I dialetti Galloitalici della Basilicata


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Lettera P

Studiare > Dizionari > Potenza - "Glossario a dengua putenzese"

Raccolta di voci in vernacolo tratte da scritti di autori potentini a cura di Vincenzo Perretti e con la collaborazione di Enzo Matassini.

pàa, s. f., paga
paà, vb., pagare; part. pass., paare. Paaddebbito è agnome di famiglia
paccìa, s. f., pazzia
pacciaria, s. f., manicomio (am)
paccie, agg., pazzo; anche: pacce
pace, s. f., pace; agge pace, abbi pace, stai tranquillo (am)
pacienzia, s. f., pazienza
paciodda, s. f., cassetta per l’elemosina; quanne va pe’ la cerca cu la paciodda mmane, quando va per questua, con la cassetta in mano(am)
padda, s. f., palla; la padda di ferr’ era un gioco da uomini, che lanciavano l’arnese il più lontano possibile ed il premio al vincitore era una coppia di cascavadd’ (rr); la padda de duscia era il lampione per illuminazione stradale di forma sferica, per distinguerlo da quello a pera, di formato più piccolo
paddareta, top. rurale, Pallarete o Pallareta. In scritti dell’800 si trova Paddarera
paddaròne, s. m., palla di neve
pagliare, s. m., pagliaio. Nel linguaggio di Danzi, gne brusciava lu pagliare significa:si sentiva in torto, aveva la coda di paglia; altrove sta per: avere fretta
pagliaruole, s. m., piccolo capanno provvisorio, fatto con le frasche dei granoni (rr). Per anticatradizione, durante i periodi dei lavori agricoli intensi e duraturi come, ad es. la trebbiatura,i contadini rimanevano a dormire in campagna, in alloggi del tutto precari
paglietta, s. f., copricapo di paglia; tricorno di paglia, coperto di seta (rr); in senso fig.: avvocato, leguleio
paglione, s. m., grande sacco di tela, riempito di foglie di mais o similari con funzione di materasso
paionica, s. f., peonia, Paeonia officinalis; detta anche: paglionica. Paionica è agnome di famiglia
paisàne, agg., paesano; paisane era sinonimo di vino paesano; quello potentino era detto anche ‘indigeno’, a differenza di quello ‘forestiero’, per il quale era maggiore la tariffa daziaria
paise, s. m., paese; un modo dire: paise e paisame, paesi e contrade (am)
palamidone, s. m., mantello o soprabito largo e lungo; in senso fig.: uomo sciocco (am)
palazz’, s. m., palazzo; per antonomasia, ‘u Palazz’ era quello del feudatario della città
paleggià, vb., separare il grano dalla paglia con pale di legno (rr)
paliatone, s. m., percossa, botta; deriva da ‘paleggiare’. v. voce precedente
palie, s. m., palio, drappo o stendardo di congreghe ed associazioni, o simbolo delpremio ad unvincitore di gara. Un detto popolare: si giù a piglià lu palie, non hai combinato nulla
palme, s. m., palmo; il palmo era misura di lunghezza, pari a circa 26 cm.
palmente, s. m., vasca per pigiare uva
pallute, agg., virile; in senso fig.: fortunato
palpella, s. f., palpebra (am)
palumme, s. m., colombo
palummedda, s. f., farfalla (rr)
pàmbena, s. f., pampino; na pàmbena de vira, un pampino di vite (am)
panare, s. m., paniere; hamm pers d’uva, d’ascene e lu panàre, abbiamo perso l’uva, l’acino ed il paniere, col significato di perdere il tutto (am)
panariedde, s. m., piccolo paniere; anche dolce di Pasqua, ornato con uova sode. Sta anche per ‘mordacchia’ di vimini o giunco, messo sul muso dei quadrupedi, perché non mangino o mordano
pandechizze, s. m., paura, timore. Si usa anche spandechizze. v.panteche
panedda, s. f., panella di pane
pannacciare, s. m., venditore di panni. v. pannivenne
pannamente, s. m., vestito, abbigliamento
panne bordiglione, tessuto di seta con cui si faceva il panciotto da uomo (rr). v. burdiglione
panne de monaco, tessuto resistente di colore marrone scuro; se ne facevano, per gli uomini, stuval’che eranostrettamente abbottonati per quanto lunga era la gamba (rr)
panni, pl. m., la parte della dote consistente nell’abbigliamento della sposa ed i teli dicasa; i ‘panni’ si portavano a quattro, a sei, a otto, a dieci o dodici, a seconda delle condizioni economiche o i patti matrimoniali. v. capitili e currere
pannivenne, s. m., pannivendolo (rd). v. pannacciare
pantascha, s. f., la parte molle della pancia. Pantasca è agnome di famiglia. v. ‘mbantaschare
