I dialetti Galloitalici della Basilicata


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Lu Vaccaru di Don Giuseppe Spera

Dire > Poesie > Tito

Don Giuseppe Spera nacque a Tito il 12 agosto del 1835 da Raffaele e Caterina Salvia.
Dotato di non comune intelligenza e spirito vivace fu avviato al Sacerdozio compiendo lodevolmente i suoi studi nel Seminario Vescovile di Potenza.
Divenuto sacerdote, gli si conferì subito l’incarico di insegnante per gli alunni dello stesso Seminario fino al 1869.
Per i dodici anni successivi fu insegnante di italiano nel liceo classico della Badia benedettina di Cava dei Tirreni e, nel 1882, in quello della Badia benedettina di Montecassino.
Nel 1888 partecipò, vincendo il primo premio, al certame poetico dei Jeux Floreaux de Provence che si tiene a Tolosa dal 1323. Uomo di grande cultura e devozione, diede lustro al suo paese nel campo della cultura letteraria: nel 1886 scrisse un volumetto “Saggio di letteratura comparata italiana e straniera”, nel 1887 pubblicò “Il Conte Verde”, poema epico dedicato alla famiglia reale dei Savoia, e nel 1889 diede alla luce una raccolta di poesie religiose dal titolo “Gratulazio”, oltre a numerose altre pubblicazioni poetico-religiose e storiche (L’antica Satriano).
Intorno all’anno 1900 rientrò a Tito e fu nominato parroco della locale comunità.
Dopo circa 4 anni abbandonò l’incarico per motivi di salute e morì il 18 maggio del 1908 all’età di 73 anni.
La sua nutrita produzione letteraria ebbe numerosi apprezzamenti sia in Italia sia all’estero, tanto che Don Giuseppe Spera fece parte come socio di varie Accademie letterarie italiane e francesi.

Riportiamo di seguito un testo poetico di Don Giuseppe Spera in dialetto titese, idioma di origine galloitalica:

Galloitalico

LU VACCARU
Indu a lu boscu lu vaccaru allocca
cà de la morra la chiù bella vacca
nun po’ truvà. Lu massaru mò se ‘ncucca,
e toscia moscia ha da sfruttà la sacca.
S’ appura ca gne hann dà la cucca
li gualani pecchè ha perdù na ‘ntacca

de capetala senza sale n’zucca
e corre e ‘ntesta lu cappieddu ammacca.
Mò vè; mò và; po’ strilla ca se sbocca;
la vacca è persa e cu la dengua allecca
chianu chianu, spumannese la bocca.
Lu fiscarieddu po’ ‘mmocca se ficca
e fisca tantu ca ‘nganna se secca.
La vacca ammanza e gne passa la cricca.



Traduzione

IL VACCARO
Dentro il bosco il vaccaro grida
perché dalla mandria la più bella vacca
non riesce a trovare. Ora il vaccaro pensa
che all’improvviso ha da sfruttar la tasca.
Teme che abbiano fatto uno scherzo
i bifolchi dal momento che ha perduto una parte
del capitale senza sale in testa
e, mentre corre, preme in testa il cappello.
Viene, va, strilla a squarciagola.
La vacca è perduta e con la lingua asciuga
pian piano le labbra spumeggianti.
Il fischietto poi mette alla bocca
e fischia tanto da seccarsi la gola.
La vacca ammanzisce e gli passa la cricca.

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