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Il dialetto secondo Pica

Dire > Racconti > Potenza - "Amm fatt ngazzà pur a San Gerardo"

Antologia di scritti in dialetto potentino di Salvatore Pica a cura di Vincenzo Perretti

Nell’ultimo quarto di secolo vi sono stati diversi cultori del dialetto potentino, ma l’unica produzione di rilievo è stata quella estrinsecata nella commedia popolare che Labella e Bavusi sono riusciti a creare, in sintonia e col favore di un pubblico convinto.

Gli scritti vernacolari di questi ultimi decenni, in versi, sono di autori chehanno in comune una passione autentica per la ‘potentinità’, anche sealcuni di loro non sono di origine ‘putenzese’ e nessuno ha avuto trascorsi letterari.

C’è da notare ancora che si sono cimentati in questo difficile esercizio anche le donne, mentre gli intellettuali nostrani ed i rappresentanti della ‘Cultura’, soprattutto quelli che operano nella scuola, da quella media-superiore a quella accademica, non hanno mostrato alcun interesse per questi segnali che, per quanto tenui e discontinui, pure meritano un po’ di attenzione ed un minimo di incoraggiamento.

Nel tempo, hanno fatto eccezione Carlo Rutigliano, Francesco Galasso e Rocco Triani: giornalista il primo, che ha raccolto qualche testimonianza del nostro vernacolo; dottore in medicina di origine aviglianese il secondo, che purtroppo è scomparso quando si apprestava ad avviare un interessante lavoro di ricerca sul dialetto di Potenza; il terzo è un vigile urbano che ha annotato, in un breve glossario, motti, arguzie e termini in disuso.

Salvatore Pica ha prodotto in meno di tre anni (1981-83) una cinquantina di lavori in prosa, quasi tutti pubblicati sul foglio locale ‘Cronache di Potenza’; anche lui, a conferma di quanto sopra accennato, non aveva particolari esperienze letterarie.

Lui stesso raccontava: Inda na famiglia cumm la mia, ca savìa parlà solo lu dialetto e che, anzi, p’ farsi capì mieglio era custretta ngarche vota pure a gesticolà, io lu dialetto nun lu parlo alla perfezione, però, quann’ mi riesce di pronunzià nu vucabolo a regola d’arte, m’enghie la bocca, mi soddisfo e m’arricria.

Pica, inoltre, in molti dei suoi lavori ha sottolineato la fatica che glicostava tradurre nello scritto tutte le parole che gli venivano in mente, parole che usava nel quotidiano e che quindi conosceva alla perfezione: lu dioma nostro s’ è diviso in scritto, di difficile grafia, lu parlato, chiù alla mana, ma ca va scumbarenn, e lu trasmesso, ca è nu parlato a bott di segni (mimica); ma questa è na storia ca se l’adda verè chi canosce la sintassi e la grammatica, ossia in parole striminzite, lu linguista.

Nel riprodurre questa ‘antologia’ degli scritti di Salvatore Pica, è stato fatto un certo sforzo per rendere più comprensibile un linguaggio che contiene molte voci desuete e che talvolta è stato tradotto dall’a. con incertezze grafiche: trasn e iscn, oppure c-n-tr-m-t (entrano ed escono, centimetri) sono termini che vanno bene (forse) per chi conosce e parla bene il dialetto.

Lenote aggiuntive si sono rese necessarie per tradurre e spiegare alcuni modi di dire, mentre sono rimaste inalterate le traduzioni dello stesso autore, fra parentesi.

E’ evidente, in definitiva, che tutte le note ed i commenti di chi ha curato questa raccolta, non costituiscono affatto una critica letteraria, da affidare magari a specialisti di linguistica e dialettologia.

Si può, invece, sostenere che in tutti gli scritti di Pica, compresi quelli che non sono stati qui riprodotti, è presente la sua passione per l’universo visto con i suoi occhi: la famiglia, l’amicizia, la sportività, nella cornice della sua Potenza, il centro del mondo.

vp

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