panteche, s. m., affanno, palpitazione; aida sta semp’ cu lu panteche a lu cuore, devi star sempre col palpito al cuore (am) . v. pandechizze
pantone, s. m., porzione di terreno lasciato ad erbaggio, in prossimità della masseria; esiste anche il top. rurale: Pantone di Freda
panza, s. f., pancia; dim.: panzaredda
papagna, s. f., papavero; inteso anche come bevenda soporifera e, in senso lato: sonnolenza
papagnino, agg., di colore papagnino, ovvero papaverino
paparina, s. f., papalina, di panno cerrito con certe ali che si abbassavano nei giornifreddi per coprire orecchie e parte della faccia (rr)
paperià, vb., andare in giro senza meta, a perdere tempo; si trova anche: paprià
papiell’, s. m., scritto esageratamente lungo; inteso anche come rimprovero. Le due ‘l’ finali rivelano che si tratta di una voce del potentino ‘moderno’
papocchie, s. m., intruglio, una cosa fatta male. In Danzi è tradotto: fandonia. v. ‘mpapucchià
pappanzirre, s. m.,scricciolo
pàppele, s. m., verme dei legumi. Danzi usa la voce: verme d’indestini, in senso fig., per indicare il nemico, cioè la reazione borbonica post-unitaria
pàppele de sant’Antonie, s. f., coccinella (ll)
papperà, vb., parlare (rd)
pappetà, vb., respirare, palpitare, come è spiegato nelle note al Danzi
paranza, s. f., squadra di braccianti; ad es., quattro mietitori ed un legatore di spighe, detta quatt’ favici e nu leant’ (rr); con lo stesso significato: coppia di buoi
para patte e pace, modo di dire, in pareggio, in parità
parare, agg., apparecchiato, preparato. Si dice sposa parara, ossia ben vestita (rr)
parara, s. f., situazione; mala parara, mal partito
parate, s. m., carta per rivestire le pareti (cr)
paravise, s. m., Paradiso
pare, s. m., paio
pare, avv., giusto, parimenti
paricchie, s. m., coppia di animali da lavoro, in specie di buoi. v. paranza
pariedda, s. f., padella con manico; la pariedda cu li buchi serviva ad arrostire castagne
parlara, s, f., chiacchierata, discorso
paroccola, s. f., lungo bastone. v. magliocch’
parrucchiane, s. m., parrocchiano. In senso fig. con altro significato: molinari, fornari eferrari che andavano per le case dei loro parricchiani (clienti) per dare auguri di li bonefeste(rr)
parta, s. f., parte; da la parta lu tuorte, dalla parte del torto (vv). Per parta si intende anche il turno elettorale
particcia, s. f., partoriente (vv). Anche col significato di moglie e madre insieme
parucculàra, s. f., bastonata (am)
parziona, s. f., porzione (am)
parziunale, agg., contadino, massaro che tiene un terreno a mezzadria o con patto similare
pasce, vb., pascolare; tenire amment pasce li nuule, state a guardare le nuvole che pascolano (am)
pass’, s. m., passo; nun perde li pass, non perdere tempo; vole piglià li pass da Putenza, se ne vuole andare da Potenza. Il termine è inteso anche come decisione: dasceze su pass de pegliarte senza niente, prese questa decisione di sposarti senza dote
passà, vb., trascorrere del tempo, attraversare; ca vuò passa d’acqua nzalvament, che possa fare la traversata senza pericolo (am)
passann’ante, gioco di ragazzi
pàssela, s. f., uva passa;nun’ assavuraze na passela, non assaggiò un acino di uva passa (am)
passie, s. m., Passio, parte dei vangeli; me stai cantenn’ lu passie, la stai facendo lunga (am)
pastura, s, f., imbastitura; li ssegnore restarne ddrete, pecchè purtavene la pastura mbera la vesta, cum’ eve la mora, le signore rimasero indietro perché avevano le vesti legate nella parte inferiore con le fettucce (imbastiture)come voleva la moda (am). Si tratta di un gioco di parole. v. voce seguente
pastura, s. f., garretto di animali, la parte della zampa legata con una fune, per il pascolo in spazi ristretti. Verrastro scrive: camina senza la pastura, procede libero, senza costrizioni
pasturegne, agg., pastorale
patacca, s. f., moneta d’argento, pari a mezzo ducato o cinque carlini (rr)
patraterne, s. m., Padreterno (am); anche Terno patre. Patreterne è agnome di famiglia
patrona, s. f., cartucciera, voce desueta del sec. XVIII
patrone, s. m., padrone
patrone e sott’, nome di un gioco, passatempo da cantina tra più persone che si giocano alla morra un boccale di vino; il vincitore, detto patrone, decide chi può e quanto bere, mentre ‘u sott’ ha soltanto potere di veto. v. morra e ulme
