpezzenn, dobbiamo far di tutto per farlo eleggere, a costo di andare per elemosina (am)
cott’, agg. e part. pass., cotto; in senso fig.: ubriaco fradicio. Una imprecazione: cott a dd’osssove, cotto con tutte le sue ossa. Sta anche per scottato: cane cotte fugge d’acqua fredda (am)
cotta, s. f., pietanza a base di patate (cr)
covete, v. accuoglie
cozzole, pl. f., conchiglie (rr)
crai, avv., domani; usato anche craie. v. dimane
craissera, s. m., domani sera
crammatì, s. m., domani mattina
crapa, s. f., capra (vv); si trovano anche: crapette e crapun’, capretto e caprone. v. crava
crapicce, s. m., capriccio (cr); nun pe crapicce noi avzamme testa, non per capriccio alziamo la testa (vv). v. picce
crava, s. f., capra (rr); Riviello racconta che la crava significava anche densa fastagliaturatemporalesca. v. crapa
crenzà, vb., credere, pensare; è una forma desueta, che scompare negli scritti del primo ‘900: me crenzava ca era une ca me screvia, pensavo che era uno che mi scriveva (am). v. crere
crepà, vb., crepare, ‘morire di subito’. Rutigliano scrive anche: fa crepà, fare dispetto; un modo di dire: a crepa panza, a pancia piena (rr)
créra, s. f., creta; è ome de crera vecchia, è uomo di vecchio stampo; ‘mbastacrera era detto il fabbricante di manufatti in creta, anche agnome di famiglia
crére, vb., credere, aver fiducia. Indic. pres.: crer, criri, crer, creremm, cririr, creren; icriria, io credevo (scritto anche i crenzava); crerutt’, creduto. Forma desueta: i’ nun lu cregge, io non gli credo; anche crire. v. crenzà
crerenza, s. f., credito, pagamento rimandato
crerenza, s. f., armadio per riporre cibo e stoviglie
cresce, vb., crescere. L’impasto di acqua e farina cresce con l’aggiunta del lievito; quando ciò non avviene, si dice che la pasta scresce
crescenda, s. f., lievito per fare il pane, biscotti e dolci; scritto anche: crescenza e crescende
cresce sande, modo di dire augurale, cresci santo, salute
cresommole, s. f., pugno, cazzotto; gne sunai nu pare de cresommole, gli diedi un paio di pugni (am). In altri dial. merid., cresommola significa albicocca
crestiàne, agg., cristiano
cretaglia, s. f., terracotta per uso domestico (rr)
crià, vb., creare
crianza, s. f., omaggio, segno di rispetto o riguardo; comun. sta per educazione
criate, s. m., servo, servitore
criature, s. m., bambino; è scattà lu verme e è morta la criatura. Criatura è usato al m. e alf.
crire, v. crere
crist’, s. m., Cristo, scritto anche Giese Crist’;termine usato anche per indicare il puntello in legno a sostegno del solaio in fase di costruzione, in quanto il manufatto somiglia vagamente ad un crocefisso
critecà, vb., criticare (cr, ma). v. treddecà
criùse, agg., curioso (rd)
crive, vb., crivello, setaccio; mo li crive so sfunnare, adesso i crivelli sono sfondati; lu striss è come d’acqua inta a lu crive, il grido (la protesta) si perde come l’acqua in un crivello (rd)
crocch’, s. m., crocco, gancio; te sì appese a nu male crocch’, ti sei messo con la persona sbagliata, hai fatto male i conti (am)
croccia, s. f., gruccia, stampella. Con lo stesso significato: lunga pertica con il gancio in punta, per staccare gli alimenti (salami o formaggi) appesi sotto il soffitto. v. crucetta
cròna, s. f., corona (rr); saglie ngape lu siegge cu la crona ntesta, andare al Municipio per sposarsi (am)
