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Tito ed il Santo Patrono

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San Laviero: Atleta tra storia e leggenda.

La disputa sulla cittadinanza e sulla natività di un Santo, soprattutto se vissuto nei primi secoli dell’era cristiana, è un fenomeno ricorrente, almeno nella misura in cui le fonti storiche e religiose non concorrono a scioglierne gli interrogativi e a fugarne dubbi e incertezze.
Singolare sembra la vicenda di San Laviero Martire, patrono di TITO e compatrono di ACERENZA (con S. Canio e S. Mariano), venerato anche in altri comuni, come Grumento, Ripacandida, Teggiano.
Sono più o meno conosciuti gli aneddoti della tradizione popolare regionale riguardo a particolari forme di venerazione del santo da parte dei fedeli titesi. Meno note sono le vicende della vita e del martirio del santo e le peripezie subite dal suo corpo nei secoli a seguire.

Tre centri, Acerenza, Teggiano e Ripacandida, si contendono la natività di S. Laviero, in mancanza di un documento che ne attesti con chiarezza il luogo della nascita.
La fonte scritta più attendibile è rappresentata da un documento redatto in latino nel 1162 per conto di Saulo di Goffredo, arciprete di Saponara, da un tale Roberto che si definisce Diacono di Santa Romana Chiesa. Egli narra che S. Laviero visse nel tempo in cui regnava l’Imperatore Costantino e il suo prefetto Agrippa in Puglia e Lucania perseguitava i cristiani. Il beato Laviero, figlio di un nobiluomo chiamato Achilleo, dimorava in un borgo (vicus) all’epoca detto Tergia. Qui cominciano le dispute. Ad Aderenza sostengono che si tratti di Tergia, un rione dell’antico abitato, tant’è che ancora oggi una via del centro storico porta questo nome. Peraltro, a Teggiano ritengono che si tratti dell’antica Tergia o Tergianum (oggi Teggiano). Come se ciò non bastasse, una nota parrocchiale, scritta dall’arciprete di Ripacandida, Giovan Battista Rossi, narra che “Nelli primi secoli della chiesa renderono più illustre questa patria (Ripacandida) li gloriosi S. Martiri Mariano diacono e Laviero suo fratello vergine e le loro reliquie si venerano nella città di Acerenza e nella terra di Tito, ivi del primo e quivi del secondo”. E siamo a tre rivendicazioni di natività, ma pare che ve ne siano ancora altre come Laurignano (CS) e Laterza (TA).
Tornando al racconto di Roberto, si legge che, a causa delle sue continue predicazioni della parola di Gesù e per il reiterato diniego di sacrificare agli dèi, Laviero fu sottoposto al flagello e ad altri supplizi, tra cui un cavalletto di tortura, nella piazza di Acerenza, lasciandolo appeso ad un aculeo per una notte e un giorno. Anche da tale incomoda posizione egli continuò a parlare alla folla meravigliata. Ma questo “Atleta” di Cristo sopportava e superava ogni prova. Oltremodo stupito da tanta resistenza, Agrippa lo fece rinchiudere nella prigione di Acerenza. Radunato un cospicuo numero di belve feroci ed affamate, vi posero Laviero nel mezzo, davanti al Prefetto ed alla folla. Superata anche questa prova, Laviero dovette intervenire perché un leopardo si stava dirigendo con ferocia verso Agrippa. Tornato nella prigione, tra lo sgomento del Prefetto e lo stupore della folla, vi rimase solo per poche ore. Un angelo notte tempo lo liberò e gli conferì nuova carica per l’adempimento della missione, indicando la città di Grumentum quale successiva tappa. In Val d’Agri Laviero riprese a predicare, convertendo moltitudini di pagani. Intanto Agrippa, che non si dava pace, ordinò di cercarlo ovunque. Dopo lunghe ricerche, i trecento soldati incaricati della cattura giunsero a Grumento e, scoperto il rifugio tra i cristiani di quella comunità, lo presero ed avvertirono Agrippa. Questi, poiché Laviero, per nulla intimorito, continuava ad esaltare la parola di Cristo, ne ordinò la decapitazione con la spada, davanti al popolo di Grumento. Così avvenne ed il Beato Laviero concluse la sua odissea di Atleta Cristiano. Era il 17 novembre del 312. Solo di lì a pochi mesi (313 d.c.) l’imperatore Costantino, battezzato da Papa Silvestro, proclamava il Cristianesimo religione dell’impero. Dichiarato santo il Beato Laviero, papa Damaso istituiva in Grumento una sede Episcopale. Il corpo del santo fu custodito in un’apposita chiesa edificata in Grumento.
Numerose vicende attendevano ancora i resti mortali di S. Laviero.
La sua chiesa grumentina fu, nel corso dei secoli, spesso profanata, saccheggiata, distrutta e riedificata, per effetto delle numerose invasioni barbariche prima e saracene poi. In uno di questi frangenti il Vescovo acheruntino decise di recuperare il corpo di S. Laviero per custodirlo in una dimora più sicura. Giunto a Grumento dovette confrontarsi con la popolazione e Probo, il sacerdote custode delle spoglie del Santo. Ne nacque un disputa che fu risolta in modo salomonico. Quindi metà del corpo con il teschio rimase a Grumento mentre l’altra metà fu affidata al Vescovo di Acerenza che provvide a custodirla in una chiesa fuori dell’abitato. Successivamente il Vescovo Leone ne ordinò il rientro in città, nella basilica di San Giovanni Battista. Intanto barbarie e distruzioni continuavano in Val d’Agri e Goffredo, signore della Città di Satriano, recuperò i resti di S. Laviero custoditi a Grumento, consegnandoli al Vescovo satrianese. Nel 1430 (secondo alcuni, 1424 secondo altri), per ordine della Regina Giovanna II d’Angiò (“donna di esecrata memoria, per tirannide efferata e scostumatezza di vita pari a una Messalina”, secondo la narrazione di D. Giuseppe Spera, sacerdote ed insigne letterato titese) avvenne la distruzione e la conseguente desolazione di Satriano. La popolazione scampata riparò in parte nella valle del Melandro (Pietrafesa, oggi Satriano di Lucania) ed in parte si spostò verso l’abitato di Tito, portando in salvo, tra l’altro, ciò che rimaneva delle spoglie di S. Laviero (un braccio). Tito accolse S. Laviero con esemplare devozione, tanto da elevarlo a Patrono principale della città. La devozione a S. Laviero, a seguito delle innumerevoli e tormentate vicende, si andava affievolendo nei centri della sua odissea mentre a Tito fioriva e prosperava di nuova linfa. Va riconosciuto al popolo titese il merito di aver adottato S. Laviero, riportandolo alla gloria dell’altare, consegnandogli le chiavi della città, con onorato senso dell’ospitalità e profondo spirito di fede. Oggi non esiste più nulla del corpo del santo, poiché anche il braccio è stato profanato e trafugato.


Tonino Cuccaro

Riferimenti Bibliografici
1. - Roberto da ROMANA Diac., “LA LEGGENDA DI S. LAVIERO” (Traduz.dal latino), Saponara (Grumento N.), 1162.
2. - D. Nicola LAURENZANA, “TITO, Storia, vicende, personaggi, usi e costumi, fede”, Ed. Moro, 1989.
3. - P. Antonio GRILLO, “SAN CANIO, SAN LAVIERO, SAN MARIANO”, Ed. SPLASC, Acerenza, 2000.

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