patte, s. m., patto; detto anche prezzo, ossia il costo del bracciale per un giorno (rr)
pavura, s. f., paura
pazzià, vb., scherzare, giocare; scritto anche:pazzeià
pazziariedde, s. m., giocattolo (ll)
pazziella, s. f., scherzo
pe’, prep. sempl., per. v. pi
pecacchie, s. m., pulcino della pica (gazza). E’ usato in senso fig. e sta per persona grassa: me faciett sta tonn tonn cumm nu pecacchie, mi riempii ben bene come un ‘picacchio’ (am)
peccà, vb., peccare; si trova anche: piccà (rr)
peccare, s. m., peccato
pecchè, avv., perché
pécchiene, s. m., pettine
pécia, s. f., pece
pecuozze, s. m., fratello laico del convento, bigotto
pedàna, s. f., giara; una pedana da tener aqua e una altra da tener oglio, voce desueta del sec. XVI; in altri dial. luc., ‘peddana’ è l’orciuòlo. v. peranna
pedda, s. f., pelle, gne vulia fa la pedda, lo voleva ammazzare (am). Anche fig.: bevuta, ubriacatura; li pedde franghe, le bevute senza pagare (am) v. ‘mbriacara
peddacchie, s. m., pelle; come per pedda, anche nel senso dell’intero corpo (vv)
peddare, s. m., pellaio
peddastre, s. m., pollastro; v. puddastre
peddetrare, agnome di famiglia. Puddetraro era l’agnome della famiglia di Raffaele Riviello, noto scrittore potentino dell’800. v. pedditre
peddihe, s. m., ombelico; Verrastro scrive: peddiche. Si pronuncia peddi-he
peddina, s. f., pidocchio pollino (detto anche perucchie peddina); li peddinemaligne se l’avessere arraà a Sant’ Ruccutiedd, i pidocchi maligni se lo dovrebbero portare al cimitero, che è luogo prossimo alla Chiesa di San Rocco (am)
pedditre, s. m., puledro. v. peddetrare
peffigne, avv., perfino, finchè; scritto anche: pe’ ffigne. v. figne e nsigne
pegnata, s. f., pentola
pelarce, v. pilacce
pelare, part. pass., pelato; muss pelare, sbarbato
pele, s. m., pelo
pelecrapone, s. m., falsa gramigna infestante, Agropyrum repens
pelegne, agg., peloso; ‘na zoca pelegna, una fune pelosa, fatta col crine di equini o bovini
pele pele, avv., giusto giusto, appena in tempo; poche è mancà, è sta’ pele pele, è mancato poco, è stato giusto giusto (vv)
pellicc’, s. m., cafone, uomo di campagna; scritto anche: pillicc’. v. purcione
peloncino, s. m., una semplice veste da ragazze. v. barracana e busto
pelone, s. m., Epulone, ricco personaggio da parabola del Vangelo; desceze na vota une ca qui erm rricc pelone, disse uno che qui noi eravamo ricchi come Epulone
pendissime, agg., potentissimo, terribile; in alcuni scrittori è sinonimo di diavolo (am). Si trova anche:pundissime
penetenzia, s. f., penitenzia
pénge, vb., dipingere; da un detto popolare: mana penta, sorta tenta, chi ha la mano abile può tentare la sorte (am)
penne, vb., pendere
pennele, s. m., grappolo
pennent’, s. m., pendente. In senso fig. lipennent’ sono i testicoli (vv)
pentische, agnome di famiglia. Da un detto popolare: amm’ da fa cumm la veruva de zìCaitane (Pentische), lu prime, lu sicond e lu terz piane. Si tratta di una signora che, andando al cimitero, cercava di vestirsi nel modo più acconcio, e dalle maniche spuntavano i vari capi di biancheria, di tipo e colore diversi
penzà, vb., pensare; dopp, gne so venù penzann, dopo ci ho ripensato
penzara, s. f., pensata, idea
penziere, s. m., pensiero; nun te da’ penziere, non ti preoccupare (am)
penziona, s. f., pensione
peranna, s. f., vaso di terracotta, simile alla ‘fesina’; è cumme na peranna de puparule a la cita, è come un vaso di peperoni all’aceto (am). v. pedàna
perce, vb., perciare, termine desueto che sta per trafiggere; te sente perce lu cuor da na dòngaspina, ti senti trafiggere il cuore da una grossa spina (am). Cfr. DEI, ‘perciare’
perchiacca, s. f., una qualità di erba, Portulaca oleracea, commestibile. Si trova scritto anche: purchiacca, che nel linguaggio triviale allude all’organo sessuale femminile
pérde, vb., perder
pérdement, s. m., perdita; penza a fa spese a lu perdement, pensa a far spese inutili (am)
perdenza, s. f., perdita, deficit
perdunanza, s. f., pellegrinaggio
pere, s. m., piede; pera cata pera, un piede dopo l’altro, a piccoli passi (rr); li vacche vann a lu pére a lupére a lu vaccàre, le vacche vanno dietro dietro al
vaccaro; avèze pére a fugge, si mise a scappare (am); tene ‘u pere diegge, cammina veloce; nacarrozz zenza pére, un mezzo senza i piedi dell’animale che lo traìna, ovvero un mezzo motorizzato. v. piere