crosce, s. m., croce. Riviello racconta un gioco infantile, a cap’ e crosc’; ivi, la croce di canna, che si metteva sulla botte del vino nuovo, insieme alla fiura di san Gerardo, per buon augurio. Scritto anche croscia. v. ngroscie e santa crosce
croscevia, s. f., crocivia
croscia, v. crosce
cruccanda, s. m., croccante, torrone di mandorle. Pica ricorda che nelle case più povere si faceva con mandorle cotte e pezzetti di cioccolato
crucculà, vb., bollire. Riviello spiega: bollirea scroscio
crucetta, s. f., stampella per abiti
cruggiuole, s. m., legaccio; striscia di cuoio, gener. dalla pelle di cane, tagliata sottile per farne lacci da scarpone. Cruggiuole è sinonimo di cane bastardo, senza alcun valore
cruggiuolo, s. m., vilucchio, erba spontanea detta Convolvulus arvensis
crure, agg., crudo
crùrele, agg., dicesi di alimento che non riesce a cuocere, e rimane quindi duro; la femmena è accumenzà arrappà cumm na fava crurela, la donna ha cominciato a raggrinzirsi come una fava che non cuoce (am). Anche nel dial. di Avigliano (PZ), la distinzione tra crure e crùrele
cruréle, agg., crudele
crusciare, s. m. e agg., crociato
cu, prep. sempl., con
cubie, s. m., gomito; il ‘gomito’ era una misura di lunghezza pari a cm. 44
cucchiàra, s. f., cucchiaio grande o mestolo per la pentola o per servire a tavola; anche col significato: di cazzuola da muratore; cucchiarotta è detta la cazzuola piccola; menza cucchiara è il manovale. Un detto popol. recita: tazza e cucchiara, per indicare due persone molto unite, amiche; più comun. si dice: cazz’ e cucchiara
cucchiàre, s. m., cucchiaio; già nel ‘500 si rinviene uno cochiar de rame, un cucchiaio in rame. v. cugghiariedd’
cuccìa, s. f., miscela di grano, granone e legumi cotti che si dava in elemosina a quanti si presentavano a chiedere la carità (rr); si ritrova questa tradizione in altri paesi merid., in specie nelle date del primo di maggio e del due novembre. Comun. sta anche per miscuglio. v. duuma
cuccuvàsce, s. f., gufo. Cuccuascie è agnome di famiglia
cuddare, s. m., collare (am). Il ‘collare’ per asini e muli era una larga fascia di cuoio, imbottita all’interno, legata intorno al collo dell’animale; serviva per agganciare i fiscalie gli altri finimenti per trainare. Gli stessi animali, secondo altro metodo, trainavano agganciati con il petturale.v. fiscali e petturale
cuddate, pron., quell’altro
cuérta, v. cuverta
cufanature, s. m., cesto basso; anche: persona bassa e grassa
cufaniédd’, s. m., cofaniello, piccolo cesto da portare sotto il braccio (rr). v. cuofane
cugghiariedd’, s. m., piccolo cucchiaio (rd)
cuglia, s. f., ernia; si la mmiria (invidia) teness la cuglia, ognarùne la tenerrìa; se l’invidia fosse come una ernia, ognuno l’avrebbe; ti fa carè la cuglia, ti fa cadere le braccia
cuglietta, agnome di famiglia
cugliunà, vb., burlare, prendere in giro (rd)
cugnett’, s. m., piccolo cugno, anche nel senso di piccola porzione (rr)
cuiéte, agg., calmo, quieto; spramm a sta cujete, speriamo di stare tranquilli (rd)
culacizze, agnome di famiglia
cularenett’, s. m., clarinetto
cularìne, s. m., intestino, interiora (vv). Anche agnome di famiglia
culaziòne, s. f., colazione. Riviello enumera i vari pasti del mietitore durante la giornata: fedda, culazione, magnà, mozzeo, merenna e insalata: ivi, nella ‘colazione’ era consuetudine mangiare: soffritto o baccalàcon carosiell’ o finocchi spigati.
