I dialetti Galloitalici della Basilicata


Vai ai contenuti

Menu principale:


Pignola - Il ciclo del grano

Fare > Lavorare

Galloitalico

Pė arą se usava l’aradė de degnė cu nu chiuovė invece dė lu ommerė. L’aradė vėnģa tėradė da u ciuccė, oppure da u boi. Vėnģa usadė purė a vacchė ma cum sė discė: “zappadė dė femmėnė e aradė dė vacche, povėrė a quedda terra ca angappė”. Appressė all’aradė sė sėmėnavė. Indė marzė o aprilė sė zappėluggiavė, purė pecchč sė discė: “chi zappuleggė a maggė perd u viaggė. Mpartė maggė sė munnavė u ranė, cioč sė lėvavė i chiandė da veccė ca erėnė nadė pė indė. Indė aostė sė mėdiyė e i spiy s’accugliennė e s’attaccavėnė i regnė ca arrumaniennė indė a terrė a maturą ancuorė mbņ. Po’ sė pėsavė indė d’ariy. Quannė u tempė era vėntosė allora sė vėndėlavė e se sėparavė u ranė da a pagliė. U ranė venģa purtadė a u mulinė e sė fascia a farinė. Cu a farinė sė fascia u pa, a sckanatė dė 5 chilė d’unė. Se fascia purė a pastė dė casė: strascėnadė, layanė, i manadė. Pė fa u pą sė usavė u crescė ca se mbrestavė tra u cėnanzė. Se mbastava la farinė cu acqua e salė e patatė scavėdadė e po se mėttģa u cresce. Sė mėttģa a u cavėdė sottė na cuvertė e i cappottė a ruotė e passadė u tempė sovė, u pa crescģa. Se sckanava e se fascienn i panellė ca sė mburnavėnė. Quannė u pą nu crėscģa s’era fattė disė. Questė vulģa dģ ca indė a famigliė avģa murģ qualcunė. Cu a pastė du pą se fascģa purė u rrucchėlė e i fėyaccė. Quannė unė stascģa d’alluttė, fascģa solė u pą, pėcchč fa a fėaccė era brėognė.

Traduzione

Per arare si usava l’aratro di legno con un chiodo poi dopo č stato usato il vomere. L’aratro veniva tirato dall’asino oppure dal bue. Veniva usato anche la vacca, ma, come si dice: “zappata di donna ed arata di mucca povera a quella terra che ci capita”. Dietro l’aratro si seminava. Tra marzo ed aprile si faceva la sarchiatura, anche perché si dice che chi fa la sarchiatura a maggio non avrą un buon raccolto. Nel mese di maggio si mondava il grano, cioč si levavano le piante di graminacee e di veccia che vi erano nate. Nel mese di agosto si mieteva e le spighe venivano legati in covoni che venivano lasciati ancora nell’aia per maturare ancora un poco. Poi si “pisava” il grano nell’aia. Quando il tempo era particolarmente ventoso allora si ventilava per far si che la paglia si separava dal grano. Il grano veniva portato al mulino e si faceva la farina. Con la farina si faceva il pane, a panelle di 5 kg l’una. So faceva pure la pasta di casa: strascinati, lagane, le manate. Per fare il pane si usava il lievito naturale che si prestava tra il vicinato. Si impastava la farina con acqua, sale e patate lesse e poi si metteva a “crescere”. Si riponeva al caldo sotto le coperte ed i cappotti a ruota e trascorso il giusto tempo, il pane cresceva. Si divideva la pasta in pani che poi si infornavano. Quando il pane non cresceva allora era azimo. Questo voleva dire che nell’anno qualcuno di famiglia doveva morire. Con la pasta di pane si faceva anche “u rucchėlė” una focaccia cotta sulla brace, e le focacce. Quando si era in lutto si faceva unicamente il pane perché portare le focacce al forno era vergogna.

Home Page | I Comuni | Dire | Fare | Vedere | Studiare | Contattaci | Segnalazioni | I link | Mappa del sito


Menu di sezione:


I dialetti dei Comuni Galloitalici della Basilicata | info@galloitalico.it

Torna ai contenuti | Torna al menu