pére, s. m., pero; in senso fig.: botte, mazzate; avir’ pigliàli ppere, dovete buscarle
perett’, s. m., bottiglione impagliato che ha la forma della pera
pèrfete, agg., perfido (am)
perfìria, s. f., perfidia (am)
perleccà, vb., leccarsi le labbra (rt)
perna, s. f., ammasso di foraggio per animali
perocchie, s. m., pidocchio. v. perugghie e prugghie
pertuse, v. purtuse
perugghie, v. perocchie. Danzi scrive progghie. v. perocchie e prugghie
perugghione, s. m., grosso tappo di legno per la ‘tina’ del vino, messo nella parte inferiore, tenuto ben compresso con stoppa o pezze. Al momento opportuno, il tappo era rimosso con un colpo dall’esterno, e mentre lo stesso rimaneva all’interno del tino, il vino si riversava nell’apposito recipiente posto al di sotto
perune, avv., per uno, per ciascheduno. v. prune
peruzze, s. m., piedino
pesature, s. m., pestello
peschèra, s. f., pozza d’acqua, cisterna. Si pronunzia pesc-kera. v. botn’ e tonza
pesciazza, s. f., orina; taida beve la bbirra ca è cumm na pesciazza de giummenta, ti devi bere la birra, che è come un’orina di giumenta (am)
pescrai, avv., poi domani o dopodomani. v. crai e pesiere
pescridd, avv., il terzo giorno a venire
pése, s. m., tassa; mettire li pesi, imponete i tributi (rd)
pése, s. m., peso della bilancia; dim.: pesidde, il peso da pochi grammi
pésele, avv., leggero di peso; lu pigliaze pesele pesele, lo sollevò senza sforzo (am); s’assettaze pesole, si sedette comodamente (rd). v. spusulà
peselett’, s. m., pietra infissa a terra, una sorta di piccolo cippo; sta anche per: sedile, appoggio provvisorio. Si trovano anche: peslett’ e pusuliett’
pesiere, avv., ieri l’altro, avantieri. v. crai, pescrai, etc.
pesta, s. f., peste; nu puparule fort mangh la pesta, un peperone più forte della peste. Pica scrive pestema
pestrigne, s. m., cosa o azione mal fatta, pasticciata, da cui l’agg. pestrignuse. Pestrigne è agnome di famiglia. v. ‘mbestrignà
pésulo, s. m., sedile di fabrica, come è tradotto in Danzi
petazze, s. m., pezzetto, brandello
petazze, s. m., terreno incolto; scavennramegna pe inda sti petazz, scavando la gramigna dentro questi terreni abbandonati
petèa, v. putèa
petelà, vb., beccare; in senso lato: procurarsi, cercare. Pittledda e Pitla sono due agnomi di famiglia
petrechedda, s. f., ‘prezzemolina’, detto di una ragazza, dal contesto di una bella espressione: è duuntà, beneria, na petrechedda nummere une e già gn’arrotene li canicciedde attorne, grazie a Dio è diventata una bella ragazza, e già i giovanotti le girano intorno (am). v. petresine
petrenne, vb., pretendere; lu cumbenàle ca petrenne a fforza, il confinante che pretende a forza (am)
petrennuse, agg., pretenzioso
petresine, s. m., prezzemolo. Petresine è agnome di famiglia. Riviello scrive pitrisino
petresta, s. f., protesta (am)
pe ’ttant, avv., fin tanto; pe ‘ttant te vuoglie bbene, buttescedda, pe’ ffigne ca menavine da la canniedda, botticella mia, ti voglio bene finchè esce vino dal cannetto (am)
péttela, s. f., lembo inferiore della camicia. Riviello scrive: ‘con la pettela della camicia che usciva di dietro ai fanciulli, come coda, dallo spacco del calzone’. Pettelangule e cumpagne, un modo di dire per indicare una compagnia di gente da poco. Dai versi di Rocco Brindisi: Lucifero e Pettelangulraccontavano storie più silenziose della neve
péttela, s. f., sfoglia di pasta
petteledda, agg., detto di donna appiccicosa, che si intromette nei fatti altrui; è ancheagnome di famiglia
pettelone, agg., camicione; in senso dispreg., era detto il militare di leva
pettile, s. m., risvolto del soprabito (rr)
pettìna, s. f., parte inferiore del corpetto femminile; sta anche per: striscia, pezzo di taglio, detto del baccalà secco (rr);spunzare modd cumm na puttina de baccalj, tenuto a mollo come un pezzo di baccalà (am)
pettinessa, s. f., pettine ornamentale, per fermare il ‘tuppo’ dei capelli femminili
petturale, s. m., finimento per animali da tiro, costituito da una larga fascia di cuoio (imbottito) posta sul petto dell’animale, parte integrante di altri finimenti per il tràino. v. cuddare e fischali
petuosce, s. m., puzzola
pezza, s. f., moneta equivalente ad uno scudo d’argento, pari a dodici carlini