cule, s. m., culo;‘giure cule nterra, andato di culo a terra, ossia ridotto male (vv)
culére, s. m., colera
cullarett’, s. m., collaretto da uomo (rr)
culléa, s. m., collega (vv)
culléreche, agg., collerico
culòre, s. m., colore
culpanza, s. f., colpa; chi gn’ave la culpanza, chi ne ha la colpa (am)
culunivere, agnome di famiglia
culunnàto, s. m., colonnato, moneta d’argento al tempo di Carlo III di Borbone, pari a 125 grani o 12 carrini (rr)
culunnetta, s. f., comodino
cum’, avv., come; ivi, scritto anche com’, comm’ e cumme
cumannà, vb., comandare (cr); anche cummannà
cumbà, v. cumpare
cumbanagge, s. m., companatico
cumbassà, vb., compassare, ovvero andare avanti e dietro in uno spazio, in un terreno
cumbassatore, s. m., agrimensore, che in tempi antichi misurava la superficie dei terreni con il ‘compasso’
cumbenà, v. cumbinà
cumbenàle, agg., confinante (am)
cumbiatà, vb., compatire; se mesene pu’ lu menz a cercà purdone e cumbiatà, si misero in mezzo (intervennero) a chiedere perdono e compatire (am)
cumbiètte, s. m., confetto; Danzi scrive: quann’ mezz’ a lu piette aveze nu cumbiette, quando ebbe una pallottola in petto; ivi, anche cumpiett’
cumbinà, vb., realizzare; cumbinà na nota, scrivere una lettera; cumbinà numatrimonio (rr); anche nel senso di: mettere insieme, mettersi d’accordo (cr); anche cumbenà
cumbìne, s. m., confine; riferito anche al muro del vicino di casa
cumblì, vb., ornare, decorare, completare; pe’ cumblì lu peccelatiedde gne vole la mènnela, per guarnire il peccelatiedde ci vuole la mandorla (am); n’po de scola supriora gne vurria pe cumpelì, per completare ci vorrebbe anche un poco di scuola superiore (vv); anche cumpelì
cumborm’, agg., conforme
cumbrése, part. pass., compreso, facente parte
cumbromba, avv., quando, nel momento che; se scummuogliene cumbromba squaglia la neva, si scoprono quando arriva il momento che la neve si squaglia; lu crestiane putrebbe cagna’ na muglia ogne cunnecinacumbromba gne derria lu genie, il cristiano potrebbe cambiar moglie ogni quindici giorni, a seconda di come gli gira il cervello (am)
cumbrònt’, s. m., riscontro, risposta (am)
cumbruntà, vb., incontrarsi, affrontare, confrontarsi; s’è cumbruntà cu lu nemie, ha affrontato il nemico (am)
cumburenzia, s. f., confidenza; me peglierragge la cumburenzia de gne lu dì, mi prenderò la confidenza di dirglielo (am)
cumburtà, vb., comportarsi
cumbussiòne, s. f., confessione; tanta bbegli preière, sant cumbussiòne, cumuniòne epréreche, tante belle preghiere, sante confessioni, comunioni e prediche (am)
cumbussore, s. m., confessore
cummàra, s. f., commara; la cummara d’ogne era madrina del piccolo nato cui, per prima, tagliava le unghie
cummatt’, vb., combattere (am)
cùmme, avv., come. v. cum’
cummènte, s. m., convento (cr)
cummerce, s. m., commercio
cumméria, s. f., commedia
cummerte, vb., convertire; v’ accummerte l’Indiane, vai a convertire gli indiani (vv)
cummuglià, v. cummuoglie
cummùna, s. f., Comune, Municipio (am)
cummuoglie, vb., nascondere, coprire (ma); anche cummuglià
cummuretà, s. m., comodità (am); anche commete
cumò, s. m., comò, mobile fino a cinque tiretti sovrapposti
cumpà, v. cumpare
cumpàgne, s. m., compagno