pezza, s. f., pezza di tessuto, lenzuola; quanne mi mett ind la pezze, quando vado a letto. Le ‘pezze’ erano anche strisce di tessuto, in sostituzione delle calze, per avvolgere i piedi all’interno dello scarpone o stivale
pezzaredda, s. f., membro del bambino
pezzariedde, s. m., giovinetto, ragazzo
pezzelà, vb., pizzicare, stuzzicare; quanne te pezzelava, quando ti stuzzicavo (vv)
pezzendaria, s. f., povertà
pezzente, agg., pezzente. Top. rurale: Fontana dei pezzenti
pezzente, s. m., salsiccia fatta con carne di scarto del maiale
pi, prep., per; passaze pi inda a na terra, passò attraverso un terreno
piantone, s. m., guardiano (cr)
piascè, vb., piacere
piascere, s. m., piacere
piastra, s. f., moneta d’argento
piatt’, s. m., piatto
piattare, s. m., venditore di piatti
picce, s. m., capriccio. v. crapicce
piccià, vb., fare capricci, piangere
piccilatiedde, s. m., una specie di tortene (ciambella) fatta con farina carosella, ricoperta di mandorle; dim. piccilatiedduzz’
pìccile, agg., piccolo
piccininne, s. m., bambino (rr). Si trova anche pecceninne
picciunaia, s. f., loggione, ultimo settore in alto del Teatro Stabile. Scrive P. Rosa: sova lu luggione, senza segg’, gn’eran li tavulon’ (db)
picciunama, s. f., gruppo di bambini
picciuse, agg., capriccioso
piécchiene, s. m., pettine
pieggie, avv., peggio
pierchie, agg., tirchio
piere, s. m., piede. v. pere
piette, s. m., petto
piezze, s. m., pezzo; è nu piezz’ ross’, è un uomo importante
pigna, s. f., pigna; comun. sta per: grappolo
pignata, s. f., anfora di rame o creta, con manico; dim.: pignatiedde
pilacce, s. m., pila o pilaccio, abbeveratoio; scritto anche: pelarce e pilarcio
pìnnolo, s.m., pillola; scritto anche: pìnnele e pìnolo
pipel’, s. m., fiore di ginestra; i petali si lanciavano sulla statua di S. Gerardo in processione (rr)
pippa, s. f., pipa; in senso fig.: lungo, noioso discorso; avire accumenzà na pippa pu nula fernì cchiù, avete cominciato uno sproloquio che non finisce più (am)
pippià, vb., fumare la pipa
pirtuso, v. purtuse
pisa, s. f., trebbiatura eseguita con metodi arcaici, ovvero con il pestare: une de li mieglie buoi de la pisa, uno dei migliori buoi per trebbiare (am)
pisà, vb., trebbiare, pigiare; la pisa d’uva, la pigiatura dell’uva
pisatura, s. f., trebbiatura
piscelatina, s. f., pioggerella (ll)
pisceleià, vb., piovigginare (ll)
pische, s. m., pietra, sasso. v. piscone
piscia a diette, s. m., tarassaco, Taraxacum officinale, detto anche ‘dente di leone’, da cui un decotto con proprietà diuretiche
pisciaiuole, s. m, venditore di pesce
pisciapantane, s. m., fiore campestre col nome scientifico di: Inula viscosa, da cui si usava trarre un decotto diuretico e vermifugo
pisciature, s. m., orinale; nelle case più povere si raccoglievano in un solo vaso i rifiuti di tutta la famiglia, e si svuotava una volta algiorno nella cisternetta che, posta su un carretto, andava in giro per la raccolta nelle strade e vicoli della città al primo mattino. Piasciamort’ è agnome di famiglia
piscinone, top. rurale; si tratta di un’ ansa del fiume Basento. v. botn’
piscone, s. m., grosso masso; top. rurali: Piscon Pizzuto e Piscon Grande. v. pische
piscraie,v. pescrai
pise, s. m., pisello
pisiere, v. pesiere
pis-pis, forma onomatopeica: il bisbiglio di preghiere dei bigotti; cu lu pis-pis mmocca (am). In altri dial. merid. sta per: moneta o denaro
pista, s. f., orma, impronta (am); e nu dasscià de pista a Cuncettina, e non perdere di vista Concettina (vv). Un modo di dire: nun ve facire mangà lu strascenare paisanecungiare cu la carna de la frusculedda e cu la pista de la atta e cerella paisana, non vi fate mancare gli strascinati paesani, conditi con la carne tenera, cacio ricotta abbondante e ‘sottapera’. Con la metafora ‘pista di gatta’, Marsico intendeva descrivere un condimento tanto abbondante da potervisi lasciare impronte profonde come quelle del gatto
pitaffio, top. rurale. Fino ai primi decenni del ‘900 era detto Accampament’; nel sito vi era la nota cantina della famiglia Tedeschi di Avigliano e nei dintorni si teneva la tradizionale festa dei lavoratori il primo maggio
pitirre, s. m., capriccio; scritto anche petirre
pitocch’, s. m., schiocco di dita (rr)
pittà, vb., dipingere; sta anche per: truccarsi. M. Albano scrive: perd’ lu temp a te pittà lu muss, perdi il tempi a truccarti il viso. v. appittà
pizz’, s. m., punta, estremità; mpizz mpizz, proprio in punta; si avire a lu pizzee, se avete a portata di mano; cummara mia, da quann ‘ngasa di Rrocch è trasùlu cappiedd a tre pizz (cappello del prete), è cagnà lu monn. Meno comun., col significato di: angolo di strada, cantone
pizz’, s. m., merletto. v. pizzele e pizzilare
pizzacul’, agg., detto scherzosamente di giovane vivace. Dai versi di R. Brindisi: Lu pizzacul ca s’era scurcià lu genocchie tenìa n’angel ca gn lu deccava cu la dengua
pizza de buoie, s. f., nerbo di bue, uno scudiscio fatto con nervi dell’animale
pizzariedde, s. m., ragazzino; anche pezzariè e pizzariè
pizzeche, v. mazza e pizzechee zudd’
pizzele, s. m., merletto. v. pizz’ e pizzilare
pizzicantò, s. m., gioco di ragazzi (rd)
pizzile, s. m., pizzicotto; pizzile e basce nun fann pertuse, pizzichi e baci non fanno guai (db)
pizzilare, agg., merlettato; na vesta pizzelara, un vestito con orlo di merletto. v. pizz’ e pizzele
pizzut’, agg., pizzuto, appuntito
plu, prep. art., per il
po’, avv., poi, dopo; in scritti dell’800 si trova anche: pu’ e può
poch’, avv., poco; i’ poch’ lu crere, io gli credo poco; poche è scappà, ci è mancato poco; a lu chiù poche, quanto meno
pomba, s. f., pompa; più comun. sta per: tubo. v. pumbà
ponge, vb., pungere; part. pass. : pont’
ponne, v. ‘mbonne
pònta, s. f., punta; ‘na priera de ponta, una pietra messa di punta, cioè un ostacolo; lapònta li ddire, la punta delle dita (am). v. ‘mbont’ e ‘mpunt’
ponta pulina, s. f., raschietto ad uso di falegnameria
popele, s. m., popolo (vv)
porc’, s. m., porco, maiale; la femmena è cumm a lu puorc, si nu la vuò fa parlà, gn’aiada mette nu purtualle mmocca. v. masciale
porca, s. f., ballo della polca; la voce, in disuso, è nota ad informatori, anziani contadini
portacannele, s. m., bugia
portamendola, top., Portamendola, una delle antiche porte della città, oggi scomparsa. v. mennele
portasavezese, agg., abitante del rione Portasalza
portazecchine, s. m., portamonete
poveròme, s. m., poveruomo
pragna, s. f., marciume (rr); na faccia de pragna, una faccia da schifo
preà, v. prià
preatòrie, v. pruatòrie
precuoche, s. m., percoca, una varietà di pesca
préddeca, s. f., predica. Riviello e Trianiscrivono: prèddia. v. prereca
preddecà, vb., predicare
preggise, avv., precisamente. v. pregisma
pregisma, avv., propriamente, precisamente. M. Albano scrive: precisema
pregissiona, v. pruggessione
preiéra, s, f., preghiera
préna, agg., gravida, incinta
préra, s. f., pietra. v. priera
préreca, s. f., predica. v. preddecà
prescézza, s. f., contentezza. v. priescia
préscia, s. f., fretta. v. ‘mbrescia
prescià, v. priscià
presebbie, s. m., presepe (vv)
presentazione, s. f., prima visita dello sposo, in genere di domenica o giovedì (rr)
preserente, s. m., presidente
preso preso, gioco di ragazzi; in uno spazio delimitato, una squadra di due o tre doveva ‘acchiappare’, col semplice tocco delle mani, gli avversari che erano in maggior numero. In un punto preciso si fissava la ‘tana’ ove si fermavano i ‘prigionieri’. Una variante del gioco era il‘preso libero’: si svolgeva con lo stesso criterio di cui si è detto, ma i ‘prigionieri’, che si tenevano per mano formando una catena avanti la ‘tana’, potevano essere liberati da un compagno non ancora ‘preso’, se questi riusciva a toccarne almeno uno della catena
press (so’), modo di dire; in tempi di carestia, ad es. nel dopo guerra, una sigarettaintera si fumava anche tra più ragazzi: il primo incominciava, e quindi gli altri si prenotavano: i’ so’ press, i’ so’ second
preste, avv., presto; quante preste prima, al più presto; chiù preste senza pane, magari senza pane
pretenn’, vb., pretendere (vv)
prèvela, s. f., pergolato; scritto anche: préula
preveraglia, s. f., pretaglia
prèvere, s. m., prete; prevericchie o preveticchie sta per seminarista, studente del Seminario (ll). Da un detto popolare: prevere, monache e seminarist fottene li ggente sott lu nome di Crist
prevesà, vb., osservare con interesse, scrutare; prevesà volne piette, nase e bocca, vogliono osservare petto, naso e bocca (vv)