cumpàre, s. m., compare (rr); nei tempi passati era molto sentito il‘comparizio’ tra le famiglie del cumpare (o cummara) di San Giovannie quelle dei figliocci; un legame similare si creava anche in occasione di pellegrinaggi, come alla Madonna di Fondi la prima domenica di maggio. Si trova anche cumbà
cumpelì, v. cumblì
cumplimènte, s. m., dono, omaggio. Riviello spiega che per complimento si intendeva sia il dono di nozze agli sposi, sia il primo pegno d’amore del futuro sposo, e, per complimenti, i vari dolci e bibite offerte agli invitati nella festa di matrimonio, oltre a fave arrostite, ceci eorciuoli colmi di vino, biscotti, mustacciuoli e rosolii
cumposta, s. f., conserva di cibi: composta di peperoni all’aceto (rr). Rutigliano scrive: olio ed aceto mescolati perconservare gli alimenti
cumuneàre, part. pass., comunicato, detto di chi ha ricevuto la Santa Comunione
cuna, s. f., culla; v. navichizz
cunà, vb., cullare
cunchiure, vb., concludere; e cunchiurìa, la femmina o la rosa tantè chiù bella par quant’è chiù ascosa, e concludeva, la donna o la rosa, sembra tanto più bella quanto più si nasconde (vv)
cuncià, v. cungià
cunéssa, s. f., botta, colpo
cunffissorio, s. m., confessionale (rr)
cunfonne, vb., confondere (cr)
cungerà, vb., congedare; anche nel senso di concedere; te cungera dece tummele, ti concedo dieci tomoli(am)
cungertà, vb., apparecchiare, sistemare, vestirsi con accuratezza
cungestorie, s. m., storia, fatto, ma anche conclusione degli stessi; so’ stà mbò mbrugliare cu li cerviedd per certi cungestorie, sono stato un poco occupato per certe storie; cernenne la farina e strengenn li sacc, venemm a quessi cungestorie, guardando bene e andando al concreto, arriviamo a queste conclusioni (am). Danzi scrive cungestora
cungià, vb., condire, insaporire; congia na patata, prepara, cucina una patata; li strascenarecungiare cu la carna, gli strascinati conditi con la carne. Scritto anche cuncià. v. cunzà
cungrèa, s. f., congrega, confraternita (rt)
cungrià, vb., unire, mettere insieme; nun savire mang chi v’ha cungrià sova la faccia la terra, non sapete nemmeno ci vi ha messo al mondo (am)
cunn’, s. m., organo sessuale femminile. Riviello scrive: pi la cann’ (gola) si perd’ lu cunn’ (dal latino cunnus). La voce si trova anche in altri dial. merid.
cunnannare, part. pass., condannato
cunnùtt’, s. m., condotto, canale di scolo; riferito a impianti di fognatura: paise zenza cunnutt, addò li vasede aròfle se ‘ngalène pe’ mmenz li vie, paese senza fognature, dove i vasi di garofani si buttano in mezzo alle strade. La raccolta dei rifiuti si faceva all’alba, con carretti dotati di una specie di cisterna, in cui ogni famiglia versava il suo ‘cantaro’, che qui viene denominato, ironicamente, vaso di garofani
cunogghia, s. f.,erba campestre, detta anche fonde di fumiera, col nome di Psalliota campestris. v. fumiere
cunserva, s. f., salsa di pomidoro essiccata al sole e conservata per il resto dell’anno
cunsuprìne, s. m., cugino; al f., cunsuprina. Talvolta scritto cuseprine
cunt’, s. m., conto, racconto, fatto; talora con significato più generico: nunn’ è cunt pe’ tti, non è cosa per te. Scritto anche: cund’ e cunte
cuntà, vb., dire, contare, raccontare, descrivere
cuntagnuòla, s. f., stradella, viottolo campestre
cuntàna, s. f., vicolo; le cuntane erano distinte in pubblica, ossia vicolo; pluviale, spazio tra due casamenti, tanto stretto da non essere nemmeno pedonale, detto