prezziuse, agg., prezioso. Danzi nella prima edizione scrive: Vi che giorne prezzios’, vedi che giorno prezioso, che nell’edizione successiva diventa: Vì che giorne prezziose. Ivi, in altro sonetto, si trova prezzioso
prià, vb., pregare
priéra, s. f., preghiera (rr)
priera, s. f., pietra. Durante i riti religiosi di penitenza, le donne si battevano il petto con una pietra, e gli uomini si flagellavano le spalle con le corde. A priere mbietta, se fascia sfurrà a sang lu piett, a botte di pietre sul petto, si faceva uscire il sangue dal petto (am)
priescia, s. f., allegrezza, gioia; anche: priesce. v. prescezza
primarule, agg., detto di frutta o similari raccolti prima del tempo (ma)
prima temp’, avv., prima del tempo, innanzi tempo (rd)
priscià, vb., intr., rallegrarsi; prisciarivenn ca Maria Gerarda ha fatt’ nu bell’ piccininn’, rallegratevi che Maria Gerarda ha partorito un bel bambino (rr); anche prescià
prisciannuole, agg., allegro, vispo (rr); il dim. è prisciannuledd’. v. prisciariedd’
prisciariedde, agg., allegro; queddu vecchie prisciariedde, quel vecchio vispo (vv). v. prisciannuole
priscinedda, agnome di famiglia
propie, avv., proprio, per nulla; propie accuscì, proprio così. Marsico scrive -di rado- anche propete
pròvela, s. f., polvere, sabbia; menà provela int d’uogghie, buttare polvere negli occhi (ma); ha fatt’ doiestizz, ca nu bastene manghe pe’ ammaccà la provela, ha piovuto così poco, che non basta nemmeno per ‘ammaccare’ la polvere
pruà, vb., provare, saggiare
pruanà, vb., fare propaggine, ovvero sotterrare un tralcio della pianta (ad es. della vite) , per riprodurre un nuovo esemplare; giett a queddu vers la iumara a pruanà, andai verso quel lato del fiume a pruanà(am). v. martiniedde
pruatòrie, s. m., Purgatorio; si trova anche preatorie
prubbeca, s. f., moneta di rame, pari ad un grano e mezzo; coniata dagli spagnoli, recava la scritta ‘publica commoditas’, ed era detta anche:‘prubbica o repubblica.Nel linguaggio triviale significa prostituta
prubbeche, agg., pubblico
prubbietà, s. f., proprietà
prucchiuse, agg., pidocchioso
prucessione, v. prugessiona
pruciunedde, s. m., Pulcinella; ah, pruciunedd ca sire!,ah, buffoni che siete!
prufett, s. m., Prefetto
pruggessiona, s. f., processione (am); si trova anche prucessione
prugghie, s. m., pidocchio. v. perocchie e perugghie
prumett’, vb., promettere; inteso come impegno del bracciale a lavorare per una giornata(rr)
prumma, s. f., prugna; asseccare cum noss de pruma, è secco come un nocciolo di prugna (am). Più tardi si trova prummela (ll)
prummecocca, s. f., albicocca
prune, v. perune
prupietarie, s. m., proprietario (vv)
prure, vb., prudere, solleticare
prurezza, s. f., prodezza (vv)
prusuntuse, agg., presuntuoso
prusutte, s. m., prosciutto
pruvà, vb., provare; part. pass., pruvare, abituato, sperimentato; canne pruvare, detto di gole ben abituate al vino (rr). v. pruà
pruvére, vb., provvedere; tempo passa e Dio pruvere (rd)
pruverenzia, s. f., provvidenza; inteso anche: previsione di dote per la sposa
pruvulone, s. m., provolone; si differenzia dal cascavadd’ perché ha la forma sferica e pesa, mediamente, più dell’altro
pruvvista, s. f., provvista. Riviello spiega che la pruvvista era la riserva per l’inverno, messa da parte dai benestanti; la pruvvistola, invece, era quel poco che i meno abbienti compravano volta per volta
pruvvistola, v. pruvvista
pu, avv.,poi, dopo; fino al primo ‘900, è scritto anche: po e può
pubblaziona, s. f., popolazione (am). v. pupulaziona
pucundrìa, s. f., ipocondria
pudàrea, s. f., podagra
puddastre, s. m., pollastro; puddastredda è la pollastrella. v. peddastre
pùlescie, s. f., pulce. Pulescia è agnome di famiglia
pulescìne, s. m., pulcino. Pulescine è agnome di famiglia
pulevine, s. m., nevischio, turbinio della neve
pùlevine, s. m., semenzaio
pulezzà, vb., pulire
pulmòne, s. m., polmone
pulmunìa, s. f., polmonite
pùlpito, s. m., una specie di paletot arabescato di lacci (rr); sta anche per un tipo di corpetto femminile. Si dovrebbe scrivere: purpete, con le due ‘e’ semi mute. Cfr. ARM, ‘pùlpitu’
pumbà, vb., pompare, detto delle operazioni di innaffiatura o irrorazione. v. pombà e zulfà
pumbétta, s. f., clistere; si trova anche il dim.: pumbetella
pumbiere, s. m., pompiere, vigile del fuoco (am)
pummadora, s. f., pomodoro
pundissime, v. pendissime
punessa, s. f., piccolo spillo a testa larga, per fissare la carta su legno o similari
pungeture, s. m., lungo bastone con un chiodo in punta, che serve per spronare gli animali da tiro
puntedda, s. f.,tacca di legno
punteià, vb., puntare, segnare a dito; quanne verene la femmena la punteieiene, quando vedono la donna, la puntano (am)
puntidde, s. m., scalpello a punta da muratore
puntòne, s. m., cantone, spigolo. v. cantogna
puntura, s. f., puntura; più comun. sta per iniezione. v. nezione e serenga
può, è una forma arcaica che sta per poi, dopo. v. po e pu
pupa, s. f., bambola, simbolo della Quaresima: una pupattola vestita a lutto, seduta o diritta su di una grossa patata, intorno a cui stavano infisse sei penne di gallinaccio, cioè le figlie diQuaresima con i nomi di Anna, Susanna, Rebbecca, Ribbanna, Sicilia, Sicilianna. La ‘pupattola e le sei ‘penne’ simboleggiavano le sette settimane di Quaresima (rr). La stessa voce, con altri due significati: fantoccio pirotecnico e immagine di pezza usataper le fatture (rr). v. Quaresema
pupacchiedda, s. f., piccolo peperone, di forma quasi sferica
puparùle, s. m., peperone; puparule crusche sono i peperoni rossi lasciati seccare al sole e quindi conservati, appesi in luogo asciutto; diventano cruschi (croccanti) quando vengono fritti, in olio bollente, per pochi secondi. Puparule è agnome di famiglia
pupetià, vb., parlare; scritto anche: pupetà. v. pupìtela
pupìtela, s. f., lingua di gallina; in senso fig., parlantina, riferito a persona di lingua sciolta. v. pupetià
pupulaziona, s. f., popolazione (am)
purà, vb., potare; pùrele osce, pùrele craie, potalo oggi, potalo domani (am). Più tardi è sostituito da putà
purcare, s. m., gurdiano di porci
purcaria, s. f., porcheria, schifezza
purciedde, s. m., porcello
purcione, s. m., giacchino di pelliccia di montone senza maniche, indossato col pelo all’esterno
purdone, s. m., perdono
pure, avv, pure, anche
purè, v. putè
pureà, vb., purgare. Danzi scrive: pureammene la trippa, purghiamoci la pancia. v. pùria
purfurreià, vb., insistere, ribattere nel parlare, contraddire; è una voce in disuso che si trova negli scritti di Pica ed è conosciuta e confermata da informatori (contadini anziani). Nel dial. di Anzi (PZ), il vb. pruffidià significa ostinarsi su un’idea
purgeneddara, s. f., pulcinellata; la pruggessiona nunn’è na purgeneddara, la processione non è una buffonata(am)
pùria, s. f., purga (rr). v. pureà
purepete, v. pulpito
purtà, vb., portare, trasportare; cumm si purtava na vota, come si usava un tempo
purtiedde, s. m., portiello, piccola porta nelle mura della città
purtualle, s. m., arancio, arancia
purtuallàre, s. m., venditore di arance
purtunare, s. m., portinaio
purtuse, s. m., pertugio, buco; anche: pertuso e pirtuso. Pertuso è top. di località rurale
purunosteca, s, f., peronospera
pusare, part. pass., posto, poggiato (vv)
pussess’, s. m., possesso
pustesciedde, s. m., posticino; detto di un impiego sicuro, nu pustesciedde salve (am)
pustiere, s. m., postino, portalettere
pusuliett’, v. peselett’
pusunett’ (a), avv., lo stare chinati, abbassati in avanti
puta, s. f., donna scherzosa è la traduzione, forse troppo benevola, nei versi di Danzi
putè, vb., potere; i’ pozz’, io posso; loro ponn’, essi possono; capozza perd’ la vista di d’uocchi, che possa perdere la vista degli occhi (rr). Marsico scrive purè: nu li puria attuppà mieglie, non li poteva unire meglio; part. pass., purù. Queste forme con la consonante ‘r’ invece della ‘t’ scompaiono nei primi decenni del ‘900
putèa, s. f., bottega; s’è mis de casa e de putèa, si è sistemato giorno e notte, detto di persona invadente. Si trova anche:‘petèa e putìa
puteàre, s. m., bottegaio
putenzèse, agg., potentino. Il cittadino originario di Potenza, radicato almeno da qualche generazione, è detto: putenzese putenzese, mentre colui che vi risiede da minor tempo si definisce soltanto: ‘potentino’
puzzangare, top., antico nome (sec. XVI) dell’attuale vicolo O. Flacco. Le acque ed i liquami -di ogni genere- che scorrevano dalla via Pretoria, si raccoglievano nel sito, che ebbe anche i nomi di vico Lago e vico Plescia

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