anche
vinella ed infine vicinale o cuntagnuola, ossia viottolo di campagna creato tra i proprietari frontisti. v. cuntagnuola e vinella
cuntantà, vb., accontentare, esaudire (cr)
cuntarore, s. m., racconta storie
cuntente, s. m., soddisfazione; pe nu contente mie, m’haia spieà, per mia soddisfazione, mi devi spiegare
cuntignose, agg. f., sostenuto, modesto (rr)
cuntrara, s. f., contrada
cuntruogghie, s. f., controcchio, ossia il pollone in eccesso sulla vite, e quindi da potare
cunzà, vb., condire
cunzegnà, vb., consegnare; avradda cunzegnà li ferr, fig., dovrà lasciare l’incarico (am)
cunzent’, agg., concorde; è de une amore cunzent cu li dee noste, è proprio d’accordo con le nostre idee (am). v.‘amore
cunziglià, vb., consigliare (cr)
cunziglie, s. m., consiglio, suggerimento
cunzigliere, s. m., consigliere (am)
cunzulaziona, s. f., consolazione (am)
cunzumà, vb., consumare
cunzuole, v. cuonsolo
cuofane, s. m., cofano, grande cesto di giunco, con forma idonea a portarsi, in coppia, sul dorso di animali. Recita un detto popolare: còfene nghiana e còfenescenne e chi vole sant figlie se ne fascess. Era detta ‘cofano’ anche una misura di volume, valida fino alla legge del 1840, pari a palmi cubi 1 e 1|3
cuoglie, vb., cogliere, raccogliere; diavele cuoglie, che indovini il diavolo, ossia che possa accadere (am). Part. pass.: cugliù e còvete. v. recovete
cuong’ cuong’, avv., piano piano
cuònsolo, s. m., consolazione, pranzo alla famiglia del defunto (rr); anche cunzuole
cuopp’, s. m., mestolo; anche coppetto di carta da contenere castagne, lupini, etc.
cuore, s. m., cuore; qui è lu cuore lu giorn, duocche è lu cuore la notta, qui è pieno giorno, là è notte piena (am)
cuorio, s. m., cuoio; nu cuorio adevventà, un cuoio diventò (rd); ha terà lu cuorie a paregghie crestiàne, ha fatto morire parecchia gente (am)
cuorp’, s. m., corpo (rr); anche cuorpe (cr)
cuosce, vb., cuocere
cuozz’, s. m., coccia, testa, più comun. il didietro; avota cuozz’ e se ne va, volta le spalle e se ne va (ma) v. cuzzette
cupéta, s. f., torrone, comun. già confezionato. Anche in casa si faceva una specie di cupeta più modesta, con mandorle, farina e cioccolato. Nel linguaggio triviale sta per ‘merda’: ne vulienn accoglie cupeta ind’a queddicavuzune (am)
cuppesciedd’, s. m., piccolo mestolo per brodo (ll); anche cuppine
cuppetiedd’, s. m., coppetto; in senso fig.: persona piccola, sgraziata. v. cuopp’
cuppine, v. cuppesciedd’
cuppuline, s. m., coppolino; Riviello spiega che era di lana o di cotone, con fiocco pendente sull’orecchio, copricapo dei contadini. Ivi, lu cuppuline ross’ che era il copricapo de lu munaciedd’
curà, vb., curare, badare; e nun curà a sòlete, e non pensare ai soldi (am); usato anche per indicare la stagionatura delle carni: curà lu prusutte (rd)
curbeddà, vb., corbellare, trasportare l’uva con i cesti ai tini (rr)
curbéddarora, s. f., la donna che trasportava l’uva nelle ceste (rr). Cfr. DEI, ‘corbello’
curcà, vb., coricare, piegare; il vb. anche intr., coricarsi, andare a dormire, ed in senso lato, stare insieme, sotto lo stesso tetto.Corchachiuove, agnome di famiglia
curlòse, agg., dispiaciuto, contrariato; stai assai curlòse cu mi, sei molto arrabbiato con me (am)
curluzze, s. f., schiena. v. corla
curnagghia, s. f., cornacchia (vv)
curnàle, s. m., corniolo, pianta di bosco dal legno resistente e flessibile
curnàle, s. m., grano bacato; anche ségale cornuta: la terra nunne dà manche curnale (vv). v. bufone
curreia, s. f., cintura; strengemme la curreia, stringiamo la cinta (ga)
currént’, part. pres., spedito (rr)
currère, s. m., corredo (rr). v. panni
curriegge, vb., correggere; li viecchie s’hann da curriegge cumm li pecceninn (am)
curriera, s. f., autobus
currive, agg., corrivo, adirato
curruspunnenza, s. f., corrispondenza (am)
curteddara, s. f., coltellata
curtiedde, s. m., coltello. Danzi scrive: nu ddasciar’ li curtiedde, non lasciate i coltelli, ossia non vi arrendete. Riviello annota che i coltelli migliori erano fatti, artigianalmente, nel vicino comune di Avigliano
curtiglia, s. f., letame di animali, che si raccoglie nello stabbio; anche cortiglie. v. fumiere
cusaredda, s. f., cosetta, piccola faccenda (am)
cuscagline, nome o agnome del personaggio (di fantasia?) che Marsico cita nei suoi scritti
cusce, vb., cucire; part. pass. cusciure; anche cuscie
cusceledda, s. f., coscetta, gambetta
cuscenà, vb., cucinare
cuscì, v. accuscì
cuscie, v. cusce
cuscienza, s. f., coscienza; passete ‘a mana pe’ la cuscienza, sii coscenzioso
cusciròre, s. m., cucitore, sarto (rr); anche cusitore. v. sartore
cuseprine, v. cunsuprine
custaredda, s. f., costoletta (rr); sartascene de custaredda, tegame di costolette (vv)
custrutte, s. m., costrutto, senso; recavele tu stesse lu custrutte, cercatelo da solo il significato (vv)
custumà, vb., costumare, avere consuetudine; custumeiene de n’ata manera, hanno costumi diversi dai nostri (am)
cuta cuta, verso con cui si chiamano i polli; nelle note ai versi di Danzi cuta cuta sta per gallina
cutogna, s. f., qualità di mela; in sensofig. sta per pugno, cazzotto
cutrielle, s. m., panno pesante nel corredo del nascituro, usato anche sotto il lenzuolo di ammalati (rr)
cuttone, s. m., cotone, ovatta
cutturiedde, s. m., bollito di capra o pecora insaporito con erbe aromatiche
cutulà, vb., scuotere; nunn cotela cchiù mang lu terramote, non ci smuove nemmeno ilterremoto (am). Cotolapère è agnome di famiglia. v. scutulà
cuvanna, s. f., nidiata, figliata; quedda cuvanna d’aliote, quella nidiata di gaglioffi (am)
cuvernà, vb., governare, accudire; giareve a cuvernà, andatevene per i fatti vostri (cr); usato col significato di: accudire, dar da mangiare agli animali
cuverne, s. m., governo
cuvèrta, s. f., coperta; scritto anche cuerta. Strazzacuerta, agnome di famiglia
cuvozza, s. f., zucca (am)
cuvuzze, s. m., cocuzzolo, sommità del capo. Danzi scrive: s’è pigliàlu Cuvuzze abbotte de pugne, e spiega che significa: compiere una impresa facile. Cuvuzze corrisponde a Cocuzzo, top. rurale, oggi area parzialmente inurbata. Scritto anche cuuzze (vv)
cuzzale, agnome di famiglia. Cozzale è top. di località rurale
cuzzette, s. m., nuca;facc’ e cuzzett’, persona falsa, ambigua; addu li tien ‘d’uogghie, drete lu cuzzette?, dove hai gli occhi, dietro la nuca ? (am). v. cuozz’

Home Page | I Comuni | Dire | Fare | Vedere | Studiare | Contattaci | Segnalazioni | I link | Mappa del sito


I dialetti dei Comuni Galloitalici della Basilicata | info@galloitalico.it

Torna ai contenuti | Torna al menu